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L’obsolescenza salverà la memoria?

Se pensiamo agli eventi catastrofici per la cultura e l’arte, si tratta sempre di avvenimenti fisici: la distruzione della Biblioteca di Alessandria, il rogo dei libri del ’33 da parte dei nazisti, più modestamente la perdita di gran parte delle foto del D-Day di Capa, …

Ciò che colpisce violentemente la nostra immaginazione è la fine del medium fisico, non delle idee che contiene.

E’ il nostro “essere analogici” che ci aiuterà a preservare la memoria, la necessità di conservare e di replicare un patrimonio intellettuale e fisico ci riporta a una ritualità quasi spirituale che i bit non esprimeranno mai.

Non è puro feticismo per “l’oggetto”, ma la necessità antropologica di rinegoziare e rinnovare il nostro rapporto con lo stesso.

La caducità delle fotografie stampate (al pari di tante altre opere) le rende paradossalmente più “forti” ed “eterne” delle loro parenti digitali.

L’immagine dell’intestazione è tratta dal film Fahrenheit 451.

 

Fahrenheit 451 (1953) di François Roland Truffaut

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One Comment

  1. Davide Tambuchi

    Il problema della conservazione degli archivi è già stato affrontato dal grande Maestro Gianni Berengo Gardin nelle sue riflessioni sul digitale. Tuttavia nulla è al sicuro, nemmeno i supporti analogici, se non si creano delle copie di backup. Penso tuttavia che al di là del problema dell’archiviazione, ci sono altri importanti motivi per riscoprire strumenti analogici – è una questione di rifiutare il Paradigma corrente. A tal proposito è interessantissimo il libro “The Typewriter Revolution” di Richard Polt, professore di Filosofia presso l’Università di Cincinnati. Scrivere a macchina obbliga a riflettere prima di battere i tasti, così come fotografare in analogico.

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