Un cordiale saluto a tutti i followers di Nocsensei; normalmente mi capita di descrivere obiettivi di pregio, rari, ad alte prestazioni o da collezione, in ogni caso di alta gamma e molto ambiti, tuttavia per le aziende molte volte il vero business non si basa su pezzi da copertina per le brochure, impressionanti ma prodotti magari in poche dozzine o centinaia di pezzi, bensì su umili cavalli da tiro, economici e dalle specifiche non esaltanti ma forniti di primo equipaggiamento con intere serie di fotocamere e quindi realizzati in quantità notevoli.

Proprio la progettazione di queste “bundle lenses” fornite a corredo chiama in causa il migliore know-how aziendale perché deve concretizzarsi un delicato equilibrio fra fattura economica e buona funzionalità/affidabilità e fra vetri/schemi ottici non esoterici e prestazioni convincenti nell’immagine finale, anche perché questi pezzi di larga diffusione costituiscono un autentico biglietto da visita sulla qualità dei prodotti offerti dal brand presso una schiera di nuovi clienti da fidelizzare.

In questa circostanza voglio quindi uscire dal seminato e parlare dello zoom tuttofare per formato APS-C Canon EF-S 18-55mm f/3,5-5.6 nelle sue diverse varianti; lo chiamo in causa perché un esemplare fu l’ottica in dotazione al primo corpo digitale Canon APS-C che acquistai, e un altro modello in versione IS è utilizzato tuttora da mia moglie sulla sua EOS M, con adattatore EF / EF-M, per realizzare spezzoni video durante le passeggiate; proprio la naturale tenerezza che mi suscita vederlo in mano alla consorte mentre tutta felice documenta il creato mi ha spinto a concepire questo pezzo.

 

 

Il Canon EF-S 18.55mm f/3,5-5,6 venne introdotto nel Settembre 2004 e fin da subito divenne il compagno ideale per la reflex digitale APS-C Canon 300D, introdotta nell’Agosto 2003 per anteporsi alla recente fotocamera Nikon D100, con analoga risoluzione ma decisamente più costosa; il contenimento dei costi su tale obiettivo era tale che la differenza nel prezzo di listino della fotocamera con o senza lo zoom in kit era limitato ad appena 100 Dollari, sebbene in realtà tale ottica inizialmente non fosse disponibile separatamente all’acquisto.

Quest’obiettivo, sul sensore APS-C Canon che produce un fattore di crop pari a 1,6x, equivale all’incirca ad uno zoom 28-90mm sul formato 24×36, quindi si tratta di un’escursione estremamente efficace che copre tutte le focali di maggiore impiego, mettendo il cliente in grado fin dal primo giorno di affrontare molti generi di ripresa senza acquistare altre ottiche.

Per finalizzare l’economia produttiva la struttura è realizzata interamente in resina plastica, compresa la baionetta d’attacco (un compromesso accettato considerando che la stragrande maggioranza dei clienti tipo avrebbe utilizzato sempre quell’obiettivo, senza mai smontarlo dalla fotocamera se non in circostanze eccezionali), tuttavia le ghiere e l’innesto non denunciano imprecisioni o laschi meccanici tali da generare l’impressione di prodotto cheap, e solo la minore fluidità dei pivot nelle asole dello zoom dopo un certo utilizzo ci ricorda che non stiamo utilizzando un modello professionale serie L.

Come si osserva nella sezione, il ridotto diametro degli elementi ottici posteriori lascia spazio agli altri componenti funzionali, come il piccolo motore convenzionale evidenziato dalla freccia, e la finitura severa e senza fronzoli fornisce di primo acchito una piacevole impressione, con l’unica palese concessione all’economia rappresentata dalla piccola ghiera di messa a fuoco anteriore priva di scale di riferimento.

 

 

La montatura EF-S è meccanicamente analoga a quella standard EF, tuttavia il punto di fede per l’allineamento su questa serie di obiettivi e relativi corpi è collocato in posizione diversa e inoltre, considerando le minori dimensioni previste per lo specchio reflex che deve coprire un sensore più ridotto, lo standard EF-S prevede un maggiore arretramento della montatura posteriore che lascia più libertà ai progettisti nel calcolo ottico.

