TheSpack, la qualità celata. Terza parte.

Prima parte

Seconda parte

 

Dopo aver visto i passaggi principali che determinano il flusso di lavoro di una fotografia digitale, facciamoci ora una domanda importate: il colore esiste veramente?

Sembra una domanda esistenziale e filosofica, ma ha una ben più profonda ragione. Il colore in senso assoluto non esite, è una semplice convenzione, un’idea o meglio una definizione. Chi può dire cosa sia rosso, arancio o blu, di certo nessuno di noi, siamo tutti fallaci, esistono infatti variazioni nella percezione del colore che possono passare da semplici anomalie a inabilità come il daltonismo e pertanto non è possibile distinguere con precisione ogni singola sfumatura. Il nostro cervello rielabora i colori dando loro un valore e associandolo a un’idea che, per esperienza empirica, ha definito essere corretta. Noi compiamo un’approssimazione nella maggior parte dei casi e questo non è propriamente un bene poiché il più delle volte perdiamo informazioni, in definitiva non siamo
uno strumento assoluto, siamo in grado di comparare due colori accostandoli e il più delle volte valutarli, ma spesso, se preso individualmente, un rosso è solo un rosso indipendentemente dalla sua saturazione e dalla sua tonalità. Noi non siamo in grado di percepire e analizzare un colore se non con un confronto diretto e sbagliamo anche in quello. Il problema che non viene ponderato è che tutti i software, grazie ai dati inclusi nel file, possono riconoscere la fotocamera usata e pertanto il tipo di sensore e l’idonea conversione da applicare, ma nessuno di questi può conoscere il reale colore di un materiale o la composizione di una texture. I programmi che usiamo sono come noi, si basano su una serie di dati e compiono delle approssimazioni comparando i risultati con una tabella di riferimento. In realtà ciò che noi e gli strumenti di analisi vediamo è la luce riflessa da un oggetto e se questo è composto da una moltitudine di pigmenti differenti di infinitesime dimensioni, pur restituendo un colore uniforme a una certa distanza, potrebbe in realtà contenere un microcosmo di anomalie.
Prendiamo come esempio le riviste stampate, i colori sembrano all’apparenza pieni, facilmente identificabili e sembra, ribadisco, sembra, che tutto sia uniforme. In realtà nella stampa concorre l’uso di un retino, una serie
di puntini di varie dimensioni che accostati tra loro formano una sfumatura. Cyan Magenta Giallo e Nero sono
i colori principali che compongono la stampa di una rivista eppure difficilmente riusciamo a distinguere la forma del singolo punto. Noi non li percepiamo, percepiamo invece l’insieme del colore. E così è per la stampa laser e la stampa a getto d’inchiostro, puntini diversi tra loro, accostati su un foglio di carta, con forme o colori differenti, regolari o irregolari nella loro disposizione, se ben bilanciati compongono un colore che appare uniforme e identificabile, ma la cui composizione cambia di volta in volta a seconda del dispositivo usato.

 

Come si può notare il retino di tipo A si basa su una maggior presenza di Cyan rispetto al Nero e pertanto, nella eventuale modifica, produrrà risultati completamente diversi dal tipo B. Due colori uguali tra loro possono essere composti in modo differente, pertanto le correzioni effettuate sulle immagine, se avverranno con la medesima modalità, produrranno risultati opposti.

 

Due colori simili tra loro ma con una composizione di base differente a noi possono apparire identici e questo accade anche agli strumenti, è una questione di tolleranza. Si ingenera pertanto un errore troppo sottovalutato: allineando il colore risultate, uniformandolo su due dispositivi tra loro differenti, molto spesso viene alterato il bilanciamento dei canali che compongono il file e si creano errori di riproduzione dei contorni e dei passaggi tonali. Nella fase di sviluppo la cosa meno importante è riprodurre fedelmente il colore, ciò che è essenziale è qualcosa troppo spesso sottovalutata, ovvero la composizione dei canali che andremo a generare. Pertanto ciò che determina la bontà del profilo non è la fedeltà cromatica assoluta ma la composizione del file rasterizzato dopo lo sviluppo, se questa ha un bilanciamento errato, il profilo colore è sbagliato.

