Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; l’apparecchio del quale parleremo oggi costituisce per vari aspetti e dettagli una delle reflex 35mm più significative  del recente passato, un modello che di fatto proiettò il brand Canon ad impersonare il ruolo di primo, credibile contendente per la Nikon F di Nippon Kogaku nel settore prettamente professionale, una nicchia fino ad allora praticamente di suo esclusivo appannaggio; la fotocamera in questione è la celebre Canon F1 Old, un apparecchio onusto di storia e gloria che merita senz’altro una profilatura.

La Canon F1 Old (così chiamata per distinguerla dalla omonima fotocamera arrivata una decina di anni dopo, detta New) venne svelata nell’Estate 1970 assieme alla baionetta di innesto evoluta tipo FD (come obiettivo impiegato per dimostrarla venne presentato un Canon FD 135mm 1:3,5, ovviamente “Chrome Nose”, prima ottica di quella serie ad apparire in pubblico) ed entrò in produzione dal Marzo 1971; la F1 Old costituiva il punto di arrivo di un lungo e certosino lavoro sotterraneo impostato a metà anni ’60 con l’ambizioso intento di creare un grande sistema reflex 35mm altamente diversificato e professionale; il target di riferimento era fin troppo ovvio e palesemente dichiarato fin dalla denominazione dell’apparecchio professionale che ne costituiva la punta di diamante, battezzata appunto F-1 con chiaro riferimento alla F di Nippon Kogaku.

La Canon F1 Old venne progettata utilizzando i migliori materiali e le più raffinate tecniche per ottenere uno strumento preciso ed affidabile in ogni condizione di utilizzo, limitando le funzioni allo stretto necessario per un professionista consumato, ovvero funzionamento manuale con esposimetro TTL accoppiato e tempi di posa da 1” a 1/2.000” + posa B; il design è volutamente sobrio con i principali comandi raggruppati sul top a destra del mirino, a portata di dita; il costante riferimento progettuale alla Nikon F è evidenziato dalla scelta di offrire la completa compatibilità per mirini, vetri di messa a fuoco, dorsi speciali e motori e viene sottolineata anche dalla particolare slitta accessoria per i lampeggiatori, posizionata a sinistra attorno al nottolino di riavvolgimento del film, autentica citazione del corrispondente corpo Nikon.

Prima dell’introduzione l’apparecchio venne lungamente testato con temperature fino a 60°C, inserendo nelle sequenze anche vibrazioni e G-shoks, ed effettuando lunghe prove di affaticamento per il corpo da solo o abbinato al Motor Drive; i risultati furono brillanti e i tecnici affermavano con orgoglio che l’otturatore poteva eseguire 100.000 scatti senza perdere la sua precisione, grazie anche alle tendine in lamina di titanio.

Stessa cura venne posta per ridurre le vibrazioni dello specchio (analizzandone il movimento con foto stroboscopiche ad altissima velocità), le riflessioni interne (intervenendo sul disegno e sui materiali passivanti), la planeità del film, la precisione nella calibratura del piano di appoggio del mirino, la silenziosità e fluidità di funzionamento (prevedendo anche cuscinetti a sfere nelle parti critiche); la F1 Old definiva realmente uno standard superiore a quello già elevato degli altri corpi Canon, passando anche per lubrificanti di altissima qualità e speciale lavorazione micrometrica nei denti degli ingranaggi per renderne più morbido l’azionamento; inoltre, per quanto l’apparecchio sembri ancora squadrato e “vecchia scuola”, per disegnare i suoi comandi vennero sfruttati i più avanzati studi su ergonomia e fisiologia umana allora disponibili.

La Canon F1 Old misura 146,7mm di larghezza, 98,7mm di altezza e 43mm di spessore per 820g di peso, valore che sale a1.180g con l’obiettivo Canon FD 50mm 1:1,4.

 

 

La livrea scelta fin dall’inizio prevede unicamente una sobria finitura nera, ritenuta più discreta e professionale, tuttavia nel tempo i fan si sono sbizzarriti e accanto a questa classica F1 Old del 1971 (con ottica FD 50mm 1;4 della prima generazione riconoscibile per la baionetta frontale cromata) possiamo ammirare alcuni pezzi alternativi e customizzati in esemplare unico dal proprietario, come una versione satinata cromo realizzata nel 1973, un esemplare placcato oro con obiettivo e paraluce coordinato e un’imprevedibile versione equipaggiata con motore e dorso bulk ad alta capacità per pellicola a metraggio rivestiti con pelle pregiata di rettile; tralasciando queste ultime 2 versioni, fin troppo kitsch, la presenza opzionale di un modello cromato a mio avviso avrebbe incontrato le preferenze di molti clienti, magari fotoamatori, per l’aspetto da classico intramontabile mutuato da tale finitura.

