Olympus OM Zuiko 100mm 1:2 e 100mm 1:2,8

Un cordiale saluto a tutti i followers di NOCSENSEI; questo terzo articolo completa l’analisi di un ipotetico corredino Olympus OM costituito da un medio grandangolare da 28mm, un normale da 50-55mm e un medio-tele da 100mm, quest’ultimo discusso proprio nella sede odierna; ho preferito scegliere la focale da 100mm anziché quella, più classica, da 135mm perché in quest’ultimo caso i due obiettivi OM Zuiko disponibili differiscono fra loro solamente per mezzo f/stop (1:2,8 e 1:3,5), non rappresentando quindi una scelta molto differenziata relativamente a tecnica, dimensioni e costi; inoltre, ritengo che la focale da 100mm, pur rinunciando ad un certo allungo utile in alcuni circostanze, sia più versatile ed universalmente sfruttabile in vari ambiti, anche grazie ad un’apertura relativa mediamente superiore rispetto agli Zuiko da 135mm; andiamo quindi a conoscere i due obiettivi Olympus OM proposti nella focale 100mm.

 

 

Contrariamente a quanto avvenne con altre focali del sistema, gli Zuiko da 100mm non sono nati come elementi complementari e compagni di avventura per tutta la vita commerciale del corredo, differenziati per apertura ma entrambi concepiti con gli stessi principi informatori; in questo caso il modello 1:2,8, eccezionalmente compatto, venne presentato assieme al sistema OM alla Photokina di Colonia del 1972, dopo esser stato prodotto in piccola tiratura nell’estate dello stesso anno per il mercato interno giapponese con denominazione “M-System”, e per una dozzina di anni rappresentò l’unica scelta per i fotografi targati Olympus, comunque soddisfatti dal piacevole mix di prestazioni ottiche e ingombri ridottissimi ed eventualmente in grado di orientarsi sul più luminoso Zuiko 85mm 1:2 qualora fosse necessaria un’apertura superiore; dopo l’introduzione di pezzi da novanta come i vari Canon FD 100mm 1:2, Nikon Nikkor AiS 100mm 1:1,8 o Carl Zeiss Planar 100mm 1:2 T* da parte della concorrenza, anche la Olympus Corporation ritenne opportuno affiancare all’ormai classico ed apprezzato Zuiko 100mm 1:2,8 una versione più luminosa, ed approfittò del grande sforzo filetico messo in campo nel 1984 per lanciare anche l’Olympus OM ZUiko 100mm 1;2; quest’ultimo risentiva naturalmente dei cambiamenti di mercato subentrati nel frattempo, in particolare relativi alle dimensioni: se nel 1972 il sistema OM scrollò vigorosamente l’ambiente con la sua eccezionale compattezza che venne immediatamente riconosciuta come un plusvalore in grado di giustificare la scelta, dopo una dozzina di anni la sua spinta dirompente si era largamente attenuata e non costituiva più un’esclusiva, dopo che i concorrenti si erano prontamente allineati con il sistema Pentax M e le relative ottiche, le Nikon compatte della serie Ai, la Leica R4 o le Canon serie A con molti obiettivi FD new visibilmente ridimensionati; in sostanza, i tecnici non si sentirono più in obbligo di creare l’ennesimo record di compattezza e peso piuma, e preferirono andare a caccia dell’assoluto, infarcendo il nuovo Zuiko 100mm 1:2 di caratteristiche tecniche raffinate ed avanzate, ottenendo però un’ottica che ormai aveva abbandonato la via maestra della compattezza a tutti i costi, un cambio di indirizzo radicale per il marchio.

 

 

Infatti, come si può apprezzare da queste sezioni affiancate in identica scala, mentre il 100mm 1:2,8 (a destra) presenta una compattezza miracolosa e ai limiti del fattibile, il 100mm 1:2 non fa nulla per trattenere la quasi arrogante ostentazione muscolare dei suoi tanti attributi, contando più sulle prestazioni che sulle misure lillipuziane per sedurre gli appassionati.