D’accordo, me la merito: seconda ERESIA!!! Un profilo colore deve riprodurre il colore perfettamente, si chiama così e deve fare questo, non ci sono alternative!

Vi piacerebbe, vero? Piacerebbe a tutti. Purtroppo non è così, sarebbe bello ma non è così.

Vi ricordate nella prima parte dell’articolo quando ho parlato delle scelte imposte nella produzione di ogni singolo sensore da parte dei committenti? Ebbene, quelle scelte determinano il risultato finale dando un’identità cromatica a ogni singola fotocamera, ma soprattutto, ottenendo un’estensione tonale e una gamma dinamica maggiore alcuni prodotti consentiranno di ottenere risultati differenti a livello di saturazione e resa del colore. Il discorso è più semplice di quanto pensiate: se una fotocamera ha una maggior capacità di leggere le sfumature dei toni chiari e dei colori più scuri e saturi, ovviamente sarà in grado di essere più fedele e riprodurre una gamma di risultati più estesi. I colori pertanto, in virtù di scelte progettuali, potranno essere riprodotti in modo simile ma mai perfettamente identico poiché le caratteristiche del singolo modello condizionano la capacità di rendere fedelmente i risultati cromatici o riprodurre correttamente una chart. E poco vale il discorso che una tabella colore letta da due macchine fotogafiche differenti può essere calcolata nello stesso modo: i software hanno tolleranze, i sensori anche e le tabelle pure, non parliamo poi della luce. È tutto variabile e in questa assenza di certezze bisogna trovare il miglior compromesso.

Pertanto la mera fedeltà cromatica è subordinata al dispositivo mentre la composizione e il bilanciamento dei colori nel file è un vincolo insuperabile. Il compito del profilo colore è rendere due risultati percettivamente simili tra loro ovvero fare in modo che due immagini realizzate da fotocamere differenti abbiano meno differenze possibili a livello cromatico ma, cosa più importante, permettere a ogni singola fotocamera di esprimere il massimo potenziale nella maggior parte delle situazioni e produrre un file correttamente bilanciato.


Non giriamoci attorno, non si può avere tutto dalla vita, non è possibile con un profilo colore correggere e migliorare la resa di ogni singola fotocamera indipendentemente dalle sue prerogative, altrimenti i produttori farebbero bene a costruire macchine da pochi euro e correggere tutto tramite software.

Il profilo colore deve correggere gli errori che si possono generare in fase di sviluppo, deve offrire il miglior supporto possibile in fase di elaborazione e la miglior fedeltà cromatica in funzione del prodotto utilizzato, diciamo quindi che è fortemente condizionato dal prodotto e dalle situazioni di ripresa. Ecco perché ci sono differenti metodologie nella creazione dei profili, soprattutto per quanto concerne i profili DCP che consentono la creazione di matrici che intervengono in modo differente a seconda delle impostazioni utilizzate.
I software di sviluppo dei profili colore, però, agiscono secondo determinate tolleranze. Si fotografa una tabella e poi si invia il file a un programma in grado di analizzarla. Una volta che il software ha fatto un’analisi dei colori letti li confronta con il riferimento che abbiamo a nostra disposizione (anche questo letto da uno strumento) e realizza un profilo seguendo alcuni parametri da noi impostati.

 

Una comune chart di X-Rite con evidenziate le aree di lettura di un software di calibrazione. Differenti software possono leggere e verificare una sola parte o tutta la tabella, sfruttando anche le area bianche grigie e nere per i bilanciamenti e l’analisi dell’illuminazione del pannello.

 

Quindi, scattiamo una chart, carichiamo un file in un software, premiamo avvia e alla fine abbiano il nostro profilo? Questa è l’idea.

Quindi, in teoria, è una cosa che possono fare tutti? Sì

E così facendo si ottiene un profilo colore corretto? No!

