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Leica CL e Agfa Rondinax 35U: la strana coppia

Leica CL e Agfa Rondinax 35U: la strana coppia
Scritto, redatto e pubblicato da Gerardo Bonomo.
Mi sono imbattuto contemporaneamente in due strumenti straordinari quanto poco diffusi: la fotocamera Leica CL – a pellicola –  e la sviluppatrice daylight Agfa Rondinax 35U. Una fotocamera che fin dalla sua introduzione sul mercato non venne pienamente compresa, e una sviluppatrice day light che, pur rimasta in produzione per oltre trent’anni non venne a sua volta compresa appieno. In entrambi i casi si tratta naturalmente, e come di consueto, quando si parla di prodotti fotografici che non hanno incontrato in toto i consensi del mercato, di due prodotti assolutamente geniali. E’ stato amore a prima vista. Qui di seguito la mia esperienza.

Un padre di famiglia – tedesco? -, in campeggio al mare o al lago – in Italia? -, circondato dalla moglie e dai figli che guardano estatici l’appassionato fotografo che, con la pipa tra i denti e una calma serafica – sviluppa durante le vacanze e in plein air una pellicola. Il senso della Agfa Rondinax sta tutto in questa immagine, tratta dal manuale originale di istruzioni.

 

La storia in breve. La Leica CL.

Leica CL venne prodotta dal 1973 al 1976 in 65.000 esemplari a cui ne vennero aggiunti 3.500 in una versione celebrativa. Il corpo macchina era prodotto in Giappone dalla Minolta,  così come la maggior parte degli obiettivi. Venne prodotta anche marchiata Leica- Minolta CL.  Minolta poi realizzò la CLE ,esteticamente simile, ma elettronica, a priorità di diaframmi e con cornicette nel mirino a partire dalla focale 28mm.. prima di entrare nelle specifiche, si tratta di una fotocamera con il tradizionale innesto baionetta Leica M, esposimetro TTL incorporato, telemetro, funzionamento completamente meccanico – ad eccezione dell’esposimetro – e pesi e misure inferiori quasi della metà rispetto a modelli M notoriamente più blasonati, come la Leica M6. Si tratta di fatto di una Leica a telemetro leggera e compatta che, a seconda del tipo di ottiche montate, non ha nulla da invidiare come qualità rispetto a una più blasonata M, con il vantaggio di una estrema compattezza. Nonostante la Leica CL non sia mai entrata nell’olimpo delle Leica M, la produzione di 65.000 pezzi in soli tre anni le assegnò la palma della fotocamera prodotta nel maggior numero di esemplari in un periodo di produzione così breve.

 

 

La storia in breve: la Agfa Rondinax.

la Agfa Rondinax venne brevettata nel 1937 e, declinata in differenti modelli, venne prodotta fino al 1970. Grazie al fatto che è ancora possibile reperirla facilmente sul mercato dell’usato, si tratta –  e non, si trattava – di una tank di sviluppo daylight che permette non solo come di consueto per qualsiasi tank il trattamento dello sviluppo del negativo in piena luce ma anche il caricamento del negativo nella spirale, di nuovo in piena luce; questa “raffinatezza” ed estrema comodità d’uso la rendono assolutamente unica.

Quasi contemporaneamente Leica brevettò un’altra tank completamente daylight, la Leica Correx – riferimento nome catalogo Tahoo -. Molto simile alla Agfa Rondinax, a sua volta consentiva di caricare la pellicola all’interno della spirale senza la necessità di lavorare al buio.

Il vantaggio di non dover lavorare al buio, anche per quei soli pochi secondi necessari a caricare la pellicola nella spirale permette lo sviluppo del negativo in qualsiasi condizione, all’aperto, in tutte le situazioni in cui davvero non è possibile reperire un locale buio o anche una semplice changing bag. Personalmente, avendo ovviamente per decenni caricato le pellicole al buio completo della camera oscura o nella pratica, usando la decisamente più complessa changing bag, la possibilità di caricare alla luce la pellicola è qualcosa di unico, un’esperienza quasi magica, e anche il sistema di sviluppo, a sua volta, ha qualcosa di magico, o se non altro di inusuale, anche per un addetto ai lavori.