 

 

Alcuni anni dopo l’azienda mise a disposizione anche una tiratura limitata denominata Canon F1 Olive Drab (OD) con finitura in verde oliva militare e cinghia di trasporto coordinata, seguendo una fiammata nata chissà come che interessò, ad esempio, anche la produzione Leitz con la nota Leica R3 Safari e le relative ottiche R coordinate.

 

 

Fra le curiosità stupefacenti possiamo infine elencare questa ineffabile Canon F1 Old che qualcuno ha provveduto a smaltare con un’inaspettata finitura rossa, pelle di rivestimento compresa; il risultato sicuramente disattende in toto il principio informatore iniziale della reflex professionale discreta che non da nell’occhio.

 

 

Come accennato, la generazione di apparecchi presentati nel 1970, appunto la F1 Old e la FTb, introduceva anche la nuova baionetta di innesto tipo FD (qui l’illustrazione del relativo brevetto); la nuova baionetta con relative camme e pin consentiva la misurazione esposimetrica a tutta apertura e anche la gestione automatica del diaframma con speciali accessori (e con futuri corpi macchina dotati di esposizione a priorità di tempi e program), tuttavia la parte meccanica delle flange con relativo collare di serraggio “Breeck Lock” risultava analoga a quella utilizzata nei precedenti obiettivi serie R ed FL ed era stata presentata addirittura nel 1959, contemporaneamente alla Nikon F, pertanto era garantita la compatibilità con tutta la produzione di ottiche Canon per reflex, sia pure con limitazioni funzionali legate all’esposizione per i tipi precedenti; specificamente, con le correnti ottiche FD si aveva diaframma a chiusura automatica al momento dello scatto e misurazione esposimetrica a tutta apertura, con gli obiettivi FL diaframma a chiusura automatica al momento dello scatto e misurazione esposimetrica stop-down al valore di lavoro e con la serie R diaframma a chiusura manuale e nuovamente misurazione esposimetrica stop down al valore di lavoro.

Va quindi annotato che per anni si è magnificata la non obsolescenza della baionetta Nikon F, tuttavia anche Canon dal 1959 a fine anni ’80 ha utilizzato in pratica lo stesso attacco, decidendo poi per il taglio drastico introdotto con attacco EF che invece Nikon non volle accettare, continuando con la baionetta F fino alle mirrorless serie Z.

 

 

La Canon F1 Old vene concepita e costruita come uno strumento di precisione ed era a funzionamento squisitamente meccanico; questo schema esemplifica chiaramente la sua struttura, più simile a quello di un orologio che a quella di una fotocamera moderna, spesso assemblata con una serie di circuiti all’interno di un guscio sintetico; la fotocamera era stata prevista per operare correttamente in un ampio intervallo di temperature, considerando sia l’accoppiamento dei materiali che gli speciali lubrificanti, rendendola in grado di sopportare l’uso rude e a volte estremo al quale i professionisti spesso sottoponevano i loro apparecchi, visti come meri strumenti di lavoro subordinati alle esigenze di ripresa; sono note testimonianze di fotografi che coprivano partite di calcio invernali sotto la pioggia, mettendo di sera la loro Canon F1 Old sui caloriferi per asciugarla e riprenderla al mattino per un altro lavoro, uno strapazzo sopportato perché la macchina non era a tenuta d’acqua in pressione ma comunque progettata e costruita per essere “air-tight”, relativamente stagna.

L’esploso consente di apprezzare l’intercambiabilità di obiettivo, vetro di messa a fuoco, mirino e dorso e anche di visualizzare gli alberini su cuscinetti sui quali si avvolgevano le tendine in lamina di titanio, una prerogativa di eccellenza presa a prestito proprio dalla Nikon F che migliorava drasticamente l’affidabilità dell’apparecchio con forte umidità o in altre condizioni sfavorevoli ed è insensibile a corrosione o campi magnetici.