Quest’obiettivo è rimasto teoricamente sul mercato per 10 anni, dalla presentazione nel Settembre 2004 fino al 2014, tuttavia pur conservando caparbiamente lo stesso gruppo ottico la montatura esterna e le funzioni si sono evolute in modo tale da definire addirittura 6 differenti varianti.

 

 

Abbiamo infatti il modello originale del Settembre 2004, con motore di messa a fuoco tradizionale, 2 varianti del Marzo 2005 esteticamente ritoccate con motore tradizionale e USM ad ultrasuoni, il primo modello con stabilizzatore IS del Settembre 2007, la versione III non stabilizzata con ulteriori varianti estetiche del Marzo 2011 e infine il modello stabilizzato IS tipo II, sempre del Marzo 2011, con estetica analoga alla versione III ma stabilizzatore aggiuntivo e motore STM.

Vediamo quindi in dettaglio ciascuna versione con i relativi elementi peculiari, considerando che lo schema ottico è sempre rimasto invariato, persino introducendo lo stabilizzatore.

 

 

Il tipo 1 del Settembre 2004 si caratterizza per un elemento gommato a sbalzi singoli allungato e parte residua della ghiera con filetto cromato di sezione ridotta, settore con le focali dello zoom di colore chiaro, singolo switch on/off per l’autofocus e motore AF convenzionale; l’obiettivo misura 68,5mm di diametro per 66mm di lunghezza e pesa appena 190g, l’attacco filtri (girevole con la messa a fuoco) è da 58×0,75mm, la messa a fuoco minima arriva a 0,28m dal piano focale (rapporto di ingrandimento massimo: 0,28x) e il diaframma a 6 lamelle prevede un’apertura massima fluttuante fra f/3,5 a 18mm ed f/5,6 a 55mm, valori che passano ad f/22 – f/36 alla massima chiusura.

Lo schema ottico è a 11 lenti in 9 gruppi con la decima lente a profilo asferico, una struttura fin troppo sofisticata per la categoria.

 

 

Il tipo 2 del Marzo 2005, detto EF-S 18-55mm f/3,5-5,6 II, prevede il settore gommato a sbalzi singoli di minore altezza, mentre la parte superiore della ghiera con filetto cromato presenta una sezione maggiore; per il resto si replicano le caratteristiche del tipo 1, quindi settore con le focali dello zoom di colore chiaro, singolo switch on/off per l’autofocus e motore AF convenzionale; l’obiettivo misura 68,5mm di diametro per 66mm di lunghezza e pesa 190g, l’attacco filtri (girevole con la messa a fuoco) è da 58×0,75mm, la messa a fuoco minima arriva a 0,28m dal piano focale (rapporto di ingrandimento massimo: 0,28x) e il diaframma a 6 lamelle prevede un’apertura massima fluttuante fra f/3,5 a 18mm ed f/5,6 a 55mm, valori che passano ad f/22 – f/36 alla massima chiusura.

Lo schema ottico rimane lo stesso.

 

 

Il tipo 3 introdotto simultaneamente nel Marzo 2005, detto EF-S 18-55mm f/3,5-5,6 II USM, si caratterizza per il motore di messa a fuoco USM ad ultrasuoni, indicato dalla scritta USM sul frontale e dal corrispondente logo grafico colorato sulla ghiera per le focali; per il resto l’obiettivo è identico al tipo 2, quindi prevede il settore con le focali dello zoom di colore chiaro e singolo switch on/off per l’autofocus; l’obiettivo misura 68,5mm di diametro per 66mm di lunghezza e pesa 190g, l’attacco filtri (girevole con la messa a fuoco) è da 58×0,75mm, la messa a fuoco minima arriva a 0,28m dal piano focale (rapporto di ingrandimento massimo: 0,28x) e il diaframma a 6 lamelle prevede un’apertura massima fluttuante fra f/3,5 a 18mm ed f/5,6 a 55mm, valori che passano ad f/22 – f/36 alla massima chiusura.

Lo schema ottico resta invariato.

