L’ombelico del mondo

Il selfie: introspezione o egocentrismo?

 

Volenti o nolenti, i social media sono parte integrante della nostra vita e, di conseguenza, sono diventati in qualche modo anche elementi che influenzano i nostri comportamenti.

Da fotografi, negli anni abbiamo assistito a fenomeni come la pandemica diffusione di foto di tramonti, gattini e piatti di cibo, così come la nostalgico/psichedelica/truzza omologazione delle immagini con l’applicazione di filtri e filtrini “precotti”.

Cambia anche il modo da fotografare e passiamo dall’introspettivo autoritratto, esperienza spesso anche molto intensa e impegnativa, al famigerato selfie.

A titolo di curiosità, per capire quanto i selfie influenzino anche i nostri comportamento nella realtà, date un’occhiata ai dati che riguardano morti e feriti durante questa pratica.

In modo meno drammatico, ma fastidioso, cambia anche il modo in cui ci fotografiamo.

Si passa dall’inquadratura “in bolla”, o al massimo da quella dal basso, che ci slancia, a una distorta e “nanificante” visione dall’alto.

Si modifica, poi, in modo drammatico la rappresentazione dell’ambiente che ci circonda, che diventa assolutamente di contorno e di nessun interesse diretto, a parte per il fatto di potenziare la nostra autocelebrazione.

Se scatto un selfie durante una visita a una città, lo sfondo viene esibito come trofeo, non in qualità di elemento di esperienza.

Noi siamo il centro di tutto, il cosiddetto “ombelico del mondo”, e tutto il resto deve semplicemente asservire la nostra vanità.

Per fortuna esistono anche esempi virtuosi, come il video, realizzato qualche anno fa da
Christoph Rehage.

L’idea è semplice e geniale: l’autore nel 2008 ha intrapreso un viaggio di un anno in Cina, durante il quale si è scattato un selfie al giorno.

Ha poi montato tutte queste immagini in un timelapse.

Le singole foto, però, sono state concepite e scattate con due precisi scopi: quello di mostrare i cambiamenti fisici di Christoph nel corso della sua traversata, ma anche quello di presentarci l’ambiente e le persone con le quali si è rapportato in ciascuna situazione.

Ne risulta, quindi, un fantasmagorico carosello, nel quale persona e ambiente circostante interagiscono continuamente, partecipando a un racconto efficace e coinvolgente, ben lontano dalla fredda fighettitudine dei selfie “influencer-style”.

 

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