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Il drone e il ritorno alla lentezza

Il drone e il ritorno alla lentezza

 

Ho sempre considerato la tecnologia uno strumento, ma null’altro, assolutamente inutile in assenza di un metodo, di un’idea e di un progetto.

Negli anni della mia attività ho assistito in innumerevoli cambiamenti: dall’impaginazione con forbici e colla a InDesign, dalla camera oscura a quella chiara, dalla pellicola al digitale.

Nonostante io sia un “nativo analogico”, non ho alcuna nostalgia del “bel tempo che fu”, però mi piace pensare di essere riuscito a contaminare in qualche modo le due esperienze.

Sto sperimentando da qualche tempo la fotografia con i droni, soprattutto per esigenze lavorative, e, come non mai, in questo caso ho ripescato dalla mia esperienza analogica e “slow”.

A una prima analisi, il drone sembra uno splendido “risolutore di problemi”: lo spedisco dove non riesco ad arrivare, scatto e in pochi secondi ho un’immagine con un punto di vista impossibile con altri metodi, che siano almeno altrettanto economici e praticabili.

La mia esperienza sul campo, però mi ha insegnato che non è per niente così e che, invece, per ottenere risultati interessanti bisogna fare qualche passo indietro e ricominciare a praticare una fotografia “lenta”.

Innanzitutto il mezzo ha dei limiti intrinsechi: la batteria ha una durata limitata e il drone, ovviamente, non può volare in condizioni ambientali difficili, nelle quali, invece, un fotografo con un buon ombrello riesce a portare comunque a casa qualcosa: pioggia e vento molto forte.

Ho ricominciato, quindi, a cercare e studiare l’inquadratura da casa, utilizzando Google Maps in versione satellite e mappe con altimetrie (fondamentali quando si vola e si fotografa da punti sopra il livello del terreno).

Si lavora un po’ come con le fotocamere analogiche panoramiche di qualche anno fa (tipo Noblex), che tra apparecchio e cavalletto richiedevano buona schiena ottime gambe e, soprattutto, un’attenta scelta di cosa si voleva fotografare e da dove lo si voleva fare.

Se, poi, cavi elettrici e altri ostacoli naturali sono, per una fotografia “da terra” fastidiosi elementi da eliminare in Photoshop, per il drone sono pericolosi nemici.

Vi è poi il tema normativo, con certificazioni ENAC, permessi, zone interdette e così via.

Infine, dobbiamo considerare che, fotografando dall’alto, è importante anche imparare a curare correttamente l’inclinazione del gimble e, quindi, dell’obiettivo.

 

© Giorgio Sitta

 

Riassumiamo: scelgo un soggetto grazie alle mappe, decido da dove voglio e posso fotografarlo, scelgo l’orario (e il giorno giusto, in base a meteo, presenza o no in loco di persone, …), arrivo in un posto comodo e sicuro per il decollo, preparo l’attrezzatura, porto il drone dove voglio che sia, provo l’inquadratura e… il telecomando mi avverte che la batteria si sta scaricando e che devo riportare il drone a terra.

Quindi lo riporto al punto di partenza (per fortuna ci sono funzioni di ritorno automatico), lo spengo, cambio la batteria, lo riaccendo, lo faccio decollare e lo porto di nuovo nel punto dal quale voglio fotografare, curo l’inquadratura, regolo l’esposizione e finalmente scatto!

Riguardo all’inquadratura, poi, ricordiamoci che gli spostamenti destra-sinistra possono essere ottenuti tramite rotazione o spostamenti laterali del drone, così come quelli alto-basso tramite cambiamento della quota del drone o inclinazione del gimble, con risultati molto diversi, a seconda delle combinazioni, su inquadratura e prospettiva.

Il tutto, ovviamente, senza considerare i curiosi che ti circondano e ti fanno domande, raffiche di vento o piogge improvvise, eventuali attacchi di uccelli e altre piacevolezze.

Conti alla mano, una normale fotografia “da terra” del soggetto che vi propongo nelle due foto, richiede meno di mezz’ora dallo studio su mappa del soggetto sino allo scatto, mentre con il drone i tempi più o meno triplicano.

Il tutto è piuttosto divertente se consideriamo che il tempo in volo, meno di dieci minuti per entrambe le immagini.

 

© Giorgio Sitta

 

 

 

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