 

 

Il tipo 4 del Settembre 2007, detto EF-S 18-55mm f/3,5-5,6 IS, introduce diverse variabili rispetto ai predecessori, e specificamente: il settore gommato prevede sbalzi di foggia diversa e più convenzionali, nella parte alta della ghiera compare la scritta IMAGE STABILIZER, vicino alla baionetta trova posto un secondo swith per attivare/disattivare lo stabilizzatore accanto a quello on/off per l’autofocus, e la messa a fuoco minima passa da 0,28m a 0,25m, incrementando il rapporto di riproduzione massimo da 0,28x a 0,34x; lo stabilizzatore fa lievitare leggermente il peso a 200g e la lunghezza a 70mm mentre le altre caratteristiche restano invariate, e quindi: settore con le focali dello zoom di colore chiaro, diametro di 68,5mm, attacco filtri (girevole con la messa a fuoco) da 58×0,75mm e diaframma a 6 lamelle che prevede un’apertura massima fluttuante fra f/3,5 a 18mm ed f/5,6 a 55mm, valori che passano ad f/22 – f/36 alla massima chiusura; il motore di messa a fuoco è convenzionale.

Lo schema ottico resta invariato, tuttavia la quinta lente ora può muoversi su 2 assi per implementare la funzione IS.

 

 

Il tipo 5 del Marzo 2011, detto EF-S 18-55mm f/3,5-5,6 III, recepisce gli aggiornamenti estetici del predecessore col nuovo pad gommato di diversa foggia, tuttavia non prevede lo stabilizzatore IS e quindi offre il singolo switch on/off per la messa a fuoco e sostituisce la scritta IMAGE STABILIZER col brand name Canon; questa versione III adotta inoltre un’estetica quasi completamente dark, rifinendo in nero il settore con l’indicazione delle focali che in precedenza era di colore chiaro, e riportando le relative numerazioni in colore bianco, mentre il peso in assenza di IS ritorna a 190g; per il resto le caratteristiche coincidono col tipo 4, quindi messa a fuoco minima a 0,25m con ingrandimento massimo 0,34x, diametro di 68,5mm e lunghezza di 70mm, attacco filtri (girevole con la messa a fuoco) da 58×0,75mm e diaframma a 6 lamelle che prevede un’apertura massima fluttuante fra f/3,5 a 18mm ed f/5,6 a 55mm, valori che passano ad f/22 – f/36 alla massima chiusura; anche in questo modello il motore di messa a fuoco è convenzionale.

Lo schema ottico rimane sempre lo stesso, ovviamente senza stabilizzatore.

 

 

Infine, il tipo 6, introdotto contemporaneamente al precedente nel Marzo 2011, è denominato EF-S 18-55mm f/3,5-5,6 IS II STM ed esteticamente è identico al tipo 5 appena visto offrendo in più lo stabilizzatore d’immagine, quindi troviamo il secondo switch per azionarlo o disattivarlo e la scritta IMAGE STABILIZER nella parte bassa della montatura, accanto alla baionetta, mentre nel settore superiore della ghiera girevole, sopra il filetto cromato, abbiamo ancora il brand name Canon.

In questa versione viene dichiarato un algoritmo per l’IS ottimizzato e in grado di offrire un recupero fino a 4 f/stop, col peso che ritorna a 200g mentre il resto delle caratteristiche sono identiche a quelle del tipo 5, e quindi settore per le focali nero con scritte bianche, messa a fuoco minima a 0,25m con ingrandimento massimo 0,34x, diametro di 68,5mm e lunghezza di 70mm, attacco filtri (girevole con la messa a fuoco) da 58×0,75mm e diaframma a 6 lamelle che prevede un’apertura massima fluttuante fra f/3,5 a 18mm ed f/5,6 a 55mm, valori che passano ad f/22 – f/36 alla massima chiusura; inoltre in questo modello troviamo un motore STM (Stepping Motor) con funzionamento passo-passo che risulta particolarmente funzionale nelle riprese video con fuoco automatico attivo, dettaglio che assieme al sistema IS lo rende ben votato a tale impiego.

Lo schema ottico è lo stesso anche in questo sesto modello, prevedendo nuovamente il movimento per lo stabilizzatore nella quinta lente.