 

 

Del resto, una montatura compatta veniva negata a priori dalle caratteristiche stesse dello schema ottico, un complesso Doppio Gauss asimmetrico a 7 elementi in 6 gruppi con 4 lenti anteriori spaziate (una delle quali ED a bassissima dispersione) e un sistema flottante che muoveva in modo asolidale le 3 lenti dietro il diaframma, compensando le aberrazioni a distanza ravvicinata, il tutto con una messa a fuoco minima spinta fino a 0,7m, valore insolito per la categoria che avvicina quasi il 100mm 1:2 all’ambito macro; di fronte ad un simile schieramento di forze, il conservativo 100mm 1:2,8 rischia di passare per Cenerentola, tuttavia il competente compromesso di aberrazioni scelto dai progettisti permette un livello di qualità soddisfacente a tutte le distanze, pur utilizzando uno schema Ernostar a 5 lenti sicuramente più semplice.

Proprio per la sua vocazione a classico medio-tele del sistema, priva di alternative per lustri e molto diffusa e conosciuta fra i clienti, in questo caso descriverò prima la versione meno luminosa, iniziando proprio dallo Zuiko 100mm 1:2,8.

 

 

L’OM Zuiko 100mm 1:2,8 è un obiettivo cardine del sistema, prodotto praticamente per tutta la sua parabola di vita attiva; lo schema Ernostar a 5 lenti con l’originale soluzione del quarto elemento divergente anziché convergente e il posizionamento dell’elemento posteriore praticamente a livello della baionetta, senza uno spazio retrofocale inutilmente abbondante, ha consentito di produrre un obiettivo di compattezza sbalorditiva, in molti casi pari o superiore a quella del normale 50mm 1:1,4 di certi concorrenti; dopo la preserie “M-System”, l’obiettivo entrò regolarmente in produzione nel 1972 con la caratteristica livrea “chrome nose” e due filetti anteriori cromati, come nell’esemplare illustrato, passando in seguito ad un barilotto completamente nero.

L’obiettivo prevedeva inizialmente un rivestimento antiriflesso semplice, non multicoating, e questa caratteristica fu mantenuta per quasi 10 anni, nel corso dei quali si finalizzò la maggior parte della produzione, che complessivamente supera i 200.000 esemplari; nel Dicembre 1981 Olympus introdusse una miglioria all’antiriflessi multistrato “MC”, comunque presente fin dal 1972 su certi modelli selezionati, presentando il nuovo “NMC” e in tale occasione convertì al nuovo trattamento, piu’ efficace, alcuni obiettivi prodotti dall’origine con rivestimento “SC”, fra i quali anche il 100mm 1:2,8; pertanto le ultime serie di tale obiettivo prevedono questo trattamento “NMC” avanzato, tuttavia anche le versioni precedenti producono immagini piacevoli e sufficientemente contrastate, magari montando un paraluce e/o schermando la lente con l’ombra di una mano.

Non sono note le ragioni ufficiali per cui la Olympus Corporation, sebbene disponesse della tecnologia “MC” fin dal lancio alla Photokina 1972, abbia deliberatamente scelto di non applicarla a vari obiettivi del nuovo corredo OM, ivi compresi anche modelli critici come lo zoom 75-150mm 1:4 a 15 lenti; osservando come nella gamma dei grandangolari le versioni top di gamma più luminose fossero “MC” ab origine mentre le corrispondenti focali meno luminose e più economiche fossero “SC”, sembra quasi che l’azienda abbia utilizzato le tipologie di antiriflesso come elemento per differenziare meglio la gamma sul mercato, una scelta che personalmente non condivido (a partire dal 1972 il rivestimento multistrato fu rapidamente adottato da tutti e un obiettivo “SC” veniva visto come obsoleto o economico), tuttavia occorre aggiungere che nessun obiettivo Olympus con rivestimento “SC” presenta in realtà un flare o riflessioni interne insoddisfacenti.

Naturalmente l’estetica del 100mm 1:2,8 replica i classici attributi delle ottiche OM e, nonostante la grande compattezza, la caratteristica ghiera del diaframma in posizione anteriore rende i comandi decisamente maneggevoli.

