di Loredana De Pace | Studio CAOS e Raffaele Sperandeo
Per l’edizione 2025 del Paris Photo, lo Studio CAOS ha partecipato alla fiera con un inviato d’eccezione, il fotografo Raffaele Sperandeo, che ha visitato gli stand, conversato con galleristi e autori, e condiviso con me le sue riflessioni. Quel che segue, dunque, è il melting-pot delle idee su cui abbiamo basato il nostro confronto e le considerazioni riguardanti l’appuntamento annuale con la fiera francese.
Anche a Paris Photo tornano la materia, il collage, l’analogico, quindi la fotografia scattata in pellicola, tornano sulle pareti degli stand le immagini realizzate in camera oscura e altresì le opere uniche. Un trend, questo, annunciato e già espresso anche da altre fiere internazionali di fotografia di pari livello.
Il corpo dell’immagine torna a essere materico, in una sorta di rivalsa della sua fisicità che vuole tornare ad essere lenta come una volta, spesso irripetibile, ancora più spesso piena di “errori”, imprecisioni volute e “incidenti” di lavorazione che rendono unica l’opera fotografica.
Questo orientamento segna, per il linguaggio della fotografia, un evidente bisogno di tornare alla natura originaria di quella che potremmo chiamare “la logica degli alogenuri d’argento”, ossia una logica artigianale, che disvela l’immagine attraverso un processo manuale, gestito con sapienza e reso materia da un lavoro lento, consapevole. Così facendo, la fotografia guarda simbolicamente alla natura dell’essere umano, fatto di carne e ossa, unico, difettoso ma irripetibile.
Non è una novità assoluta, piuttosto rappresenta una conferma, un orientamento sempre più diffuso e voluto dal mercato della fotografia a livello mondiale, visto il livello delle gallerie presenti in fiera.
In parallelo al “ritorno al passato” però, la fiera rivela uno sguardo che processa il futuro, lo prospetta e lo anticipa. Infatti, Paris Photo ha dimostrato come la fotografia si stia spostando anche e sempre più verso un altrove che deve trovare ancora la sua definizione, mescolandosi con forme diverse dell’arte, diventando un oggetto sempre più ibrido, coerentemente col momento storico in cui siamo calati.
In fiera, Raffaele ha visto infatti fogli di carta fine art su cui erano stampate le immagini segnate da volontarie piegature, o ricami, oppure ritagliate o dipinte, presentate insieme a tessuti, testi, sonorità, piccoli oggetti, o infine anche proposte in forme installative. Ciò significa che la stampa vera e propria dell’immagine fine art smette di essere il punto di approdo e diventa sempre più una singola parte del processo creativo, ossia una base su cui intervenire ancora e ancora.
In tal modo, la fotografia si avvicina alla scultura, al collage, al libro d’artista. Il confine fra immagine prettamente fotografica, arte visiva e design diventa sempre più sottile, ed è proprio questo passaggio di stato a dare senso al lavoro.
In quest’ottica di commistione fra passato analogico e futuro ibridato, l’intelligenza artificiale trova la sua naturale collocazione. Dichiaratamente presente (come dev’essere), l’AI trasforma la fotografia e tutte le sue espressioni digitali in una nuova forma d’arte che deve ancora trovare la sua nomenclatura esatta, una sua specifica definizione, e deve senz’altro essere disciplinata al meglio nelle sue regole di interazione con la fotografia scattata. Tuttavia non ci sentiamo né di demonizzarla, né tantomeno di ignorarla, vista la portata immensa del suo potenziale. L’importante è che dietro la stesura dei prompt necessari a produrre con l’AI, resti sempre l’idea generatrice dell’essere umano.
Vediamo qualche esempio che, con molta accuratezza e dedizione, Raffaele Sperandeo ha raccolto per sintetizzare ciò che ha visto attraverso la voce di autrici e autori provenienti da tutto il mondo e presenti in fiera grazie al supporto delle loro gallerie di riferimento.
Melissa Schriek (Hama Gallery) usa il corpo femminile come coreografia nello spazio urbano, costruendo immagini in cui amicizia, vulnerabilità e potere appaiono come pose studiate più che semplici espressioni facciali. Strade, scale e ringhiere diventano scenografie emotive, con colori e forme pensati come grafica dei legami. Nelle ricerche recenti, il gesto pittorico entra direttamente sulla stampa, creando risultati ibridi tra fotografia e dipinto.
Alma Haser (The Photographers’ Gallery – Print Sales) parte dal ritratto classico e lo fa esplodere in oggetti tridimensionali costruiti con stampe piegate, origami e collage. I volti diventano maschere, teste poliedriche che incarnano identità frammentate e ansie contemporanee. La stampa fotografica è trattata come se fosse una scultura e manipolata fino a perdere la sua forma originaria.
Julie Cockburn (The Photographers’ Gallery – Print Sales) adotta fotografie trovate, spesso anonime, e le trasforma in superfici da ricamare e dipingere, quasi a rispondere a distanza a chi le ha scattate. I volti vengono coperti, enfatizzati, attraversati da pattern geometrici che correggono o contraddicono l’emozione originale. La memoria fotografica diventa materia viva, cucita e riscritta a mano.
Saïdou Dicko (The Photographers’ Gallery – Print Sales) lavora su silhouettes nere stagliate su tessuti, paesaggi e pattern, riducendo i corpi a ombre che parlano di storia, appartenenza e cancellazione. La sua origine Peul (legate alla fascia saheliana dell’Africa occidentale) e il ricordo infantile delle ombre tracciate a terra concorrono alla costruzione di un linguaggio fatto di pieni e vuoti. Fotografia, pittura e oggetto convivono.
Clare Strand (Parrotta Contemporary Art) con il progetto Entropy Pendulum dispone 36 fotografie d’archivio sotto un pendolo abrasivo che, lentamente, le consuma una al giorno, prima di appenderle in cornice. La macchina è insieme scultura cinetica e allegoria della vita digitale delle immagini, continuamente scrollate, salvate, degradate e riusate.
Antoni Campañà (RocioSantaCruz) emerge come ponte fra il pittorialismo degli anni Trenta e una fotografia sperimentale capace di tenere insieme forma e storia spagnole. Le sue immagini mostrano una forte consapevolezza compositiva, con la luce che porta la scena verso l’astrazione, senza perdere il contatto con la realtà.