A parità di caratteristiche geometriche e resa ottica, il tipo 3 si distingue per il motore ad ultrasuoni USM, forse implementato per fornire l’obiettivo in bundle con corpi reflex APS-C di rango più elevato e i cui utenti si aspettavano tale raffinatezza, mentre sul piano operativo le versioni più appetibili sono sicuramente i tipi 4 e 6 con stabilizzatore d’immagine IS, un vero plusvalore in un obiettivo con apertura massima f/3,5-5,6 che spesso consente di chiudere uno stop o due in più per massimizzare la resa ottica oppure di sfruttare l’obiettivo anche per riprese video mantenendo un’immagine fluida e senza tremolii, specie alle focali superiori, senza contare che questi ultimi modelli guadagnano qualcosa in messa a fuoco minima e offrono sull’APS-C Canon un campo di ripresa minimo dove il lato lungo del fotogramma a focale massima viene riempito da un soggetto di appena 67mm.

Restando in ambito video, altri limiti evidenti sono l’attacco filtri girevole con la messa a fuoco e la ghiera delle focali dallo scorrimento non fluidissimo, tuttavia con un po’ di attenzione le versioni IS si riescono a sfruttare anche in questo contesto, specie il tipo 6 con motore STM.

 

 

Questa ulteriore illustrazione ufficiale mostra un corpo macchina con un EF-S 18-55mm f/3,5-5,6 IS conforme al tipo 4, e nello spaccato oltre al classico motore convenzionale per la messa a fuoco la grafica evidenzia anche il dispositivo IS aggiunto per movimentare la quinta lente con stabilizzatore attivo; questo elemento ottico è di piccolissime dimensioni e con inerzia minima, e in quella particolare posizione riesce a finalizzare una stabilizzazione efficace pur senza aver minimamente modificato lo schema ottico iniziale.

 

 

Riguardo a quest’ultimo, le grafiche ufficiali Canon offrono sezioni a risoluzione molto bassa che non consentono di comprendere bene la sagoma specifica delle 2 lenti posteriori: infatti queste ultime in tali illustrazioni sembrano avere un profilo congruente ed essere cementate assieme, tuttavia l’architettura ufficialmente descritta con 11 lenti in 9 gruppi sottintende la presenza di soltanto 2 doppietti collati, chiaramente evidenti accanto al diaframma, quindi per far tornare i conti le 2 lenti posteriori devono essere spaziate, e infatti è proprio così.

Come si osserva in questo schema disegnato appositamente, la decima e penultima lente ha un profilo biconcavo, mentre la superficie anteriore dell’undicesima ed ultima lente è convessa, pertanto i 2 elementi sono leggermente spaziati fra loro e la lavorazione asferica che l’obiettivo può vantare si posiziona proprio sulla superficie posteriore della decima e penultima lente, evidenziata in colore rosso.

Come anticipato, questa architettura a 11 lenti in 9 gruppi con 1 superficie asferica è mediamente più sofisticata rispetto alla media dei bundle zoom di primo prezzo forniti assieme ai corpi digitali entry-level, e come vedremo in seguito anche la serie dei flottaggi correlati alla variazione di focale è sicuramente più articolata e complessa rispetto ad analoghe realizzazioni; va quindi un plauso al fabbricante che ha saputo contenere al massimo i costi senza necessariamente scendere ad eccessivi compromessi in questo importantissimo settore.

Per quanto riguarda la paternità di questo schema, economico e tuttavia così importante per la sua grande penetrazione sul mercato e il ruolo di ambasciatore della qualità ottica Canon presso nuovi clienti, esso venne calcolato da Takeshi Nishimura, ed esistono 2 brevetti in successione, il primo dei quali include la struttura di massima ma non completamente definitiva, ed il secondo invece conforme alla serie e già con le necessarie considerazioni sullo stabilizzatore e la relativa lente da coinvolgere.

 

 

Il primo documento firmato da Nishimura-San fu depositato per la richiesta prioritaria di brevetto giapponese il 19 Settembre 2003; notate come il documento risulti intestato personalmente a Takeshi Nishimura, senza che il brand Canon risulti citato e chiamato in causa, un dettaglio con significative implicazioni economiche.