 

 

In questa immagine riprodotta da una brochure anni ’70 ho messo in evidenza i tre obiettivi meno luminosi e più compatti protagonisti di questa serie di articoli, cioè gli Zuiko 28mm 1:3,5, 50mm 1:1,8 e 100mm 1:2,8, ed è possibile apprezzare lo straordinario contenimento delle dimensioni operato da Olympus, considerando che ad inizio anni ’70 gli obiettivi del tempo erano decisamente più ingombranti e pesanti: questo permetteva al fotografo targato Olympus di muoversi facilmente con un corredo completo senza ricorrere al chiropratico dopo un’intensa giornata di lavoro.

 

 

Questa scheda allegata alla documentazione fornita negli anni ’70 ai rivenditori ufficiali mostra un esemplare “chrome nose” e descrive i punti di forza da sottolineare col cliente: dimensioni e peso analoghi a quelli di un obiettivo standard convenzionale, elevato potere risolvente, sfuocato piacevole (come evidente corollario della maggiore focale con ridotta profondità di campo) e aberrazioni sotto controllo che consentono ottima qualità anche a distanze ridotte: questo elemento è sicuramente importante perché un medio-tele come questo si sfrutta sovente anche nel ritratto e nella ripresa di dettagli architettonici e piccoli oggetti, pertanto una buona resa a distanze ridotte è benvenuta; a tale proposito, la scheda avrebbe anche potuto sottolineare la prospettiva più piacevole e compressa garantita dalla focale doppia rispetto al normale, tuttavia forse si trattava di un concetto già troppo avanzato per il cliente-tipo previsto in negozio; l’obiettivo montato sul corpo OM-1, anch’esso famoso per le ridottissime dimensioni, costituiva un complesso di inimitabile compattezza e maneggevolezza.

 

 

Come di consueto, il retro della scheda presenta un paio di foto dell’obiettivo con le relative didascalie che illustrano le varie funzioni, la sezione con lo schema ottico e la tabella per la profondità di campo nelle varie condizioni.

 

 

All’esordio del sistema era stata creata anche una brochure di piccolo formato e questa è la pagina relativa al 100mm 1:2,8; anche questo documento descrive gli stessi elementi già magnificati dalla scheda precedente, aggiungendo però l’annotazione relativa alla prospettiva più gradevole e anche all’uso dei comuni filtri da 49×0,75mm.

L’OM Zuiko 100mm 1:2,8 misura 48mm di lunghezza per 60mm di diametro e pesa 230 grammi; l’elicoide di fuoco a movimento rettilineo consente di scendere fino alla distanza minima di 1 metro, sufficiente per l’uso previsto (campo ripreso: 19 x 29 centimetri), e il diaframma ad iride esagonale è gestibile su valori compresi fra 1:2,8 ed 1:22 con arresti a scatto sui valori interi; il 100mm 1:2,8 non prevede un paraluce incorporato ed occorre applicare il relativo accessorio, in gomma con attacco a vite.

 

 

Il pamphlet d’istruzioni allegato all’obiettivo riporta annotazioni dello stesso tenore; è interessante notare che questo documento venne fornito con un esemplare prodotto dopo il Dicembre 1981, quindi già aggiornato al nuovo antiriflessi multicoating che viene giustamente sottolineato nel testo, dopo anni in cui lo stesso obiettivo si era accontentato di un rivestimento semplice.

 

 

La sezione meccanica sottolinea la progettazione ingegnosa, con lo schema ottico concepito in modo da collocare l’elemento posteriore nella posizione più arretrata possibile, permettendo di ridurre lo sbalzo ad appena 48mm, e il barilotto provvisto di ben 4 light baffles interni, inseriti per impedire la riflessione di luci parassite sulla superficie interna nel lungo percorso fra la quarta e la quinta lente, migliorando il contrasto a tutta apertura.

Dal punto di vista meccanico, il 100mm 1:2,8 fu caratterizzato da una vita utile così lunga e da numeri di produzione così elevati che è quasi scontato aspettarsi alcuni aggiustamenti introdotti in corsa durante la serie, anche se in questo caso gli affinamenti furono introdotti praticamente tutti passando dalla preserie “M System” dell’estate 1972 ai primi esemplari di normale produzione, evidentemente dopo aver provato estensivamente sul campo le versioni “M” per scovare difetti di gioventù.