Virxilio Viéitez (RocioSantaCruz) incarna un umanesimo rurale, radicato nella Galizia del dopoguerra, dove ogni ritratto è un piccolo contratto sociale fra fotografo e comunità. Le sue immagini restituiscono dignità e durezza nei volti senza teatralità, ma con una semplicità che non è mai ingenua.

Wang Ningde (Don Gallery) porta la fotografia al limite del medium, alternando serie costruite in camera a fotogrammi off camera. In The Deluge elementi vegetali e acqua agiscono direttamente sulla carta sensibile, producendo immagini che sembrano paesaggi post-apocalittici. In Form of Light, invece, scompone un’immagine in molti livelli di trasparenza, che solo attraverso la luce ricompongono una nuova figura.
Marine Lanier (Espace Jörg Brockmann) con Le Jardin d’Hannibal lavora sul giardino alpino come luogo di mito e crisi ecologica, mescolando immagini di piante, rocce, erbari e figure umane. Il paesaggio diventa personaggio, fragile e potentissimo, in bilico tra resistenza e sparizione. La figura di Annibale, evocata nei testi, è un fantasma che collega antiche battaglie a questa nuova guerra climatica silenziosa.
Chloé Azzopardi (Fisheye Gallery) con Non Technological Devices inventa oggetti organici che sembrano strumenti di sopravvivenza in un futuro ferito, costruiti con materiali naturali e fotografati come se fossero dispositivi high tech.

M’hammed Kilito (Loft Art Gallery) con Before It’s Gone documenta le oasi marocchine come sistemi complessi nei quali acqua, terra e comunità sono a rischio di collasso. Le sue fotografie registrano tracce di un equilibrio antico che la crisi climatica e lo sfruttamento stanno erodendo rapidamente.

Hiba Baddou (Loft Art Gallery) con Paraboles trasforma le parabole satellitari sui tetti in simboli poetici di connessione e distanza. Questi piatti, apparentemente banali, diventano antenne della memoria e della spiritualità, oltre che del segnale televisivo. Le inquadrature le isolano come costellazioni di metallo in un cielo urbano mutevole.

Alia Ali (Loft Art Gallery) in Madrugada lavora sul momento sospeso tra notte e alba come metafora delle identità in transito, usando tessuti, performance e fotografia.
Questi sono solo alcuni degli stimoli visivi emersi dalla fiera francese che suggeriamo al lettore: che sia uno stimolo per approfondire la storia dei singoli autori, delle gallerie e della storia della fiera stessa. Il quando che ne emerge rappresenta, come detto, un ulteriore tassello per comprendere in quale direzione stia andando il linguaggio della fotografia a livello mondiale, in termini estetici, di contenuto e commerciali, propri delle dinamiche che muovono un’attività fieristica, specie quelle di una fiera significativa come Paris Photo.
Ci vediamo l’anno prossimo, cara Parigi. In Italia, invece, si prepara il Mia Photo Fair BNP Paribas, la fiera internazionale di fotografia che non mancheremo di raccontare su questa piattaforma.
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