 

 

Il cuore della F1 Old era una leggera ma rigidissima pressofusione in lega di alluminio che costituiva il cuore di un assemblaggio modulare, con altri gruppi pre-assemblati da applicare al telaio principale, e garantiva precisi allineamenti e stabilità dimensionale.

 

 

Questo organigramma realizzato subito prima della presentazione mostra infatti la pressofusione sulla quale sono già stati montati l’otturatore con tendine a scorrimento orizzontale, i meccanismi di avanzamento e scatto e il ritardatore meccanico dell’autoscatto, mentre è chiaramente visibile il secondo modulo principale, che comprende il mirabox con specchio reflex, la sede per i vetri di messa a fuoco e l’attacco per i mirini, pronto per essere fissato al telaio principale tramite 4 viti; questa soluzione rendeva anche più semplici e veloci gli interventi di manutenzione straordinaria da parte del riparatore.

Altri elementi a complemento sono i 2 carter superiori con i comandi di avanzamento, scatto, selezione dei tempi e riavvolgimento e il mirino intercambiabile; questo documento coevo al lancio della fotocamera mostra anche gli schemi ottici dei primi obiettivi FD concepiti per la medesima, e come si può notare il sofisticato 55mm 1:1,2 AL a 8 lenti con elemento asferico e sistema flottante era contemplato e presente ab origine, sicuramente sviluppato per arricchire sin da subito un sistema dalle velleità altamente professionali con un simile pezzo da novanta.

 

 

Lo sforzo profuso nell’ambizioso programma Canon per mettere a punto in gran segreto un ampio corredo professionale a corollario della F1 Old appare chiaramente in questo organigramma complessivo, dove attorno al corpo macchina ruota un universo di accessori che partono dalla gamma di ottiche (non ancora completa, lo schema è antecedente al 1973) e passando per mirini speciali, vetri di messa a fuoco, lenti di correzione diottrica e sistemi di visione ingrandita per l’oculare, motore, vari sistemi di alimentazione anche ricaricabili, dorsi data o speciali a metraggio con bobinatrice, vari comandi a distanza ad ultrasuoni o via radio, lampeggiatori di ogni tipo (anche anulari), svariati complementi macro e micro (lenti addizionali, tubi di prolunga, soffietti, stativi, supporti distanziali, attacchi per microscopio) e persino interfacce per l’oscilloscopio; la F1 Old nasceva quindi già adulta e con le armi necessarie per confrontarsi direttamente con la Nikon F (e anche F2, presentata nello stesso anno in cui la F1 Old entrava ufficialmente in commercio), e il prezzo sovente inferiore degli obiettivi FD rispetto ai corrispondenti Nikon Nikkor costituiva il cavallo di Troia per intaccare l’affezione dei professionisti al sistema della Nippon Kogaku.

 

 

Tale versatilità di utilizzo in ogni settore viene simpaticamente sottolineata da questa illustrazione promozionale d’epoca, nella quale un trampoliere intento a fare sberleffi viene puntualmente immortalato a distanza dal fotografo comodamente seduto in poltrona grazie alla sua Canon F1 Old equipaggiata con motore, alimentazione esterna a batteria, mirino con controllo di esposizione automatica EE e dorso ad alta capacità, il tutto pilotato da un comando radio a distanza; la macchinosità del sistema è notevole, così come il relativo prezzo complessivo, tuttavia a quei tempi prestazioni del genere erano quasi fantascientifiche e fino ad allora, appunto, possibili solo con le ammiraglie Nikon.

In realtà il brand Canon non si era limitato a replicare il corredo professionale Nikon, rispondendo colpo su colpo alle relative caratteristiche ed accessori, ma aveva tratto vantaggio dagli 11 anni di ritardo per implementare la fotocamera con caratteristiche più avanzate rispetto al corpo Nikon F; in particolare, un limite insito in quest’ultima era la totale assenza di alimentazione e circuiti esposimetrici all’interno del corpo macchina: quest’ultimo nel 1959 era nato come un apparecchio squisitamente meccanico e privo di sistemi incorporati per la misurazione dell’esposizione, integrati in seguito nei mirini intercambiabili detti Photomic, una soluzione brillante che consentì anche l’evoluzione del sistema seguendo le novità del settore ma che impediva la misurazione TTL incorporata quando si utilizzavano mirini accessori di tipo diverso; Canon invece non solo integrò la lettura esposimetrica Through The Lens nella F1 Old ma sfruttò anche un posizionamento del suo foto resistore con relativo percorso ottico della luce che risultava molto originale e peculiare.