Il resto del mondo non sta a guardare.

Più o meno nello spesso periodo anche Kodak propose una tank daylighy, la Kodak Day – Load Tank e ancora vennero prodotte altre tank in Austria, come la Simplex. Quindi, la necessità di offrire al pubblico delle tank daylight, all’epoca era comunque molto sentito, indubbiamente per il fatto che la complessità del caricamento al buio era alla portata di pochissimi appassionati e in questo modo il mercato voleva allargare questa pratica di autosviluppo a un pubblico più vasto.

 

 

Leica CL, un piccolo approfondimento.

Della Leica CL, come di Leica più in generale, esiste una letteratura estremamente approfondita. Qui mi limiterò quindi a qualche sintetica osservazione personale. Oltre a quanto accennato prima, senza entrare in approfonditi dettagli costruttivi e tecnici, la Leica CL, pur non avendo incontrato i favori del pubblico al contrario della maggior parte dei suoi modelli, innanzitutto per il fatto che il corpo macchina e la maggior parte delle ottiche erano prodotte in Giappone – così come le Rollei 35 prodotte a Singapore – la mia personale esperienza è stata comunque molto positiva. Ho già scritto che dispone di una baionetta M, compatibile quindi con tutte le ottiche M, anche se le cornicette disponibili sul mirino non coprono tutte le focali disponibili. Otturatore a tendina in stoffa a scorrimento verticale anzichè orizzontale come nelle altre fotocamere Leica M, un aspetto costruttivo ininfluente sul piano pratico.

Estremamente influente e vantaggioso invece il sistema esposimetrico TTL: al riarmo della pellicola un braccetto mobile a cui è fissato il sensore si posiziona davanti alla tendina e permette quindi una lettura TTL dell’esposizione, esattamente come la Leica M5, che è stata la prima Leica con lettura esposimetrica TTL. Nella pratica, e nelle foto che  a breve vi mostrerò, l’esposimetro si è comportato egregiamente. La batteria, come già anticipato, sovraintende unicamente al funzionamento dell’esposimetro, i tempi sono tutti squisitamente meccanici, da 1/1000 fino 1/2 secondo – stranamente manca il secondo di posa – più la posa B. Pesi e misure sono pressochè dimezzati rispetto alla maggior parte delle altre Leica M. Gli attacchi per la cinghia  a tracolla sono posizionati su uno dei lati, questo ne permette il trasporto a tracolla con la fotocamera in verticale senza le tipiche oscillazioni a pendolo delle fotocamere tradizionali che hanno gli attacchi sui due lati. Gli obiettivi progettati per la CL furono sostanzialmente un 40 e un 90 mm, quindi un’ottica generalista, il 40mm, stessa focale della Rollei 35, e un 90mm per la fotografia di ritratto e per “croppare” soggetti relativamente distanti.

Anche se la base telemetrica è inferiore rispetto ad altri modelli Leica M, la messa a fuoco risulta estremamente accurata. Altro vantaggio notevole rispetto ad altre fotocamere M, M6 compresa, è la visualizzazione nel mirino sia del tempo di scatto impostato che, con il classico sistema ad ago, la collimazione della corretta esposizione in base al tempo e al diaframma impostato, sempre visualizzata direttamente nel mirino. Il sistema di caricamento è simile a quello della Rollei 35: il dorso della macchina deve essere sfilato dal corpo e l’aggancio della pellicola è facilitato; nel più puro stile Leica, non sono presenti guarnizioni, quindi il rischio di immagini sfiammate causate da guarnizioni che si sono indurite o allentate nel corso del tempo e non ancora sostituite, con la Leica Cl non si pone. Anche se i tempi impostabili arrivano “solo” al mezzo secondo, la posa B è agevolata dall’attacco filettato presente sul pulsante di scatto per innestare uno scatto a filo e provvedere allo scatto dell’otturatore con fotocamera su treppiedi sia usando tempi lunghi che, appunto, la posa B.

