Riprende dalla prima parte

 

 

Il corpo macchina prevedeva anche un raffinato sistema con presa di luce dall’esterno e rinvii ottici per visualizzare gli indici mobili di riferimento a fianco del campo inquadrato con qualsiasi mirino intercambiabile; nella struttura ottica dei mirini era presente anche un prisma aggiuntivo nel percorso ottico, subito prima dell’oculare, che migliorava il contrasto di visione eliminando certi aloni fantasma prodotti dal pentaprisma principale.

Per quanto riguarda il vetro di messa a fuoco con rinvio per l’esposimetro, il progetto iniziale prevedeva uno spazio vuoto fra la battuta posteriore del suo telaio e il foto resistore CdS vero e proprio che non consentiva la massima efficienza nella trasmissione e obbligava ad un maggior assorbimento luminoso al centro del mirino; i brevetti che seguono documentano come questo dettaglio fosse stato quindi implementato in vista dell’applicazione sulla nuova ammiraglia della casa, fermo restando il fatto che la principale miglioria che consentì sulla F1 Old di ridurre drasticamente l’assorbimento luminoso del beam splitter fu la creazione di un elemento CdS decisamente più sensibile..

 

 

Il primo documento mostra una richiesta prioritaria nipponica in data 21 Aprile 1969 e il progettista che lo firmò è Taizo MItani.

 

 

Questi disegni in sezione mostrano come la miglioria concepita per impedire la dispersione della luce inviata alla fotocellula dietro al vetro consista nell’aggiunta di un elemento condensatore supplementare in materiale trasparente sul retro del vetro, sagomato in modo da mantenere il fascio più coerente e quindi illuminare il fotoresistore con maggiore efficienza.

 

 

Curiosamente, ricerche a tappeto sui brevetti Canon (ne ho visionati letteralmente migliaia) hanno evidenziato un documento precedente, sempre firmato da Taizo MItani, la cui richiesta prioritaria giapponese risale addirittura al 21 Aprile 1967, appena un anno dopo il lancio della Canon FT che aveva introdotto questa originale modalità di misurazione esposimetrica; questo brevetto a sua volta prende in esame un piccolo condensatore aggiuntivo sul retro del vetro stesso inserito per gli stessi scopi visti in precedenza.

 

 

Questo brevetto iniziale mostra in sezione la versione originale del sistema, denominata Prior Art, che evidenzia uno spazio vuoto fra vetro di messa a fuoco e fotoresistore ed il flusso luminoso intercettato che arriva in modo scomposto,  seguita da 3 ipotesi con elemento ottico aggiuntivo posteriore (evidenziato in ciano) che consente di rendere più coerente la proiezione sull’elemento sensibile.

 

 

Il testo descrive la Prior Art con i relativi limiti e quindi le nuove ipotesi con lente condensatrice posteriore aggiuntiva che migliora la situazione pur senza intralciare la sostituzione del vetro; Canon credeva fermamente in questa soluzione che infatti venne mantenuta anche nella successiva F1 New, apparecchio mantenuto in vita addirittura fino a inizio anni ’90, in piena era EOS autofocus, per accontentare i professionisti affezionati e nostalgici che possedevano e continuavano ad utilizzare un cospicuo corredo di ottiche FD.

Questo sistema di lettura TTL costituiva un notevole plusvalore nel ristretto novero delle reflex professionali a mirini intercambiabili, considerando che la rivale Nippon Kogaku anche con la F2 prodotta fino al 1980 mantenne le stesse soluzioni della Nikon F e solamente con la F3 avremo finalmente misurazione esposimetrica e relativi dati visibili con qualsiasi mirino; in realtà, come anticipato, Canon aveva già introdotto alcuni anni prima questo speciale vetro di messa a fuoco con beam splitter centrale semi-argentato e foto resistore CdS dietro al vetro stesso, sebbene non intercambiabile.

 

 

Tale soluzione era infatti già presente nella Canon FT QL, ottimo apparecchio amatoriale lanciato nel 1966.

 

 

Infatti, come conferma lo schema, questa fotocamera adottava già tale soluzione, seppure nella prima configurazione priva di lente condensatrice posteriore per il vetro di messa a fuoco; il fatto di circoscrivere tutti gli elementi ,legati alla misurazione esposimatrica TTL all’altezza del vetro costituiva già la condizione per creare una reflex con mirini intercambiabili che mantenesse la misurazione e la visualizzazione dei dati a prescindere dal tipo utilizzato, come poi avvenne con la F1 Old.

