©Roberto Besana

Questi sono proprio brutti viene subito da dire guardando questi tralicci. Anche se devo subito aggiungere che lo sarebbero (brutti) ancora di più se non fossero ritratti in una bella foto. Comunque non sono una bella presenza soprattutto se li si pensa inseriti in un paesaggio. D’altra parte non potrebbe essere diversamente: stanno lì e dentro o intorno. Addirittura lo fanno loro il paesaggio. Paesaggio che, per quanto si voglia protestare su questa realtà, è pur sempre e sempre più una costruzione umana.

Non ci sarebbe da contestare questa interpretazione se il problema non derivasse dalla constatazione che spesso (troppo) il prodotto di questa “costruzione” non è tanto o “solo” una modifica del preesistente, ma una sua distruzione. Distruzione di una realtà, generalmente naturale, della quale si finisce col non avere più traccia se non nelle foto che ne conservano il ricordo.

Ma tornando alle impressioni suggerite da questa foto, prima di esprimersi sulla “estetica” del paesaggio che ospita questi tralicci deve intervenire la ragione. Ragione che mi induce a benedire questa presenza. E a farlo come cittadino e, ancor più, come cittadino napoletano.

E “cittadino” nel senso più proprio di abitante di città. Perché questi tralicci trasportano, anche a lunghe distanze, l’energia elettrica prodotta nelle centrali dislocate in varie parti del territorio. Da queste “parti” la prendono e la portano e la distribuiscono sin dentro le nostre case.

In Italia tutto questo è avvenuto da poco più di sessant’anni. Da quando cioè (1961) l’energia elettrica dovunque prodotta è stata distribuita con un unico prezzo uguale per tutti e da quando (1962) con la nascita dell’Ente per l’energia elettrica (Enel) l’energia dovunque prodotta doveva arrivare nelle città, nelle campagne, nelle isole. Come? Tramite la costruzione e diffusione di questi tralicci.  Soprattutto, poi, con le dorsali ad alta tensione con le quali dall’inizio degli anni Settanta fu possibile unire il sistema elettrico ad alta tensione del Nord con quello del Centro Sud.

Non fu tanto facile perché non mancò il contrasto con i, pur giusti, sostenitori del negativo impatto sul paesaggio. Ma il collegamento si fece. E quella “umanizzazione” del paesaggio ha consentito importanti risultati nello sviluppo economico.

Così come potrebbe avvenire con la diffusione delle pale eoliche e degli impianti fotovoltaici che, pure, impattano sul paesaggio, ma danno un contributo alla “decarbonizzazione” dell’ambiente.

 

Ugo Leone 

Roberto Besana
Roberto Besana (1954), nasce a Monza, risiede a La Spezia. Un lungo passato da manager editoriale giunto sino alla Direzione Generale della De Agostini, coltiva la sua passione per la fotografia operando per lo sviluppo e realizzazione di progetti culturali attraverso mostre, convegni, pubblicazioni. Nella sua fotografia riverbera la sensibilità ai temi ambientali per i quali è attivo nella diffusione di conoscenza e rispetto. Le sue immagini sono principalmente “all’aria aperta”, dove lo portano i passi. Ambiente e paesaggio sono i suoi principali filoni di ricerca. I suoi lavori fotografici sono presenti in libri e quotidiani, siti web, riviste. Al suo all’attivo innumerevoli mostre personali e collettive. Dirige o collabora alla realizzazione di eventi e festival culturali. Membro del comitato scientifico del periodico culturale Globus, curatore editoriale della collana “Fotografia e Parola“ di Oltre Edizioni, ha una rubrica fissa sul periodico .eco e NOCSensei I suoi ultimi libri pubblicati - L’albero, dialoghi tra fotografo e scrittore, 2020 - Il Paesaggio, dialoghi tra fotografia e parola, 2021 - La Sfilata del Palio del Golfo, 2021 - L’acqua, dialoghi tra fotografia e parola, 2022

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