Proprio in virtù di quanto accennato prima, il colore è una convenzione, non ha un valore assoluto e riproducibile, essendo la materia composta da pigmenti che riflettono la luce, pur apparendo questi uniformi tra loro a una certa distanza, presentano differenze intrinseche che li rendono unici e reagiscono in modo differenze a sorgenti luminose diverse tra loro. Per realizzare un profilo colore in grado di fornire ottimi risultati, serve in primo luogo controllare la qualità della luce di ripresa e l’ambiente stesso, non tutti gli illuminanti sono idonei dato che in molti casi viene tagliata una parte dello spettro, pertanto alcuni colori non vengono riprodotti correttamente o sono ampiamente falsati.

 

COMPARAZIONE DELLO SPETTRO DEI VARI ILLUMINANTI

 

I valori sono approssimativi ma rendono l’idea delle differenze di qualità dei vari illuminanti. Notiamo che la sorgente luminosa più vicina alla luce del sole e più regolare è la luce flash professionale. In questo caso si intendono flash con determinate prerogative tali da consentire costanza e qualità del colore, nella media la luce flash ha un rendimento inferiore e meno fedele.

 

La luce del sole non va bene dato che è variabile sia per intensità che per colore e contrasto, nemmeno la lampadina al tungsteno funziona dato che la densità e la saturazione di alcuni toni falserebbe la realizzazione di profili colore corretti e così possiamo andare avanti a lungo. Servono luci flash calibrate e costanti, con un’idonea parabola e di conseguenza un idoneo contrasto, il corretto posizionamento e la corretta angolazione, servono chart apposite per il bilanciamento del bianco, per la valutazione dell’esposizione, per la realizzazione dei profili, per la verifica dei profili, servono software di editing e programmazione, ma più di tutto è fondamentale la sperimentazione sul campo e un approfondito test con immagini particolarmente critiche in grado di evidenziarne i limiti.

Questa era la parte semplice. Per realizzare un profilo colore corretto bisogna però avere qualcosa di fondamentale, qualcosa che ci consenta di venire a capo di questo mistero. Una tabella, una chart, un software sono solo strumenti che allineano dei dati, purtroppo in fotografia serve molto di più: ci serve un riferimento. Abbiamo infatti bisogno di un file di una fotocamera e il suo profilo colore che siano stati ottenuti nelle condizioni ottimali e riproducibili e in grado di essere il modello a cui tendere. Questo prodotto, essenziale per la verifica
e il controllo dei risultati, deve essere sviluppato manualmente con un lavoro certosino che viene affinato
nel tempo. Il processo di sviluppo di un profilo colore è qualcosa di facile e a portata di tutti ma non risolve i problemi, semplicemente “aggiusta i colori” in una determinata situazione e con specifici valori di scatto, i profili colore correttamente sviluppati, invece, sono qualcosa di molto diverso e contemplano tutte le possibili variabili richiedendo un percorso di sviluppo lungo e articolato.

Ci sono come detto altre considerazioni: nessun software per la realizzazione di profili colore è in grado di compiere analisi approfondite, legge infatti delle aree in una tabella, ottiene dei dati e li confronta con i valori di riferimento. Se lo scatto è sovra o sottoesposto, più caldo o più freddo, i colori di partenza cambiano, per non parlare poi del file di riferimento e dei dati della chart, un minimo errore determina una grande variazione. Effettivamente, creare un profilo colore in grado di funzionare al meglio è qualcosa di molto complesso, devono essere ponderate molte variabili e la prima di queste è la variazione che il colore ha all’aumento o alla diminuzione della luminosità. La variazione di saturazione non è la sola a incidere, anche la tonalità cambia e di conseguenza mutano tutte le sfumature. A volte queste variazioni, pur essendo infinitesimali, non permettono la realizzazione di un profilo idoneo entro certe tolleranze. La realizzazione di profili ottimizzati passa attraverso una lunga fase di ricerca e sviluppo e non è frutto di un semplice flusso di lavoro, bensì di un costante limare le differenze tra ciò che si ottiene e ciò che si dovrebbe ottenere. Limare significa talvolta rinunciare, limitare o eliminare una parte dei dati che comunque sono presenti nel file.

Come anticipato un software non è in grado di leggere con precisione ogni singolo colore e tantomeno dire da quanto rosso, verde e blu è composto, lo fa con una certa approssimazione, anche minima ma è pur sempre un’approssimazione e questo è un serio problema, un colore potrebbe venire interpretato erroneamente e con un errato bilanciamento tutti i colori potrebbero essere falsati.