 

 

Ad esempio, osservando due esplosi meccanici, il primo dei quali relativi alla preserie “M-System” e il secondo alla produzione successiva, comprendente anche gli obiettivi “NMC” creati dopo il Dicembre 1981, si può notare che alcuni elementi relativi alla ghiera e all’iride del diaframma risultano modificati, così come la terza lente (L3), che nel primo esploso appare pre-assemblata in una ghiera, nel secondo foglio risulta invece libera; vediamo in dettaglio le modifiche introdotte.

 

 

In questo schema osserviamo che elementi relativi al diaframma e al fulcro delle sue lamelle sono stati oggetti di modifiche micrometriche e certamente note solo ai tecnici dei laboratori di assistenza.

 

 

Nel secondo schema sono invece descritte in dettaglio modifiche apportate al comando del diaframma e alla relativa ghiera; come già specificato altrove, questi elementi sono quelli più diffusamente aggiornati in tutta la serie di OM Zuiko di prima generazione.

 

 

L’ultimo elemento che distingue la preserie “M-System” dagli esemplari successivi riguarda le lenti: come accennato in precedenza, la terza lente del primissimo tipo era incastonata in un supporto metallico, mentre negli esemplari di serie essa è libera e, per mantenere la corretta spaziatura, fra L2 ed L3 è stato introdotto un distanziale ed è stata anche modificata la ghiera che sostiene L4, permettendogli di accogliere l’elemento libero L3 in una sede opportuna.

Lo schema ottico dell’OM Zuiko 100mm 1:2,8 venne calcolato da Jihei Nakagawa con il supporto di Sumio Nakamura; di Jihei Nakagawa e della relativa levatura ho già accennato nell’articolo dedicato agli OM Zuiko normali, si può solo aggiungere che questo luminare dell’ottica progettò molti obiettivi Zuiko che facevano parte del corredo iniziale, spaziando dal fisheye circolare 8mm 1:2,8 al supertele da 1000mm 1:11.

 

 

La richiesta del relativo brevetto prioritario giapponese (qui illustrato dopo aver riassunto gli elementi più significativi del documento) fu depositata il 10 Aprile 1971 e si tratta di un progetto interessante perché era modulare: in pratica, lo stesso schema di base con i relativi principi teorici fu applicato a 3 teleobiettivi OM Zuiko (100mm 1:2,8, 135mm 1:2,8 e 180mm 1:2,8, quest’ultimo effettivamente calcolato da Tadashi Kimura nel 1975 ma sfruttando gli stessi capisaldi), ottimizzando così risorse, tempi e costi di sviluppo e adeguando di volta in volta il calcolo e i vetri usati alle specifiche esigenze di quella focale ma conservando il palinsesto di base.

La struttura utilizza 5 elementi in 5 gruppi e si basa sul noto schema tipo Ernostar, tuttavia i progettisti introdussero una nota personale, rendendo divergente la quarta lente mentre i restanti elementi sono convergenti; questo schema è molto idoneo ad ottenere un elevato potere risolvente su un angolo di campo ridotto, sebbene mantenga con focali lunghe una certa aberrazione cromatica, specie utilizzando solo vetri ottici convenzionali, come in questo caso.

 

 

I classici schemi tipo Ernostar tele a 4 lenti solitamente sfruttavano 2 vetri Dense Crown anteriori (con media rifrazione e dispersione contenuta) e 2 Dense Flint posteriori (con alta rifrazione ed alta dispersione); nello Zuiko 100mm 1:2,8 Nakagawa e Nakamura hanno introdotto una maggiore sofisticazione per ridurre l’ingombro mantenendo un’elevata correzione: l’obiettivo prevede quindi un vetro Dense Crown tipo SK5 in L1, un Phosphate Crown ai metafosfati con dispersione contenuta in L2, un Dense Flint al bario BaSF7 con alta rifrazione e media dispersione in L3 e due Dense Flint SF ad altissima rifrazione ed alta dispersione in L4 ed L5, in modo da finalizzare la correzione e contenere l’aberrazione cromatica pur riducendo il cosiddetto “telephoto ratio” e rendendo lo schema così compatto grazie al suo arretramento rispetto al piano focale; incidentalmente, la principale differenza nello schema analogo sfruttato per lo Zuiko 135mm 1:2,8 consiste nell’utilizzo per gli elementi L4 ed L5 di due vetri Dense Flint di tipologia differente, mentre nel 100mm 1:2,8 appartengono allo stesso tipo.