 

 

Questa seconda grafica mostra in dettaglio il funzionamento e il testo informa che l’area centrale interessata alla lettura esposimetrica corrisponde al 12% del campo inquadrato complessivo, pertanto siamo in presenza di uno spot allargato che sicuramente costituisce un passo avanti rispetto ad una lettura indifferenziata su tutto il campo, come dichiarato dal documento, tuttavia richiede sempre attenzione e discernimento per scegliere accuratamente l’area del soggetto sulla quale effettuare la misurazione selettiva.

L’adozione di una misurazione molto selettiva a spot allargato da parte di Canon introdotta dalla FT deriva dall’esperienza immediatamente precedente con il modello Pellix a specchio fisso semitrasparente e braccetto mobile con elemento sensibile al CdS che si sollevata davanti all’otturatore per misurare l’esposizione TTL e quindi veniva ribaltato in sede per la posa; questa caratteristica (poi utilizzata in seguito anche dalla Leica M5) obbligava giocoforza a misurare selettivamente solo su una piccola area centrale e in azienda valutarono che tale scelta potesse produrre vantaggi per l’utente, mantenendo questa filosofia anche nella FT con specchio reflex convenzionale.

 

 

La stessa soluzione verrà quindi trasferita anche alla naturale evoluzione di questa fotocamera, la Canon FTb, lanciata in contemporanea con la F1 Old e diventata una delle reflex preferite dai fotoamatori anni ’70 targati Canon.

 

 

Anche in questo caso la sezione mostra la presenza di questo caratteristico dettaglio tecnico, i cui vantaggi impliciti vengono tuttavia sfruttati al 100% solo nella F1 Old provvista di mirini intercambiabili; con quest’ultima l’intervallo di accoppiamento esposimetrico base variava da +2,5 EV a +19 EV (ovvero, con film a 100 ASA; da 1/4” 1:1,4 a 1:2.000” 1:16), mentre l’intervallo delle sensibilità impostabili variava da 25 a 2.000 ASA; come si può osservare, il beam splitter con assorbimento parziale della luce disponibile e solamente su un’area ristretta del campo non consentiva una sensibilità di lettura nelle basse luci sufficientemente elevata per coprire a 100 ASA e apertura 1:1,4 fino fino al tempo minimo di 1” disponibile sulla ghiera, e questo spiegherà l’introduzione di uno speciale mirino booster che vedremo in seguito,

Quest’ultimo non era presente nel sistema Nikon F2 del tempo ma fin da subito il mirino/esposimetro Photomic DP-2 fornito con la Nikon F2S Photomic sfruttava elementi CdS molto più sensibili e grazie ad un ingegnoso accoppiamento fra posa lunga dell’otturatore e autoscatto consentiva di scattare fotografie fino a 10” di posa e apertura 1:1,4 con esposimetro regolarmente accoppiato e affidabile.

 

 

Proseguendo con le caratteristiche professionali della F1, un elemento fondamentale era naturalmente il potente motore di avanzamento per il film; questo Motor Drive Unit risentiva ancora della progettazione del tempo e risultava ingombrante, con una impugnatura cilindrica inferiore che non è rimuovibile dato che contiene il motore e la cascata di ingranaggi di riduzione e risulta quindi funzionale; inoltre l’ingombro del complesso non comprende ancora il sistema di alimentazione, che è esterno con cavo di collegamento.

Ai giorni nostri, con apparecchi digitali in grado di scattare in sequenza centinaia di fotografie, tale possibilità è scontata, tuttavia a quei tempi e in certi ambiti professionali (sportivi ma anche scientifici) la possibilità di esporre in rapida sequenza diversi fotogrammi di pellicola costituiva una condizione essenziale per finalizzare il lavoro.