La grafica del “preferred embodiment” presente nell’intestazione rimanda immediatamente al nostro EF-S 18-55mm f/3,5-5,6, tuttavia nel modello di serie il diaframma si trova fra il primo e il secondo doppietto cementato, mentre in questo caso è collocato fra la quinta lente e il primo doppietto, ad indicare che prima della configurazione definitiva destinata alla serie sono state introdotte ulteriori rifiniture.

 

 

Nell’illustrazione vediamo la sezione con l’ “embodiment” di questo brevetto più affine al successivo modello di serie assieme ai dati grezzi di calcolo e ai diagrammi con le principali aberrazioni valutate a focale minima e massima; l’obiettivo corrisponde effettivamente ad un 18-55mm f/3,5-5,6 ma con copertura APS-C e quindi angolo di campo analogo a quello di un 28-90mm convenzionale; lo schema mostra come effettivamente la penultima lente risulti spaziata dall’ultima, consentendo quindi di applicare la superficie asferica sul suo raggio posteriore senza interferire con l’elemento adiacente.

La grafica anticipa già i vari flottaggi che interessano i vari gruppi di lenti durante la variazione di focale, come detto più articolati rispetto alla media della categoria e complessi da comprendere perché, passando da grandangolare a tele, contemporaneamente tutto il sistema avanza, quindi alla corsa specifica congruente o antagonista dei singoli flottaggi occorre sommare o sottrarre questo spostamento generalizzato, e infatti il gruppo di lenti L3 teoricamente rimane statico e non è coinvolto nei flottaggi dello zoom ma appare comunque in movimento perché la sua traslazione coincide con quella d’insieme del sistema; approfondiremo meglio i dettagli con lo schema dal brevetto definitivo.

I dati includono anche i parametri matematici del profilo asferico presente sulla diciannovesima superficie dello schema e osservando le caratteristiche rifrattive/dispersive dei materiali ho osservato che proprio quello utilizzato nella decima lente, quella asferica, non può essere un vetro ma appartiene piuttosto ad un gruppo di resine policarbonato, quindi per contenere i costi tale lente risulta realizzata in resina plastica e stampata direttamente con profilo asferico, adottando materiali e tecniche prese a prestito direttamente dal mondo degli occhiali da vista.

Analizzando le aberrazioni previste notiamo un certo spostamento di fuoco a varie frequenze dello spettro nell’aberrazione sferica a focale massima e una percettibile distorsione a barilotto a focale minima, superiore al 5% e quindi sicuramente non trascurabile ma anche con progressione costante e senza inversioni di tendenza sulla semidiagonale (andamento “moustache”) che combina zone a barilotto con altre invece a cuscinetto e risulterebbe sicuramente più percettibile nei soggetti geometrici; per il resto la correzione delle altre aberrazioni appare buona per la categoria.

 

 

Il secondo brevetto, sempre firmato da Takeshi Nishimura, venne depositato per la richiesta prioritaria nipponica il 12 Settembre 2005 (quando effettivamente l’obiettivo era già in produzione da un anno) e, curiosamente, in questo caso il beneficiario dei diritti diviene Canon K.K., quindi il brevetto non è più a nome di Nishimura-San come nel caso precedente; per comodità osserviamo il corrispondente documento statunitense, richiesto solamente il 18 Marzo 2008, e nei claims riassuntivi dell’intestazione si fa già riferimento alla traslazione aggiuntiva di una singola lente, la quinta,ovvero quella poi utilizzata per introdurre lo stabilizzatore d’immagine nella serie.

Lo schema proposto nella prima pagina, disegnato un po’ grossolanamente, mostra diametri e spaziature più conformi all’obiettivo di produzione e, soprattutto, il suo diaframma si trova ora fra il primo e secondo doppietto, proprio come nella serie; naturalmente l’obiettivo proposto corrisponde di nuovo ad uno zoom 18-55mm f/3,5-5,6 per il formato APS-C.

 

 

Il complesso documento include 5 differenti “embodiments”, in realtà tutti molti simili fra loro e senza che uno di essi prevalga in modo percettibile come correzione delle varie aberrazioni, sebbene con leggere sfumature fra uno schema e l’altro; in questo assortimento l’esemplare scelto per la produzione è apparentemente il primo.