 

 

Infatti la cellula esposimetrica al solfuro di cadmio (CdS) era posizionata verticalmente dietro il telaio del vetro di messa a fuoco intercambiabile, al centro del quale era presente un settore semi-argentato rettangolare a 45° che rifletteva verso il basso parte della luce che transitava in tale zona provenendo dallo specchio reflex; quest’ultima rimbalzava sulla parte inferiore del vetro stesso (in realtà realizzato in resina acrilica) e finiva sull’elemento sensibile per determinare l’esposizione; la lettura veniva quindi eseguita interamente nell’ambito del corpo macchina, escludendo il mirino intercambiabile da qualsiasi funzione (mentre in molti casi le fotocellule venivano posizionate proprio nel mirino, ai lati del pentaprisma), e questo permetteva di esporre TTL con la visualizzazione dei relativi dati e galvanometro e campo visivo con tutti i mirini accessori previsti, compreso il semplicissimo pozzetto, una prerogativa che la Nikon F garantiva solamente con l’ingombrante Photomic (un paio di mirini per F1 Old prevedevano tuttavia proprie cellule CdS supplementari per funzioni speciali).

Questo sistema, come vedremo, era già stato utilizzato da Canon negli ultimi corpi della serie FL anni ’60, come la Canon FT QL, tuttavia fotoresistori al CdS più sensibili e anche aggiornamenti tecnici che poi vedremo meglio in dettaglio hanno consentito nei vetri della F1 Old di ridurre l’assorbimento luminoso al centro del mirino al 45% di quello previsto sulla FT QL, migliorando la luminosità di visione.

L’esposizione veniva collimata grazie alla sovrapposizione di 2 indici, uno costituito dall’ago del galvanometro (il cui posizionamento iniziale, a prescindere dalla resistenza misurata sul circuito con conseguente spostamento dell’elemento, dipendeva dal tempo di posa impostato sulla relativa ghiera che ruotava l’intera struttura) e l’altro da un riferimento la cui posizione cambiava in funzione del diaframma impostato sull’obiettivo FD; in quest’ultimo la rotazione della relativa ghiera spostava la camma n°2, facendo scorrere su un piano inclinato il supporto dell’indice mobile 3; il fotografo provvedeva poi a modificare a proprio piacimento tempi e diaframmi fino a sovrapporre i 2 indici e ottenere l’esposizione corretta.

I vetri di messa a fuoco con superficie semi-argentata consentivano una lettura a spot allargato su un settore rettangolare e definivano la misurazione su un’area della scena che non ho mai apprezzato completamente perché costituiva una via di mezzo fra un vero spot, molto più selettivo su un’area davvero ristretta, e il semi-spot Nikon, che prevedeva un’area di prevalenza centrale che poi degradava progressivamente ai bordi, garantendo anche alle zone periferiche una sia pur limitata importanza per la lettura finale, mentre nel vetro Canon la sensibilità di lettura si azzerava bruscamente uscendo dal settore rettangolare indicato nel vetro.

In pratica la macchina non consentiva in molti casi una misurazione diretta e senza patemi come nel caso del semi-spot Nikon introdotto dal Photomic Tn ma l’area risultava comunque troppo allargata per letture spot selettive, eventualmente multiple e da combinare con l’esperienza; questa condizione non venne risolta drasticamente nemmeno con la successiva Canon F1 New, perché vennero creati 3 tipi di vetro con letture differenziate Average, Partial e Spot, tuttavia la seconda coincideva con quella della F1 Old, Spot prevedeva un campo ristretto (appena 3% dell’area inquadrata) che richiedeva continue attenzioni e Average leggeva in modo un po’ troppo indeterminato su tutto il campo, senza la sufficiente prevalenza al centro come nel semi-spot Nikon che offriva il 60% della lettura in un cerchio di 12mm all’interno del fotogramma 24x36mm e il restante 40% degradando a zero verso i bordi, un compromesso che nell’uso pratico si è dimostrato funzionale nella maggioranza delle situazioni.

 

Continua lunedì prossimo con la seconda parte di tre.

 

 


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