È quello che succede molto spesso, una piccola differenza uniforme su tutti i colori determina in seguito l’impossibilità di rendere al meglio le lievi sfumature nelle alte luci o i colori saturi nelle ombre. Ripeto, la tolleranza, a volte quello 0,00001% che porta un grigio a tendere al verde, diventa un incolmabile scoglio durante la lavorazione del file.

Ma non solo, c’è anche un grosso e imprescindibile passaggio da tenere presente: il più delle volte, rendendo neutri i toni, creiamo degli errori nelle alte luci o nelle basse luci. I file possono quindi presentare un bordo anomalo, un’inversione di colori, un alone generato da un errore di bilanciamento dei canali o la perdita di dettaglio e texture, addirittura l’aumento del disturbo o la creazione di artefatti. Il bilanciamento dei canali, il corretto bilanciamento delle forze colore del file determina pertanto la qualità di un’immagine più di ogni altra cosa. E lo si può ottenere solo manualmente comparando il proprio profilo con un riferimento assoluto.

Un profilo colore non ottimizzato penalizza inequivocabilmente la resa dell’immagine, è un dato di fatto oggettivo! La prima fase di degenerazione della qualità inizia infatti con l’apertura del file. Noi compiamo delle scelte e queste condizionano il nostro modo di operare e le compiamo a priori, partendo con la scelta del software e dell’algoritmo che lo gestisce. In questo percorso, convertire i colori al meglio è solo una delle fasi e tutte le operazioni che ne conseguono sono basate sulla reale suddivisione dei canali ovvero su come l’algoritmo di demosaicizzazione interviene su ogni singolo punto ricreando i colori mancanti.

 

A sinistra: immagine originale. Al centro: Profilo Colore Corretto. I contorni sono corretti anche nelle alte luci. A destra: Profilo Colore Errato. I contorni nelle alte luci evidenziano una forte inversione colore

 

TheSpack si basa su un approccio differente rispetto alla massa, non nasce per colmare l’esigenza di un singolo utente, ma per raggiungere la maggior qualità possibile per un singolo prodotto. Non tutte le fotocamere infatti sono o saranno sviluppate e non tutte le esigenze sono contemplate all’origine, è un prodotto tecnico e flessibile che si rivolge in modo differente a una moltitudine di utenti. Nasce per i professionisti della post produzione con una serie di profili tecnici a loro dedicati e che saranno implementati in pacchetti specifici per ottenere il massimo da ogni singola situazione, per i fotografi amatoriali con una serie di profili semplici e immediati da usare destinati ai vari campi di utilizzo e per i fotografi professionisti con una serie di servizi su misura.

Il progetto, perché è un progetto non un prodotto, nasce dalla volontà di rivolgersi a coloro che hanno investito e investono in attrezzature fotografiche e chiedono il massimo della qualità in ogni immagine.
Nello sviluppo del prodotto sono state contemplate innumerevoli variabili e sono state cassate innumerevoli idee ottenendo un flusso di sviluppo dedicato e mirato a implementazioni future. Certo, lo sviluppo di un profilo non si arresta mai, cresce ad ogni indicazione, a ogni suggerimento, a ogni esigenza degli utenti e alcune richieste dei singoli diventano parte dello sviluppo di successivi prodotti.

Tutto nasce dalla volontà di trovare la neutralità, la trasparenza, la progressione di sfumature nei colori saturi e nei colori tenui che sono insite nel file e che compongono l’immagine, quell’unicità di ogni singola fotocamera che spesso viene livellata da prodotti non all’altezza.

 

Nella colonna di sinistra il Profilo Colore ADOBE STANDARD Nella colonna di destra il profilo colore  THESPACK SMART STANDARD. Per non mettere in dubbio la qualità ottica dei prodotti usati le presenti immagini sono state realizzate con: Leica Q (Typ 116) e Panasonic S1R con ottica Leica Vario-Elmarit-SL 24–90 f/2.8–4 Asph.