 

 

Osservando lo schema e le aberrazioni di tale esemplare vediamo meglio i movimenti coinvolti nella variazione di focale da 18mm a 55mm; in sostanza la corsa denominata C1 corrispondente al modulo L3a rappresenta la traslazione generale di tutto il sistema, quindi teoricamente L3a non sta effettuando alcun flottaggio perche il suo movimento corrisponde alla corsa d’insieme, mentre i moduli L2a ed L4a aggiungono a questo spostamento una corsa supplementare (maggiore nel primo e minore nel secondo) che li allontana ed avvicina rispettivamente ad L3a; infine, il gruppo anteriore L1a è ancora più indecifrabile perché mentre teoricamente sta avanzando con tutto il sistema in realtà mette in atto una corsa individuale antagonista, procedendo invece a ritroso, e l’entità effettiva di tale corsa è superiore a quanto appaia perché nel frattempo la traslazione d’insieme in avanti tende a riportarlo nella direzione opposta; poi, intorno a 31mm di focale, l’arretramento di L1a si interrompe, il suo movimento inverte la direzione e il gruppo riprende ad avanzare, evitando contestualmente di andare all’impatto col modulo L2a che continua la sua corsa in avanti.

Il gruppo frontale L1a provvede anche alla messa a fuoco, allontanandosi e avvicinandosi con una corsa ulteriore ed indipendente da quanto già descritto, mentre la lente L2a1, inserita nei flottaggi del modulo L2a, a sua volta può muoversi in senso perpendicolare all’asse di ripresa e rendere operativo il sistema IS per la stabilizzazione.

Si tratta quindi di uno zoom entry level molto economico che nasconde tuttavia una notevole sofisticazione nel gruppo ottico.

Per quanto riguarda le aberrazioni, le note confermate rispetto al brevetto iniziale riguardano sempre la visibile distorsione a barilotto alla focale minima e un certo spostamento a varie frequenze dello spettro luminoso nella curva di aberrazione sferica a focale massima, tuttavia la correzione complessiva appare buona per un obiettivo dal costo così contenuto.

 

 

Se andiamo a confrontare le aberrazioni a 18mm e 55mm negli esemplari ricavati dai 2 brevetti, a fronte di uno schema chiaramente molto simile osserviamo come nel modello poi utilizzato nella serie (a destra) vengano ridotti sia il citato spostamento di fuoco nell’aberrazione sferica a varie frequenze dello spettro luminoso che l’aberrazione cromatica laterale, ad indicare un lavoro di perfezionamento in questo settore.

 

 

Il secondo brevetto include anche diagrammi con le ray aberrazions a focale minima e massima relativi al gruppo ottico con la lente del sistema IS in posizione centrata di riposo (IS off) o traslata fuori asse (IS on in condizione sfavorevole), introdotti per documentare il degrado di rendimento prodotto da uno scatto eseguito quando lo stabilizzatore funziona e la lente si trova disassata; le differenze nelle 2 circostanze appaiono modeste e suggeriscono un buon rendimento anche nel caso di riprese con tale elemento fuori asse al limite della corsa ammessa.

E’ interessante osservare che quando questo schema è stato disegnato con tale configurazione generale non si pensava certo all’adozione dello stabilizzatore, un’esigenza subentrata solo in seguito, e quindi doppiamo annotare la fortunata coincidenza che quella piccola lente singola, così facile da movimentare, potesse garantire una stabilizzazione efficace senza alcuna alterazione allo schema complessivo originale.

 

 

I dati grezzi di progetto dello schema di serie indicano una escursione focale effettiva compresa fra 17,50mm e 53,00mm, mentre l’apertura massima reale fluttua fra f/3,59 e f/5,86, differenze rispetto al nominale che rientrano nelle tolleranze degli standard industriali; l’angolo di campo variabile da 75.8° e 28.8° tradisce immediatamente la destinazione al sensore APS-C Canon con fattore di crop 1,6x, perché in un obiettivo di analoga focale destinato al full-frame 24x36mm gli angoli di campo corrispondenti sarebbero stati invece 104° e 43°.

Purtroppo, forse per un errore di compilazione, fra i 5 embodiments del brevetto sono stati omessi i parametri della superficie asferica proprio in quello utilizzato per la serie, pertanto risultano ignoti, tuttavia tale profilo anomalo è indicato nuovamente sulla 19^ superficie, quindi nella parte posteriore della penultima lente.