 

 

L’organigramma del sistema di avanzamento motorizzato mostra come inizialmente fosse disponibile un solo Motor Drive Unit, senza l’opzione di un modello semplificato, con cadenza inferiore e più compatto e leggero (vedi l’esempio della Nikon F2, con la scelta fra MD-2 ed MD-3); tale motore riceveva alimentazione dal cavo Battery Connection MD, a sua volta collegato al Battery Case che poteva contenere 10 batterie a secco tipo AA da 1,5v oppure il pack di elementi ricaricabili NiCd denominato 500FZ; questa batteria veniva ricaricata tramite il NiCd Charger 500FZ e il livello di carica degli elementi contenuti nel Battery Case si poteva verificare collegando il Battery Checker MD all’estremità del Battery Connector MD; una soluzione francamente macchinosa (nei porta batterie del motore per Nikon F2 il controllo batterie è incorporato).

Un paio d’anni dopo il lancio della F1 Old venne proposto anche un secondo porta-batterie,denominato Battery Case D, che consentiva di fissarlo direttamente sotto il motore.

Per garantire una sufficiente autonomia in sequenze continue la F1 Old poteva anche utilizzare un dorso ad alta capacità per 250 fotogrammi, denominato Film Chamber 250, per il quale erano predisposte anche speciali bobine da 10 metri di pellicola 35mm (Film Magazine 250) e la relativa bobinatrice (Film Loader 250), mentre per comandare il sistema a distanza era disponibile un comando ad azionamento manuale diretto, denominato Remote Switch MD con relativa prolunga opzionale Extension Cord MD, e 2 comandi remoti, uno via radio (Wireless Remote Control Unit) e uno ad ultrasuoni (Ultrasonic Remote Control Unit); questi ultimi potevano gestire anche complesse sequenze programmate grazie ad un sofisticato timer, a sua volta alimentato da un Battery Case analogo a quello del motore oppure direttamente a rete grazie al cavo AC Cord.

Nell’ambito dei dorsi intercambiabili, oltre alla versione per film a metraggio da 250 fotogrammi saranno disponibili anche 2 tipi con sistema per sovrimpressione dati sul fotogramma, dettaglio che a quel tempo ha ossessionato Canon al punto da produrre svariati brevetti al riguardo; il modello Data Back F includeva 3 selettori per aggiungere cifre o lettere (con anni a doppia cifra solamente da 79 a 89, elemento che lo rendeva rapidamente obsoleto), mentre il più sofisticato Data Back Set includeva un’unità di controllo esterna, con cavo di interfaccia, dotata di primitivo display e tastiera che consentiva di selezionare ed inserire sul fotogramma fino a 12 numeri, 6 a sinistra e 6 a destra; questi accessori sincronizzavano il loro funzionamento con lo scatto della fotocamera tramite un cavo esterno da inserire nella presa di sincronizzazione flash perché non era stato previsto all’origine un contatto diretto interno.

Il Motor Drive Unit garantiva una cadenza massima continua di 3 fotogrammi al secondo, un valore non eccezionale al quale, come vedremo poi, Canon seppe fornire una soluzione adeguata; questo motore, d’altro canto, incorporava a sua volta un proprio intervallometro per scatti spaziati fino ad 1 minuto, una soluzione pratica quando non si volesse acquistare il più sofisticato accessorio separato dalle funzionalità estese.

Sempre nel 1973, in concomitanza con la nascita del citato Battery Case D, l’azienda riconobbe l’impossibilità di sfruttare il motore e i sistemi di alimentazione originali in contesti dinamici a mano libera e introdusse un secondo motore, denominato Motor Drive MF, che aveva una struttura molto più compatta e prevedeva un’espansione con 10 batterie AA da 1,5v che fungeva da impugnatura con comando di scatto e che si poteva rimuovere integralmente per comandare il motore a distanza tramite il cavo Connecting Cord for Grip MF, così come sfruttare gli intervallometri Timer L e Timer TM-1; per questo motore, che consentiva una cadenza di 3,5 fotogrammi al secondo, si rese disponibile anche il comando a distanza Wireless Controller LC-1.

In un periodo successivo per la F1 Old arrivò anche il Power Winder F, un trascinatore ancora più compatto, con impugnatura ergonomica, che utilizzava solo 4 batterie AA da 1,5v, garantiva una cadenza di 2 fotogrammi al secondo e utilizzava alcuni elementi in comune col Winder delle Canon serie A, nel frattempo introdotte.

Col tempo il sistema di avanzamento motorizzato e comando a distanza della Canon F1 Old divenne pertanto assolutamente adeguato, completo e in grado di competere ad armi pari col corredo della rivale Nikon F2.