 

 

La Leica CL innesta su un treppiedi Manfrotto, il Befree , un treppiedi leggero, compatto e robusto, esattamente come la CL. Qui sulla macchina è stata innestata una livella per inquadrature perfettamente in bolla e uno scatto a filo, sia per l’utilizzo della posa B che per scattare con tempi di posa “lunghi” che da un lato necessitano del treppiedi, dall’altro prediligono lo scatto a filo per evitare che la pressione diretta del dito sul pulsante di scatto generi immagini affette da micromosso, anche quando la macchina è ben salda su un treppiedi.

 

 

Una visione d’insieme della Leica CL: compatta ed essenziale nei comandi, sul fondello è visibile, oltre al sistema d’apertura, la manovella di riavvolgimento della pellicola. E’ anche visibile la batteria che sovraintende esclusivamente all’alimentazione dell’esposimetro TTL incorporato.

 

Un esploso della fotocamera, permette di comprendere meglio il sistema esposimetrico TTL.

 

 

Uno degli obiettivi appositamente progettati per la C è il Summicron-C 1:2/40. Questo esemplare è un Made in Germany ed è stato utilizzato per gli scatti in bianco e nero a corredo di questo articolo;

 

Ecco come si presenta la tendina della fotocamera dopo lo scatto, e di seguito, una volta armata la fotocamera, prima dello scatto: il braccetto che sostiene la cellula esposimetrica si posiziona di fronte alla tendina e legge in modalità TTL l’esposizione. Al momento dello scatto il braccetto si ritrae, la tendina si apre e si ottiene l’esposizione dell’immagine.

 

I tempi di scatto vanno da 1/1000 di secondo fino alla posa B. La ghiera dei tempi include anche la scala di impostazione della sensibilità della pellicola in uso. Ruotare la ghiera dei tempi, di norma posizionata sulla calotta della fotocamera – mentre sulla CL è posizionata sulla parte frontale – non è così ergonomico, soprattutto tenendo l’occhio all’oculare per leggere nel mirino sia l’ago dell’esposimetro che il tempo che si sta impostando.

Anche se il dorso non è incernierato alla fotocamera, e quindi il cambio pellicola prevede di appoggiare il dorso da qualche parte, al contempo questa soluzione ha permesso a Leica come per la maggior parte delle sue fotocamere, di fare a meno di qualunque tipo di guarnizione, evitandone la sostituzione periodica.

Il sistema di caricamento della pellicola facilitato, decisamente più intuitivo, soprattutto per un neofita, rispetto al sistema di caricamento di Leica M, o di Leica a vite.

 

 

Agfa Rondinax: una rivoluzione nello sviluppo della pellicola.

Avete già sviluppato una vostra pellicola, da soli, in una tank? Sì? No? Io è decenni che sviluppo, che mi chiudo in camera oscura per caricare la pellicola nella spirale, per poi effettuare il processo di sviluppo alla luce, usando una tank – tutte le tank sono ermetiche alla luce -. Rondinax non mi era sconosciuta, ho da tempo sia il modello per la pellicola 35mm che per la pellicola 6×6 cm, ma non mi era mai passato dall’anticamera del cervello di usarle. Poi, così, qualche giorno fa, mi è scattata la molla – non quella che trattiene la taglierina della Rondinax… –  e ho voluto provare a usare quella per il formato 135. E’ stata una rivelazione, difficile da spiegare, perchè due sono le differenze rispetto al trattamento tradizionale, una vantaggiosa, l’altra svantaggiosa. Quella vantaggiosa è che non ci si deve chiudere in camera oscura o riporre tutto il necessario in una changing bag per il caricamento della pellicola; quella svantaggiosa è che per tutta la durata del trattamento, prebagno/svilippo/arresto/fissaggio/lavaggio/imbibente, bisogna continuamente girare una manopola che fa incessantemente ruotare la tank all’interno della Rondinax. Eppure la cosa mi ha affascinato moltissimo e documentandomi ho scoperto che ci sono molte persone al mondo che usano Rondinax non per il vantaggio del total daylight, ma per l’apparentemente svantaggio di questo perpetuo movimento di rotazione della manopola: il trattamento a questo punto diventa quasi uno zen, e la cosa ancora più straordinaria è che il risultato non è accettabile, ma PERFETTO.

