Ritratti in silenzio

Di Enzo Dal Verme

 

C’è un progetto fotografico al quale tengo molto e che ho chiamato Ritratti In Silenzio. Ho realizzato la prima immagine di questa serie alcuni anni fa e ogni tanto scatto una foto nuova.  Sono ritratti nei quali fotografo i miei soggetti con una certa attenzione per l’impatto estetico, ma l’elemento principale non è quello, è il silenzio. Cosa vuol dire? Andiamo per ordine…

Le immagini hanno una impostazione semplice, un volto e un gesto, come nei quadri della tradizione ritrattistica italiana che mi hanno affascinato durante gli studi di storia dell’arte. Ad esempio i ritratti di Giovan Battista Moroni, artista cinquecentesco famoso soprattutto per la capacità di coniugare la fedeltà al modello (anche con le sue imperfezioni fisiche) con l’indagine introspettiva. Nei suoi ritratti mi hanno sempre colpito l’intensità e la quiete che caratterizza gli sguardi.

In realtà all’inizio di questo progetto non mi ero reso conto di avere subito quell’influenza, me lo hanno fatto notare gli altri. A me non sembrava che ci fosse un nesso, ma in effetti quelle tele fanno parte della mia formazione e, anche se non lo volessi, appartengono al mio linguaggio. Dunque, lo ammetto: i miei studi di storia dell’arte mi hanno un po’ influenzato.

Ma perché “Ritratti In Silenzio”? Quando scatto un ritratto, la maggior parte delle volte i soggetti cercano di apparire carini, interessanti, speciali… insomma di sedurre la mia macchina fotografica. Vogliono mostrarmi il loro lato migliore perché una foto resta e a nessuno piace lasciare un ricordo o una traccia che considera poco piacevole. Io allora cerco di distrarli per scavare un po’ sotto quell’immagine idealizzata che mi propongono.

Se ci riesco, vedrò cosa c’è là sotto. E, in genere, appena il mio soggetto si rilassa un po’, mi mostra quello che stava cercando di nascondere. Per esempio un’insicurezza o qualcosa di sé che considera sia meglio non fare vedere. Ma a me piace andare ancora più in profondità e quando intravedo anche solo un po’ di quella quiete che c’è sotto gli strati di ciò che vuole o non vuole farmi vedere, scatto.

In quei momenti, la maschera sociale che solitamente viene usata per proteggersi, per interagire col mondo e che serve a non sentirsi troppo esposti e vulnerabili, perde consistenza. Le espressioni che i miei soggetti cercavano di assumere per essere percepiti in un certo modo, si aprono e diventano più trasparenti.  Ecco, lì si comincia ad intravedere quello che io chiamo il silenzio.

Mi attrae il silenzio che c’è in ogni persona sotto tanto rumore mentale e mi piace svelarlo. Per farlo è importante che io riesca a stabilire una connessione con il soggetto. L’intensità e l’intimità della nostra relazione dipenderà soprattutto dalla mia abilità a metterla a suo agio e, naturalmente, anche dalla sua disponibilità. Se riuscirò o meno a fotografare quello che vorrei è sempre un’incognita.

Per me è stato molto interessante scattare dei ritratti a delle persone dopo che avevano meditato. Non sembravano particolarmente preoccupate di mostrarmi il proprio lato migliore. Le loro espressioni erano rilassate e molto presenti, lo sguardo intenso e pieno di forza, ma nello stesso tempo estremamente calmo. Non è stato difficile fotografare il silenzio in quei soggetti.

Quando io scatto, in genere lascio passare un po’ di tempo prima di guardare le immagini per sceglierne una. La cosa interessante è che, quasi sempre, tra tanti scatti solo una immagine avrà l’intensità e la presenza del silenzio che cerco. E certe volte neanche una, perché non è detto che io riesca nel mio intento. Ma, se sono riuscito ad immortalare quella quiete interiore che mi attrae, forse anche lo spettatore potrà poi parteciparvi mentre guarda la fotografia. Ognuno dal suo punto di vista, naturalmente. Qualcuno non coglierà per nulla, come quel fotografo che un giorno mi ha chiesto “Ma perché fotografi sempre tutti tristi?”

Pazienza.

Alcuni ritratti mostrano un silenzio più profondo, altri appena accennato perché non sempre riesco ad incontrare i soggetti dei miei ritratti lì dove vorrei. E questa ricerca è una delle cose più interessanti per me perché ogni volta che fotografo qualcuno e mi confronto con una sua resistenza o con un mio pregiudizio, con una improvvisa apertura o con una grande affinità… ho l’opportunità di conoscere un po’ meglio anche me stesso. Un grande privilegio.

E se non sarà proprio quel silenzio ad essere rimasto immortalato nella mia fotografia, ma qualcosa appena oltre la maschera sociale del mio soggetto, mi potrò comunque considerare soddisfatto.

Quando ho esposto la mostra dei Ritratti In Silenzio a Barcellona, Giovanni Gastel ha scritto queste parole per presentarla: “Per la mia esperienza personale il ritratto è la più difficile ed ardua delle realizzazioni fotografiche. Nell’opera devono ritrovarsi il racconto del soggetto e della sua ‘storia’, la sintesi di questa storia operata dall’autore ma anche il racconto dell’anima e della storia della fotografia stessa. La fotografia d’autore deve sempre essere anche “autoritratto” e “messaggio” di chi scatta. I ritratti di Enzo Dal Verme sono una perfetta sintesi di questi tre elementi. Fantasia e poesia convivono in opere che sono da ammirare in silenzio per ‘sentire’ la loro forte voce“.

 

Enzo Dal Verme

 

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