
© Roberto Besana
A un primo sguardo questa fotografia sembra raccontare un semplice cammino. Una fila di persone percorre un sentiero che si perde verso l’orizzonte. Ma basta soffermarsi qualche istante per accorgersi che il vero protagonista non è il sentiero, né le persone, bensì la luce. Una luce così intensa da cancellare, complice la prospettiva, il punto d’arrivo. Non è la notte, eppure qualcosa rimane invisibile. L’orizzonte non scompare nell’oscurità, ma nell’abbondanza della luce stessa.
È proprio osservando questa immagine che mi è tornato alla mente il titolo di un mio commento all’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV, “La notte degli algoritmi”. L’espressione potrebbe sembrare un paradosso, perché la fotografia non raffigura affatto una notte. E forse è proprio qui che si nasconde il suo significato più profondo.
Per secoli abbiamo pensato che il progresso consistesse nell’illuminare il mondo: conoscere di più, misurare di più, calcolare di più. Oggi disponiamo di strumenti capaci di raccogliere quantità sterminate di informazioni, di riconoscere schemi invisibili all’occhio umano, di prevedere comportamenti, di suggerire decisioni. La luce della conoscenza tecnica è diventata quasi abbagliante. Eppure, proprio mentre tutto sembra sempre più visibile, le domande essenziali appaiono meno nitide che mai.
È questo, il significato della notte degli algoritmi. Non una notte fatta di oscurità, ma di un eccesso di luce. Quando ogni aspetto della realtà viene tradotto in dato, quando ogni scelta viene ricondotta a un processo di ottimizzazione, il rischio non è perdere informazioni, ma perdere orientamento. Perché esiste una differenza radicale tra guardare e comprendere, tra prevedere e predire, tra conoscere il percorso e sapere perché lo si sta percorrendo.
Le persone ritratte nella fotografia continuano ad avanzare senza poter vedere la meta. Non perché siano disorientate, ma perché ogni autentico cammino umano custodisce una parte irriducibilmente invisibile. Nessun algoritmo può anticipare il significato di una vita, nessun modello matematico può sostituire quella forma di discernimento che nasce dall’esperienza, dall’errore, dalla responsabilità e dalla libertà. Almeno, per il momento.
Quindi, la domanda decisiva non è dove conduca quel sentiero. La vera domanda è chi diventeranno quelle persone mentre lo percorrono. È la stessa domanda che ho cercato di porre nel mio commento all’enciclica: non che cosa diventeranno le macchine, ma che cosa rischiamo di diventare noi mentre impariamo a convivere con esse. La tecnologia trasforma il mondo, ma prima ancora trasforma lo sguardo con cui lo abitiamo.
Per millenni gli uomini hanno trovato la direzione guardando le stelle, piccole luci lontane immerse nell’oscurità. Oggi siamo circondati da una luminosità infinitamente più potente: schermi, dati, modelli, simulazioni, gemelli digitali e algoritmi. Ma nessuna di queste luci può indicarci il senso del viaggio. Possono illuminare il sentiero, renderlo più efficiente, più sicuro, persino più piacevole. Possono persino indicarci altri sentieri e come affrontarli. Ma ancora non possono dirci quale di essi valga la pena di percorrere e perché.
Ed è forse questo il messaggio silenzioso che la fotografia consegna a chi la osserva: la vera notte non coincide con l’assenza di luce. Comincia quando smettiamo di porci le domande che rendono umano il nostro cammino. Ed è proprio allora che, pur vedendo tutto, rischiamo di non comprendere più nulla.
ll futuro non appartiene a chi vede più lontano, ma a chi continua a chiedersi perché valga la pena camminare e la vera sfida del nostro tempo non sarà costruire algoritmi capaci di imitare l’intelligenza umana, ma custodire esseri umani capaci di interrogarsi sul significato della propria intelligenza.
Ancora una volta, non saremo ricordati per le macchine che riusciremo a costruire, bensì per l’idea di uomo che sceglieremo di difendere e la notte degli algoritmi non finirà quando le macchine sapranno fare tutto, ma quando noi avremo imparato, ancora una volta, a distinguere ciò che può essere calcolato da ciò che merita di essere vissuto. Cosa che in questo momento e indipendentemente dalla tecnologia, proprio non riusciamo a fare.
Per chi vuole approfondire, “La notte degli algoritmi”, il mio commento all’enciclica “Magnifica Humanitas” dedicato alle sfide che l’intelligenza artificiale pone alla nostra idea di persona, conoscenza e futuro, sarà disponibile tra qualche tempo su Rekh Magazine (https://pfisogni.wixsite.com/rekh-magazine/my-blog).
Paolo Foglio