Discuteremo a seguire in dettaglio l’assortimento dei vetri ottici, tuttavia occorre notare il materiale scelto per la decima lente, quella asferica; tale elemento utilizza un materiale con indice di rifrazione 1,487490 e dispersione (numero di Abbe) 57,4, e non esiste un vetro che corrisponda a tali caratteristiche, proprie invece del Poliallil-Diglicol-Carbonato corrispondente al Columbia Resins tipo 39, ovvero il noto policarbonato CR39, resina plastica a sua volta ampiamente utilizzata per lenti di occhiali ed evidentemente scelta anche in questo caso per stampare direttamente tale elemento col relativo profilo asferico in modo facile ed economico, proprio come se fosse una lente asferica ad uso oftalmico.

 

 

Specificamente, per creare questo schema a 11 lenti in 9 gruppi Nishimura-San ha utilizzato 6 famiglie di materiali: Borosilicate Crown BK, Dense Crown SK, Dense Flint SF, Crown K, Fluor Crown FK e, appunto, resina policarbonato; esordendo dalla lente frontale troviamo un Borosilicate Crown tipo Ohara S-BSL7 in L1, un Dense Crown tipo Ohara S-BSM15 in L2 ed L3, un Dense Flint tipo Ohara S-TIH53 in L4 ed L6, un Crowk tipo Ohara S-NSL3 in L5, un Fluor Crown tipo Ohara S-FSL5 in L7 ed L11, un Dense Flint tipo Ohara S-TIM22 in L8, un Dense Flint tipo Ohara S-TIH14 in L9 e policarbonato CR39 in L10.

Come si può osservare non sono assolutamente presenti vetri agli ossidi delle Terre Rare come Lanthanum Flint, Lanthanum Dense Flint e Lanthanum Crown, probabilmente evitati in quanto più costosi; la necessità di materiali ad alto indice di rifrazione è stata soddisfatta ricorrendo a più economici Dense Flint, sebbene caratterizzati da numero di Abbe inferiore e quindi una dispersione più evidente con la quale fare i conti; per la correzione cromatica abbiamo invece 2 classici Fluor Crown FK5, e in particolare la coppia cementata L6-L7 costituisce un potente doppietto acromatico dove l’elemento divergente anteriore prevede un Dense Flint con rifrazione molto alta (1,846660) e dispersione parimenti elevata (numero di Abbe 23,8) mentre quello posteriore convergente sfrutta appunto un Fluor Crown con rifrazione modesta (1,487490) ma dispersione molto contenuta (numero di Abbe 70,2).

In sostanza il progettista è riuscito nella quadratura del cerchio garantendo una buona correzione complessiva pur rinunciando a vetri esoterici e costosi, e il ridotto diametro di varie lenti più l’elemento asferico in policarbonato stampato hanno permesso appunto di offrire inizialmente l’obiettivo a scelta in dotazione assieme al corpo con un sovrapprezzo “politico” di appena 100 Dollari.

 

 

Tornando più in dettaglio sui flottaggi alle varie focali, osserviamo nuovamente come, in un regime di avanzamento complessivo definito dalla terza freccia gialla correlata al doppietto di colore ciano (che, agli effetti dei flottaggi effettivi, in realtà sarebbe statico), i moduli arancio e verde si spostino ulteriormente in avanti (quindi a 55mm di focale il modulo verde sarà più vicino e quello arancio più lontano da quello ciano rispetto a 18mm), mentre il gruppo frontale arretra fino a 31mm (mi ripeto, con una corsa individuale superiore a quanto appaia in grafica, dato che l’intero sistema gli è antagonista spostandosi in avanti) e quindi anche lui inizia ad avanzare, evitando quindi interferenze con il secondo modulo.

Molti zoom standard economici si basano solamente su 2 gruppi principali, uno anteriore e uno posteriore, che a focale minima sono molto spaziati e poi si avvicinano reciprocamente fino a raggrupparsi a quella massima, mentre in questo caso il progettista ha scelto con intelligenza le sue priorità, utilizzando materiali economici ma confezionando di contro uno schema ben più sofisticato, con superficie asferica e un complesso movimento multiplo che garantisce buone prestazioni complessive anche a costi che avranno fatto sicuramente felici i manager del marketing.

