La natura ha tutto, infatti fornisce gli strumenti che servono persino alla fotografia. Alla faccia (pur apprezzandone il valore) dei pixel e dell’alta risoluzione, la natura fornisce la sua “risoluzione” attraverso la fotosintesi, ossia il suo processo chimico per mezzo del quale le piante ed altri organismi producono sostanze organiche.

Spiega Wikipedia: “Durante la fotosintesi, con la mediazione della clorofilla, la luce solare o artificiale permette di convertire sei molecole di CO2 e sei molecole d’H2O in una molecola di glucosio (C6H12O6), zucchero fondamentale per la vita della pianta.
Come sottoprodotto della reazione si producono sei molecole di ossigeno, che la pianta libera nell’atmosfera attraverso gli stomi che si trovano nella foglia”.

La forza di questo processo lo ha ben compreso l’artista di origini spagnole, Almudena Romero che il 5 marzo scorso ha inaugurato la sua personale “The Pigment Change” presso la galleria Ipercubo di Milano.
Romero come “macchina fotografica” usa la luce e la chimica del processo di fotosintesi clorofilliana, come superficie fotosensibile usa le foglie e come supporto, al posto della carta, adopera la bioresina, interamente naturale, che acquista da un fornitore francese.
La bioresina fra qualche centinaio di anni diventerà ambrata, ma anche questa lenta e meravigliosa trasformazione, concettualmente, fa parte del processo evolutivo dell’immagine.


Almudena Romero ha studiato a Londra antiche tecniche di stampa proprie del diciannovesimo secolo, e sviluppa pian piano un processo fotografico per il quale si serve quindi di foglie, luce e bioresina.
È un’autrice interessante nel panorama internazionale non tanto per la tecnica che usa, affatto nuova visto che risale alla fine dell’Ottocento, ma per il metodo personale che ha sviluppato a partire da una tecnica antica.

La mostra poi, specie l’inaugurazione, andava proprio vista! Perché? C’era un motivo in più, ossia un’immagine site specific creata con semi di crescione su cui l’autrice ha proiettato per alcune ore al buio l’immagine di sua nonna, ma non fino a completo sviluppo, solo il tempo sufficiente per farla intuire agli osservatori che l’anno ammirata, partecipato al vernissage.
Anche in questo momento la luce sta facendo sparire l’immagine che resta, e che è stata pensata volutamente non permanente. E il volto della nonna sparirà.
Filosofia, pensiero e caducità delle cose hanno un sapore orientale quasi calmante in questa bufera di immagini che devono gridare per farsi capire. Quelle di Romero invece sono delicate, impercepibili in alcuni casi, eppure arrivano a noi con fermezza attraverso scene “brevi”.

A completare e arricchire la serata del vernissage, la presenza dell’artista Francesca Carannante anche produttrice di un Cuvé Rosé pronveniente dall’OltrePo pavese. Questo Rosé con il suo colore leggero e le sue bollicine saporite hanno esaltato il sapore della natura “visibile alle pareti” con il profumo del “sentito” dal palato.
Tanto pensiero e anche un’attenzione forte all’impatto ambientale vicino allo zero del processo creativo di Almudena Romero, la bravura di artiste giovani messe in dialogo con arti differenti che collimano nel piacere di stare in un luogo dove bellezza e rispetto della natura la dicono lunga su quanto si possa fare per vivere in armonia con Creato.