Nonostante l’incredibile compattezza, questo medio-tele garantisce una risolvenza elevata e, ad aperture centrali come 1:5,6 e 1:8, il rendimento è molto soddisfacente su tutto il campo, con un buon contrasto, prestazioni largamente conservate anche a distanze brevi; la nitidezza inferiore ma comunque buona anche a tutta apertura consente di eseguire ritratti isolando lo sfondo, il tutto sfruttando un obiettivo quasi lillipuziano e dovendo mettere in conto soltanto un accenno di aberrazione cromatica, peraltro difficilmente percettibile in condizioni normali.

 

 

Come di consueto segnalo a titolo di curiosità l’ineffabile versione OM Labor, ottenuta revisionando integralmente esemplari usati e rimuovendo la finitura nera d’origine per donare all’obiettivo un’inedita finitura satinata.

 

 

Passando al modello più luminoso e prestigioso, sicuramente nella sua concezione l’azienda ha avvertito la pressione dei modelli lanciati dalla concorrenza e rapidamente divenuti famosi per la loro qualità, in particolare il Carl Zeiss Planar 100mm 1:2 T* per Contax-Yashica, presentato nel 1981 e rinomato per le sue prestazioni; in realtà, nonostante il 100mm 1:2 OM Zuiko sia effettivamente arrivato solo nel 1984, la genesi ideale di questo modello, fra progetti e ripensamenti, risale alle origini stesse del sistema.

 

 

Infatti, come ho anticipato in uno specifico articolo per Nocsensei dedicato ai prototipi Olympus OM, Yoshihisa Maitani aveva ipotizzato per il futuro corredo M (poi OM) un parco obiettivi ancora più vasto e articolato; se osserviamo questo organigramma parziale ricavato dalla brochure del sistema M prodotta a inizio 1972, troviamo l’ipotesi per addirittura 16 teleobiettivi Zuiko a focale fissa: si trattava davvero di troppa carne al fuoco e, scemato l’entusiasmo iniziale, prima del lancio mondiale alla Photokina 1972 il programma venne drasticamente ridimensionato, derubricando dalla produzione ben 7 modelli: 1200mm 1:14, 800mm 1:9, 500mm 1:5,6, 400mm 1:4,5, 300mm 1:6,3, 160mm 1:3,5 e, appunto, un 100mm 1:2; pertanto il 100mm luminoso era nelle intenzioni della Casa ancora prima di commercializzare dei primi prodotti OM.

 

 

Questo 100mm 1:2 ante litteram non era solamente un vago progetto nelle intenzioni del management: infatti, il 14 Febbraio 1974, Toru Fujii depositò la richiesta di brevetto giapponese proprio per un obiettivo Olympus con tali caratteristiche, basato su uno schema gaussiano asimmetrico a 6 elementi in 6 gruppi; tale obiettivo utilizzava solo vetri convenzionali e comuni e, apparentemente, risentiva di una certa aberrazione cromatica; in ogni caso anche questo modello rimase lettera morta, dimostrando comunque che un OM Zuiko da 100mm luminoso è stato sempre presente nei piani aziendali e ben prima della commercializzazione del modello definitivo del quale stiamo parlando.