 

Agfa Rondinax: istruzioni per l’uso.

Nel video in testa a questo articolo spiego in modo molto approfondito il funzionamento pratico della Rondinax. Qui mi limiterò a cenni essenziali.

La Rondinax è composta dalla tank vera e propria e da un coperchio a tenuta di luce – non di liquidi, e per questo non può essere rovesciata durante il trattamento -. In alto dispone di un alloggiamento in cui si inserisce la pellicola esposta a cui deve essere già stata tagliata la coda finale. La spirale è alloggiata verticalmente nella tank, e non orizzontalmente come di consueto. Una fettuccia di plastica è adesa alla parte centrale della spirale e termina con una pinza di acciaio che si fissa alla pellicola. A questo punto si chiude il coperchio e, attraverso la manopola girevole – SOLO IN SENSO ORARIO – collegata alla spirale, si inizia ad avvolgere la pellicola nella spirale. Un ingegnoso sistema collegato al guidafilm permette anche di valutare quanta pellicola è già stata caricata, qualora si voglia decidere di non sviluppare l’intera pellicola – perchè è stata esposta solo parzialmente -, o perchè sono stati usati rullini, oggi desueti, da 12 o da 24 pose. Quando la pellicola si è completamente avvolta nella spirale, premendo verso l’alto un pulsante esterno una lama seghettata taglia di netto la pellicola separandola dal caricatore, ormai vuoto. Poichè la spirale è posizionata verticalmente occorrono solo 200ml per ogni soluzione da usare, quindi sviluppo – eventualmente preceduto da prebagno -, arresto e fissaggio. Durante ogni bagno bisogna girare la manopola continuamente in modo che la spirale, come la ruota di un mulino continui a entrare e subito uscire dalla chimica posta sul fondo della tank. Ininfluente sui tempi di arresto e fissaggio, questa rotazione continua necessita invece di un abbattimento nei tempi di sviluppo, di norma sottraendo dal 15% al 20% del tempo di sviluppo suggerito per la chimica in uso alla diluizione voluta. Un termometro inserito all’interno della tank e visibile dall’esterno, permette di monitorare la temperatura della chimica durante l’intero trattamento. Dopo ogni bagno si svuota la chimica, sempre senza aprire il coperchio e si passa al bagno successivo. Per il lavaggio finale è possibile usare acqua corrente, cambiando l’acqua una decina di volte e continuando a girare la spirale, o estraendola dalla tank e lavandola in un qualsiasi contenitore sotto l’acqua corrente. In questo modo ho sviluppato già diversi negativi, compreso quello da cui ho estrapolate le immagini che corroborano questo articolo, e come ho già anticipato il risultato finale è stato perfetto: nessun problema da bolle d’aria incluse, piuttosto che zone ipersviluppate a causa della rotazione continua.

 

 

Il caricamento della pellicola.

Nella prima immagine, la Rondinax vista dall’alto, a sinistra l’alloggiamento per il caricatore della pellicola, al centro la spirale con la fettuccia di plastica a cui è fissata la pinza per agganciare la pellicola; nella seconda immagine i preparativi per l’aggancio della pellicola: la pinza deve perforare la pellicola esattamente al centro; in basso a sinistra la pellicola agganciata, a questo punto la tank va chiusa con il suo coperchio; nell’immagine successiva si comincia a ruotare in senso orario la manopola fino a che il riferimento del contafotogrammi non raggiunge il numero desiderato – io ho sempre e solo sviluppato rulli da 36 pose e interamente – e la manopola incontra una decisa resistenza: significa che tutta la pellicola si è avvolta nella spirale, e si può procedere alla separazione della pellicola dal caricatore.

 

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