 

Questo percorso è stato caratterizzato dalla ricerca della qualità oggettiva, tramite il corretto bilanciamento del file non solo in ingresso ma durante tutto il flusso di lavoro compresa l’uscita finale dal software. L’attenzione
è stata posta sulla riduzione delle dominanti cromatiche, l’aumento della profondità colore, un corretto bilanciamento della saturazione e delle tonalità. Per poter ottemperare alle molteplici esigenze, sono stati realizzati quindi profili differenti con software e flussi di lavoro diversi tra loro

Lo sviluppo ha portato a una struttura di base del profilo colore (una matrice) unica e distinta per ogni fotocamera, in grado di risolvere la maggior parte delle problematiche e ottimizzata per essere poi derivata in una serie di profili evoluti. Il profilo Standard infatti, non solo restituisce un’immagine ottimale da cui partire per lo sviluppo, ma è la base per la struttura di tutti i profili evoluti e consente un’ottima gestione del colore riducendone le dominanti. Ottenere una fotografia perfetta all’apertura del file RAW è il peggior incubo che si possa avere, tecnicamente non solo non può esistere ma non avrebbe alcun senso. Se vi chiedete il perché ve lo spiego semplicemente: un file RAW è grezzo, contiene tutte le informazioni che la fotocamera ha registrato, quindi
non ha un’identità. È durante la fase di sviluppo che ogni signolo colore viene ottimizzato, ogni sfumatura prende forma e i contrasti divengono reali, è il fotografo che sceglie la sua fotografia, non la macchina fotografica o il software. Applicando un profilo Standard o comunque un profilo che definisce i colori del sensore, noi dobbiamo essere messi in condizione di lavorare al meglio il nostro file, ottenendo, tramite la correzione di saturazione, luminosità e contrasto, un’immagine reale e consona alle aspettative.

Ma il lavoro dei profili non si limita a questo, devono essere immancabilmente differenti tra loro soprattutto per le destinazioni d’uso, oltre alla fotografia tradizionale e alle esigenze tecniche di base per lo sviluppo, vi sono anche esigenze pratiche come la repro-fotografia, ovvero la riproduzione di documenti e tabelle colore o la fotografia dinamica nella quale è più consona una maggior saturazione sacrificando qualcosa nel bilanciamento cromatico. Proprio per queste ragioni sono stati sviluppati e integrati profili dedicati a tutti gli usi.

È però grazie alle innovazioni introdotte da Adobe nel mondo della gestione dei profili colore che tutto è cambiato e ha permesso lo sviluppo di un prodotto completo e flessibile.
Per anni l’interfaccia di Adobe Lightroom presentava il selettore del profilo colore nell’ultimo pannello, quello della calibrazione, come se fosse qualcosa di poco importante, misterioso e destinato ai nerd. Spesso veniva ignorato dai più, poi, nel 2018, è stato posizionato nel primo pannello, prima di tutto, come per dire: usa questo prima di fare qualsiasi altra cosa.

Ma perché? Cosa è successo?

Fermiamoci un attimo e torniamo ai primi anni della fotografia digitale professionale. I fotografi, nella maggior parte dei casi, erano visti come ignoranti in materia, inadatti e dannosi per tutti coloro che erano a valle del processo, avrebbero dovuto acquisire e poi mandare i file ai fotolitisti. Con l’evoluzione del settore le esigenze sono mutate, un gran numero di persone ha studiato i nuovi sistemi e si è adattata al nuovo mercato, sono diminuiti gli interventi di consulenti esterni e molti assistenti, o gli stessi fotografi, hanno iniziato a lavorare nel settore dell’immagine digitale, questo ha portato alla richiesta di strumenti più evoluti e fluidi, pertanto si è
 giunti a un radicale cambiamento del mercato della fotografia. In pratica la crescita delle esigenze degli utenti
ha portato a prestare maggior attenzione a elementi un tempo importanti ma nascosti poiché erano retaggio
di professionisti esperti che sapevano come lavorare. Il motore di base di Adobe Lightroom è dotato di un
ottimo algoritmo, non ne è permessa la scelta come in altri software ma garantisce già eccellenti risultati di
suo. Ha però una forte limitazione, è l’unico software che usa profili DCP a non permettere la correzione della luminanza separata dalla crominanza, praticamente è inutilizzabile per molte operazioni sulle texture. Quando scurite i neri o li aprite, modificate contemporaneamente luminosità, tonalità e saturazione e questo è un serio problema. È possibile infatti applicare una curva esclusivamente in RGB ovvero modificando uno dei canali o tutti e tre contemporaneamente senza poter agire su tonalità, saturazione o luminosità in modo distinto. È inoltre impossibile agire sulla curva del profilo colore rendendo pertanto necessario utilizzarne un numero maggiore rispetto a software come Iridient Developer. Questo permette a programmi come Capture One di essere più precisi nelle correzioni e soprattutto garantisce immediatezza nello sviluppo dei file. In definitiva i fotografi sono stati trattati da Adobe come improvvisati ritoccatori mentre altri sviluppatori hanno completato i loro programmi con sistemi più evoluti e funzionali alla crescita di ogni singolo professionista.