Peraltro, questo OM Zuiko 100mm 1:2 del 1984 svela solo la punta dell’iceberg nelle intenzioni della Casa, perché alcuni anni dopo, nel 1988, il progettista Aoki definì il brevetto per uno Zuiko 85mm 1:1,4 con lente “gradient index” (indice rifrattivo variabile all’interno della sua fusione) mostrato come prototipo in Photokina, bissando poi nel 1991 con un ulteriore brevetto per uno Zuiko 85mm 1,4 con elemento in fluorite e sistema flottante; a seguire, nel 1992, il progettista Takada depositò la richiesta di brevetto giapponese per due medio tele altrettanto sofisticati: un 85mm 1:1,4 con vetro ED e sistema flottante e un 100mm 1:1,4 con varie alternative che arrivano ad utilizzare fino a 10 lenti, con elementi asferici e in fluorite, oltre al flottaggio di parte dello schema; questi progetti avrebbero portato alle estreme conseguenze la lunga rincorsa Olympus al medio-tele luminoso definitivo, tuttavia a quei tempi il sistema OM aveva perso il treno dell’autofocus (mai sviluppato concretamente per corpi macchina professionali e con una gamma di ottiche AF adeguatamente ampia) ed era in fase calante, quindi probabilmente fu ritenuto che modelli così sofisticati e costosi non avrebbero avuto il ritorno commerciale necessario, e rimasero solo sulla carta; alla fine l’unico testimone di tanta tensione ideale e impegno tecnico è lo Zuiko 100mm 1:2 protagonista di questo articolo.

 

 

Lo Zuiko 100mm 1:2 fu parte dell’ultimo, grande sforzo compiuto da Olympus nel 1984 per aggiornare ed implementare il sistema OM prima di arrendersi all’evidenza che la rapida rivoluzione dell’autofocus l’aveva fatalmente allontanata dal baricentro del mercato, rendendo antieconomici ulteriori sviluppi e aggiunte importanti; in quell’anno arrivarono la OM-2 Spot program, il nuovo Motor Drive 2 aggiornato ed ottiche professionali e di prestigio come gli Zuiko 24mm 1:3,5 Shift, 100mm 1:2, 180mm 1:2 ED, 250mm 1:2 ED e 350mm 1:2,8 ED; il fatto di essere arrivato tardi, quando il climax del sistema era ormai passato, proponendo un prezzo di listino ed ingombri ben maggiori rispetto al classico e affermato 100mm 1:2,8, fecero del 100mm 1:2 un obiettivo di nicchia, per appassionati del ritratto a luce ambiente, e anche la documentazione originale Olympus nel quale sia illustrato o descritto è decisamente scarsa; questo advertising statunitense di metà anni ’80 è uno dei rari esempi in cui compare l’obiettivo in questione, qui abbinato ad una OM-2 SP lanciata lo stesso anno.

 

 

In questo dettaglio di una foto di gruppo del corredo OM Zuiko diffusa nelle ultime fasi commerciali del sistema sono illustrati entrambi gli obiettivi da 100mm, ed è facile osservare come per il nuovo modello si fossero ormai abbandonate le velleità di compattezza.

 

 

Le caratteristiche tecniche del modello sono descritte in questa tabella allegata alla brochure della Olympus OM-4; rispetto allo Zuiko 100mm 1:2,8, il 100mm 1:2 passa da 5 lenti in 5 gruppi a 7 lenti in 6 gruppi ed il suo iride prevede 8 lamelle e consente di impostare valori compresi fra 1:2 e 1:22 con arresti a scatto su valori interi; la lunghezza passa da 48mm a 72mm e il peso da 230 grammi a ben 500; come annotato nello schema, lo Zuiko 100mm 1:2 si avvale di un sistema flottante di compensazione a distanze ravvicinate e questa prerogativa è senz’altro utile perché questa versione luminosa consente di scendere fino a 70 centimetri dal soggetto, ponendosi in posizione intermedia fra il 100mm 1:2,8 (1 metro) e lo specialistico macro 90mm 1:2 (0,4 metri) e permettendo di inquadrare dettagli decisamente ravvicinati; l’obiettivo prevede un corto paraluce telescopico incorporato e l’ingombrante lente frontale ha imposto di passare a filtri da 55×0,75mm; sebbene il dettaglio non venisse sbandierato da Olympus con sigle o proclami ufficiali, lo Zuiko 100mm 1:2 utilizzava una lente in vetro ED a bassissima dispersione, e costituisce quindi anche ora uno dei rarissimi casi in cui tale materiale è stato utilizzato in ottiche medio-tele da ritratto.

