©Roberto Besana
Esiste un momento, rarissimo, in cui il tempo smette di essere un distruttore e diventa uno scultore. Non cancella: seleziona. Toglie il superfluo, consuma le superfici, lascia emergere l’essenziale. È così che alcune opere cessano di appartenere all’epoca che le ha generate e cominciano ad appartenere a tutte le altre.
La maggior parte di ciò che costruiamo nasce per rispondere ai bisogni del presente. Alcune opere, invece, finiscono per interrogare il futuro. Non chiedono semplicemente di essere ammirate. Chiedono di essere all’altezza della loro durata.
Per questo certi luoghi non sono semplicemente antichi bensì contemporanei di ogni generazione che li attraversa. Hanno visto imperi nascere e dissolversi, religioni succedersi, guerre incendiare il mondo, tecnologie promettere di cambiarlo per sempre. E sono ancora lì, immobili, mentre tutto il resto continua a passare.
Davanti al Partenone non si prova davvero la sensazione di osservare il passato. Si avverte qualcosa di molto più sottile, quasi inquietante: è il passato che misura il nostro presente. E ci domanda, in silenzio, quale delle opere che oggi consideriamo straordinarie sarà ancora capace di parlare a qualcuno tra altri duemilacinquecento anni. Il tempo è il recensore più severo della storia. Non scrive articoli, non assegna premi, non segue le mode. Aspetta. E poi decide cosa merita di attraversare i secoli.
Ci preoccupiamo di costruire sistemi intelligenti, città intelligenti, fabbriche intelligenti. Ma l’intelligenza di una civiltà non si misura soltanto dalla complessità di ciò che riesce a creare. Si misura dalla capacità di lasciare qualcosa che continui ad avere senso quando i suoi inventori saranno ormai polvere.
Ma il tempo non seleziona soltanto le opere. Seleziona anche i valori. Perché una civiltà non viene giudicata soltanto da ciò che costruisce, ma anche da ciò che decide di proteggere e dai principi con cui sceglie di difenderlo.
È forse questa una delle domande più difficili del nostro presente: riuscire ancora a distinguere tra protezione e sopraffazione, tra difesa e vendetta, tra il diritto alla sicurezza e la tentazione di trasformare il dolore subito in una giustificazione senza limiti.
Le vicende drammatiche che attraversano il nostro tempo mostrano una frattura inquietante ed ipocrita del nostro sguardo morale: troppo spesso gli stessi comportamenti vengono giudicati con criteri diversi a seconda di chi li compie e di chi li subisce. Ciò che in un caso viene definito legittima difesa, in un altro viene bollato come terrorismo; ciò che per alcuni è legittima resistenza, per altri è violenza criminale.
Questa asimmetria del giudizio rivela una crisi più profonda: la difficoltà, forse la rinuncia, ad applicare principi universali quando cambiano i protagonisti della storia. Una civiltà non dimostra la propria forza soltanto quando difende ciò che ama, ma quando riesce a farlo senza perdere il senso del limite, senza trasformare il dolore in una licenza, senza permettere che il valore della vita dipenda dal nome, dalla bandiera o dalla parte in cui ci si trova. Chi ha conosciuto l’abisso della disumanizzazione dovrebbe essere tra i primi a riconoscerlo quando ricompare sotto altre forme. Il dolore subito non può trasformarsi in una chiave che apre la porta alla stessa logica di sopraffazione da cui quel dolore è nato e la vera vittoria sulla barbarie non consiste soltanto nel sopravvivere ad essa, ma nel non diventare mai ciò che si è combattuto.
Le pietre del Partenone non sono sopravvissute per caso. Ogni generazione ha scelto che meritassero di essere difese. Non perché fossero semplicemente pietre, ma perché rappresentavano qualcosa che andava oltre loro stesse.
Ed è questa la domanda che il Partenone consegna a noi: cosa, oggi, riteniamo davvero degno della stessa difesa?
Per questo il Partenone non è soltanto un capolavoro dell’architettura. È il risultato di una selezione durata venticinque secoli. Ogni pietra racconta che la vera innovazione non è stupire i contemporanei, ma riuscire a parlare con persone che non sono ancora nate.
Davanti a lui la domanda cambia. Non è più: che cosa siamo capaci di costruire?
Diventa: che cosa, di ciò che stiamo costruendo oggi, sarà ancora capace di costruire noi?
Paolo Foglio