Gli ingegneri di Adobe si sono però fatti furbi e hanno studiato un nuovo sistema, i profili colore XMP. Ovvero, per informazione, qui lo dico e qui lo nego, hanno detto ancora una volta ai fotografi che sono degli analfabeti ma almeno l’hanno fatto in modo più delicato.

Invece che aggiungere una serie di palette dedicate alla correzione delle curve di luminanza, della crominanza e della saturazione, invece che gestire una correzione mirata del colore nell’interfaccia d’uso con un’ampia possibilità di recupero delle alte e delle basse luci, hanno semplificato il tutto dicendo: usate i profili XMP che contengono un profilo DCP, una curva dedicata e una LUT e inoltre possono integrare altre funzioni tipiche dell’interfaccia d’uso del software.

Ora che vi ho incasinato per bene la giornata potrei tranquillamente scappare e lasciarvi nel dubbio.

 

SELETTORE DEI PROFILI DI ADOBE LIGHTROOM

 

Di seguito tre esempi con:

  1. LUT – 0% PROFILO DCP
  2. LUT – 100% PROFILO DCP
  3. LUT – 200% PROFILO DCP

 

Cerco di sintetizzare cosa è successo nel mondo dell’immagine digitale e perché diventa importante un prodotto come TheSpack e la ricerca che è alle sue spalle.

Il profilo colore DCP dedicato alla fotocamera è uno e uno solo, è la base di tutto, ma ad oggi, come per le produzioni video, è possibile utilizzare una serie di tabelle di conversione, le LUT, molto usate nel color grading video, che interpretano i dati e permettono di non alterare il profilo di base ma intervenire sopra a esso per cambiare colori, tonalità, saturazioni, contrasti, punto di bianco ecc…

In pratica, usando un profilo colore di base, possono essere applicate curve differenti per creare molteplici “sottoprofili”, questo comporta un cambiamento radicale nell’approccio al lavoro, infatti non è più importante avere il profilo che migliora il blu, il rosso o il giallo, è essenziale disporre di un profilo di base in grado di esprimere al meglio la resa del sensore in tutte le condizioni d’uso e poi applicare a esso una LUT e creare un profilo colore dedicato alla singola situazione che potrebbe presentare difetti nell’utilizzo medio ma in quella specifica condizione sarà esemplare. Essendo poi possibile dosare l’intensità del “filtro” si possono ottenere innumerevoli variazioni di un singolo profilo. La LUT funziona infatti come correttore e non come protagonista della conversione del colore. Questo vantaggio porta a estendere le funzionalità del software e se a esso uniamo la possibilità di memorizzare informazioni quali texture, contrasto, curve, recupero delle alte e delle basse luci, esposizione o altro, permette di estendere le funzionalità creative oltre ogni limite.

Il profilo colore di base diventa pertanto essenziale per poter essere poi derivato in una moltitudine di varianti che consentono ai vari fotografi di ottenere il miglior risultato nel minor tempo possibile.

 

 

 

NOC SENSEI è un modo nuovo di vedere, vivere e condividere la passione per la fotografia. Risveglia i sensi, allarga la mente e gli orizzonti. Non segue i numeri, ma ricerca sensazioni e colori. NOC SENSEI è un progetto di New Old Camera srl

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