Trattandosi di un’aggiunta tardiva al sistema (ne furono prodotti circa 7.000 esemplari in tutto), la meccanica dello Zuiko 100mm 1:2 non registrò modifiche o aggiornamenti in corsa; gli esplosi meccanici ufficiali consentono tuttavia di apprezzare le raffinatezze che l’obiettivo cela al suo interno.

 

 

In questi schemi ho evidenziato le 7 lenti che costituiscono il gruppo ottico (la seconda delle quali in vetro ED) e gli elementi che consentono il flottaggio automatico focheggiando a distanze brevi; in questo caso Olympus ha sfruttato una soluzione molto originale perché, per flottare le 3 lenti posteriori (un doppietto collato e un elemento singolo), anziché utilizzare un elicoidale secondario ha preferito sfruttare un sistema analogo a quello impiegato negli zoom per spostare i gruppi durante la variazione di focale: è infatti presente un castone che accoglie gli elementi ottici sul quale vengono avvitati dei pivots cilindrici che si trovano all’interno di asole ricavate in una ghiera coassiale; durante la messa a fuoco questa ghiera ruota e la sagoma delle relative asole sposta avanti e indietro i 4 pivots collegati al castone delle lenti, movimentandole quindi avanti e indietro in modo asolidale rispetto al resto dello schema ottico; questo metodo garantisce un vantaggio rispetto al sistema elicoidale convenzionale: mentre quest’ultimo prevede una corsa costante, nel caso dello Zuiko il particolare profilo delle asole consente di modificare la corsa del modulo nelle varie fasi della rotazione, accentuando o limitandone il movimento e creando quindi una correzione asimmetrica a varie distanze di fuoco.

 

 

Lo schema ottico dell’OM Zuiko 100mm 1:2 fu calcolato da Yoshiaki Horikawa e Toshihiro Imai; Imai-San è un altro nome di prima grandezza nel panorama Olympus e dobbiamo alle sue competenze il progetto di obiettivi famosi come gli Zuiko 28mm 1:2,8, 50mm 1:1,2, 85mm 1:2 primo e secondo tipo e anche il 38mm 1:2,8 montato sulla compatta Olympus XA; la tormentata teoria di ripensamenti che costella la storia del 100mm Olympus luminoso si può intuire anche dai dati di brevetto: infatti la richiesta di registrazione prioritaria giapponese fu depositata l’8 Dicembre 1980 ma l’obiettivo entrò effettivamente in commercio soltanto nel 1984, nonostante il progetto di Horikawa e Imai fosse già definitivo e non siano state introdotte modifiche a posteriori rispetto al brevetto.

Nel documento (in questo caso la versione statunitense richiesta il 7 Dicembre 1981) si può osservare il sofisticato schema ottico Doppio Gauss a 7 elementi in 6 gruppi con 4 elementi anteriori spaziati ad aria e un doppietto collato dietro al diaframma; la presenza della lente in vetro ED a bassissima dispersione è confermata dai dati grezzi dello schema, nei quali il secondo elemento prevede un vetro con indice di rifrazione 1,497 e numero di Abbe – altissimo – pari ad 81,6, ovvero le tipiche caratteristiche di tale materiale; i diagrammi aberrazionali preconizzano un obiettivo molto corretto, con aberrazioni praticamente assenti nel primo quarto di semidiagonale del formato.

 

 

Lo schema ottico prevede il citato elemento in vetro ED ai fluoruri e fluoro-fosfati a bassissima dispersione (Sumita PFK80 in L2), tre elementi in vetro lanthanum Crown agli ossidi delle Terre Rare con favorevole rapporto rifrazione/dispersione (Sumita LaK12 in L1, Sumita LaK7 in L3 e Sumita LaK14 in L6) e altri tre realizzati con vetro Dense Flint ad alta rifrazione ed alta rifrazione (Sumita SF7 in L4, Sumita SF7 in L5 e Sumita SF1 in L7); troviamo quindi uno schema a 7 lenti con un elemento ED, tre agli ossidi delle Terre Rare e un sistema flottante che modifica lo spazio all’altezza del diaframma: un impressionante tour de force tecnologico per un “semplice” 100mm che, all’epoca, ne facevano il modello più sofisticato disponibile; sembra inoltre che il 1984 sia stato un anno in cui l’Azienda ha finalmente deciso di sfruttare il vetro ED 497816: infatti in quell’anno venne utilizzato in ben 4 obiettivi OM Zuiko lanciati simultaneamente (questo 100mm 1:2 e la terna di supertele luminosi professionali da 180mm 1:2, 250mm 1:2 e 350mm 1:2,8).