L’unico rovescio della medaglia di queste scelte riguarda proprio i complicati flottaggi con relativa teoria di asole scorrevoli e pivot nel barilotto che, complici i materiali poveri, col tempo tendono a perdere fluidità e ad impuntarsi in certe posizioni.

Per quanto riguarda le prestazioni, il fabbricante a suo tempo ha condiviso i classici diagrammi MTF (trasferimento di modulazione del contrasto) realizzati secondo il proprio standard, ovvero misurando il contrasto residuo dal centro (a sinistra dello schema) fino ai bordi (a destra) con le frequenze spaziali di 10 cicli/mm (linee grassettate) e 30 cicli/mm (linee sottili), a diaframma completamente aperto (linee nere) o chiuso ad f/8 (linee azzurre); come di consueto, per ogni apertura e frequenza spaziale troviamo 2 curve gemelle, quella continua letta su mire ottiche con linee bianche e nere orientate in modo parallelo alla semidiagonale del formato (sagittale) e quella tratteggiata invece misurata su mire con pattern perpendicolare alla stessa semidiagonale (tangenziale).

 

 

I valori espressi sono buoni per la categoria, con un leggero flesso verso i bordi e, nella stessa zona, una differenza fra le coppie di linee con un degrado della lettura tangenziale rispetto alla sagittale che può dipendere di volta in volta da aberrazione cromatica laterale, astigmatismo/curvatura di campo o una combinazione di tali elementi.

 

 

Un ulteriore test venne realizzato dal celebre Centro Studi Progresso Fotografico, una prova eseguita una ventina di anni fa che evidenzia come il massimo del rendimento fosse ottenuto chiudendo semplicemente fino ad f/8, senza bisogno di diaframmare ulteriormente; il test confermò la visibile distorsione a barilotto sulla focale minima, mentre riguardo ai valori massimi nella qualità d’immagine occorre considerare che parliamo di sensazione soggettiva di nitidezza e che gli schemi mostrano la qualità d’immagine ottenibile col corpo APS-C dell’epoca, ovvero la Canon 300D il cui sensore prevedeva una risoluzione di appena 6,3 milioni di pixel (3.072 x 2.048), quindi ritengo che i grafici non esaltanti fotografino la situazione dell’epoca con apparecchi ancora giocoforza vincolati a sensori con bassa risoluzione; nell’uso pratico con corpi APS-C più moderni dotati di sensori a densità maggiore ho comunque riscontrato una nitidezza soddisfacente, quindi penso che nei primi tempi l’obiettivo fosse in realtà limitato dalla risoluzione delle fotocamere coeve più che da limiti ottici intrinseci.

 

 

Il Canon EF-S 18-55mm f/3,5-5,6 è stato quindi un obiettivo molto importante sul piano commerciale, col difficile ruolo di ottica tuttofare di primo equipaggiamento per un’ampia serie di corpi digitali reflex APS-C, dalla 300D alle 70D/700D; il suo bundle price iniziale era incredibilmente contenuto ma una progettazione competente e sostenuta da un grande know-how ha consentito di confezionare uno zoom con buone prestazioni, il notevole plusvalore costituito dallo stabilizzatore (su alcune versioni), l’assenza di evidenti giochi meccanici nonostante l’ampio utilizzo di plastiche e una messa a fuoco sempre puntuale nonostante l’apertura massima modesta, questo soprattutto grazie alle favorevoli caratteristiche delle relative fotocamere.

E’ un obiettivo nato soprattutto per garantire utili commerciali, considerando l’ampia diffusione, e non passare alla storia per le sue specifiche iperboliche, tuttavia se osservo questa istantanea con mia moglie che si aggira sorridente e  spensierata per Canazei alla ricerca di scorci da riprendere mentre impugna ed utilizza proprio un EF-S 18-55mm f/3,5-5,6 IS quarto tipo riesco a intuire quanta gente comune abbia fatto felice questo modesto zoom senza pretese, e quanti ricordi familiari preziosissimi abbia permesso di fissare nel tempo, declinando il vero valore di un bundle lens come questo.

 

 

Un abbraccio a tutti; Marco chiude.

 

 


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