 

 

Tornando per un momento ai dorsi con sovrimpressione dati, questi dispositivi prevedevano matrici luminescenti ed erano più avanzati del corrispondente e complesso modello per Nikon F2, che doveva utilizzare un microscopico lampeggiatore elettronico al suo interno per impressionare le informazioni sul film, mentre Canon era all’avanguardia con i pannelli dotati di matrici a fosfori luminosi sviluppate per le sue calcolatrici elettroniche portatili, già sul mercato a fine anni ’60, tuttavia la scelta dei dati applicati alle 3 ghiere di comando del modello Data Back F qui illustrato è curiosa, perché nella seconda, dedicata ai mesi, sono comunque presenti numeri da 1 a 31 esattamente come nella terza dedicata ai giorni…

In questa illustrazione di brochure, nella quale compaiono anche i nuovi Motor Drive MF e Power Winder F, potete osservare anche l’adattatore Flash Coupler D che veniva applicato sulla slitta a coda di rondine dotata di contatti e collocata nell’area del nottolino di riavvolgimento film, un accessorio fornito di slitta standard ISO e contatto caldo che consentiva di applicare lampeggiatori convenzionali (sulla falsariga della slitta AS-1 utilizzata sui corpi Nikon); nell’immagine si può anche apprezzare il grande Speedlite professionale a torcia che veniva alimentato a 12v tramite il Battery Case 500 con cinghia a tracolla oppure utilizzando la classica Battery Case con batterie ricaricabili NiCd 500FZ o a secco tipo AA; quest’unità alimentava il lampeggiatore con il cavo connesso all’uscita a 12v e tale era la specializzazione del sistema F1 Old che per questo porta-batterie, utilizzato anche per il motore, era previsto addirittura un contenitore ausiliario isolante per climi freddi; per finire il discorso dei lampeggiatori, nel sistema era compreso anche un Ring Flash anulare per riprese macro specialistiche, e utilizzando 4 obiettivi FD equipaggiati con il relativo pin anteriore (2 da 35mm e 2 normali da 50mm) era possibile utilizzare il sistema CAT introdotto nel 1969 per definire l’esatta apertura necessaria col flash (in questo caso lo speciale 133D) in funzione della distanza di messa a fuoco impostata.

Per quanto riguarda la struttura del Motor Drive Unit originale, ho individuato un brevetto che descrive vari componenti interni e a scopo di documentazione allego a seguire i contenuti principali.

 

 

Il documento presentato costituisce la versione tedesca, mentre la richiesta prioritaria nipponica riguarda 2 differenti brevetti depositati rispettivamente in data 26 Marzo e 17 Novembre 1970; i responsabili della progettazione sono Mitsutoshi Ogiso e Hiroshi Aizawa.

Gli schemi seguenti sono complessi e richiederebbero approfondite e lunghe spiegazioni che esulano dallo scopo dell’articolo, pertanto mi limito a condividerli come documenti storici del tempo.

 

 

 

Questa prima illustrazione mostra schemi elettronici legati alla gestione del motore, evidentemente piuttosto semplici perché le funzioni correlate sono basilari.

 

 

Nel brevetto è presente anche questo schema complessivo che completa la descrizione degli elementi non meccanici.

 

 

Questi disegni comprendono anche l’unità motrice e la cascata di rinvii a ingranaggi (a destra) che occupano l’impugnatura cilindrica sotto l’unità, evidentemente progettati per garantire la massima robustezza ed affidabilità a scapito dell’ingombro.

 

 

Quest’ultima illustrazione mostra una serie di elementi meccanici con switch che vengono aperti e chiusi dai relativi movimenti; anche in questo caso si ha la percezione di componenti progettati per resistere ad un utilizzo severo.

Questo originale Motor Drive Unit, per quanto robusto e sovradimensionato, con la sua cadenza massima da 3 fotogrammi al secondo non riusciva a soddisfare le esigenze specifiche di chi dovesse cogliere il momento saliente di un’azione o evento, specie in ambito sportivo, pertanto Canon corse ai ripari con una soluzione radicale.

 

Continua nella terza ed ultima parte.

 


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2 COMMENTS

  1. Marcoooo, mi stai facendo ritornare giovaneeeee, che ricordi quando avevo la possibilità di affermare che Canon con le due mie FTb e F1 non aveva nulla da rimanere intimorita da Nikon per la meccanica… forse per qualche ottica, ma per il resto, spaziale. Grazie!

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