 

 

Anche in questo caso, a titolo di curiosità, segnalo la versione modificata da OM Labor con finitura satinata, ottenuta fresando quella originale nera.

L’appassionato attuale che intenda costruirsi un piccolo corredino Olympus OM vintage e abbia definito la focale da 100mm come opzione tele si trova quindi davanti alla scelta fra questi due modelli, una decisione complessa per varie ragioni, la prima economica: il raro e ricercato Zuiko 100mm 1:2, la cui produzione corrisponde ad un trentesimo di quella del modello 1:2,8, vanta un appeal indiscreto ma costa mediamente anche 4 o 5 volte in più, arrivando a cifre che consentono di acquistare un medio-tele di alta gamma attuale; il 100mm 1:2,8 è oggi un ottimo value for money: piccolissimo e leggero, e tuttavia ben costruito e con elicoide fluido e preciso anche dopo decenni, garantisce una nitidezza sufficiente per qualsiasi esigenza reale e consente di portarlo con sé in qualsiasi circostanza, scattando senza dare nell’occhio con un obiettivo di aspetto innocuo; per contro, vividezza cromatica e contrasto non sono straordinari e il bokeh, sebbene non sgradevole, manca un po’ di carattere.

Lo Zuiko 100mm 1:2 è una scelta che comporta un cambio di rotta abbastanza radicale: l’esposizione economica è decisamente importante per un 100mm vintage giapponese e il proprietario deve poi fare i conti con mezzo chilo di medio-tele ingombrante come grosso agrume; in cambio però ha in mano un utensile molto versatile e anche votato alla ripresa ravvicinata, grazie alla messa a fuoco insolitamente estesa e alla presenza del sofisticato sistema flottante di compensazione; il complesso schema ottico con lente ED garantisce un’ottima correzione dell’aberrazione cromatica laterale e produce un contrasto e una vividezza cromatica di stampo moderno; la grande apertura sfruttata nel ritratto consente di isolare completamente il soggetto dallo sfondo, che risulta cremoso e piacevolmente sfuocato, generando un adeguato senso di tridimensionalità; è quindi un rendimento più raffinato anche se, a ben vedere, un po’ privo di quella secchezza di dettaglio vecchio stile del 100mm 1:2,8 che produce a sua volta una soddisfacente impressione di nitidezza, semplicemente perseguendola con strumenti diversi; per chi lavori spesso in luce ambiente e si dedichi soprattutto al ritratto il 100mm 1:2 è uno strumento perfetto che permette di assecondare le scelte creative del fotografo, con prestazioni assimilabili a quelle del celebre ma solitamente inarrivabile Planar 100mm 1:2 e l’aggiunta di elemento ED e sistema flottante, assente nello Zeiss; chi invece non abbia specifiche e pressanti esigenze di ripresa in available light e non abbia necessità di isolare drasticamente il soggetto a fuoco dallo sfondo può benissimo convolare a nozze con il più economico 100mm 1:2,8 che, magari diaframmato di 2 o 3 stop, saprà farlo felice.

 

 

Al termine di questa trilogia di articoli dedicati al corredo minimale Olympus OM vorrei congedarmi con sorriso mostrando l’analogia fra questo franchising di abbigliamento femminile da poco comparso sulle scene e la classica denominazione delle ottiche OM; la prima volta che mia moglie entrò assieme a me in uno dei relativi negozi, osservando l’insegna, non potei esimermi da commentare: “bene, per gente come noi che ha in casa decine di ottiche OM Zuiko è cosa buona e giusta entrare a far compere da Zuiki!”

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

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