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Meraviglioso: muore la nonna, ma io la fotografo.

“Vi giuro, credetemi è accaduto….” Non so perché, ma tutte le volte che penso alla storia che sto per raccontarvi, mi viene in mente l’incipit di una canzone di Modugno che, in fondo, parlava di un tentato suicidio. Sono ironica e canterina, che è meglio, ma di suicidio morale e professionale si potrebbe parlare di fronte a tanta insensibilità.

Mi spiego: anche in questo caso mi riferisco ai social network (segnatamente a Facebook), in parte responsabili della follia collettiva nella quale annaspiamo senza più filtri nè regole di buon senso. Qualche mese fa mi imbattei in un post di uno sconosciuto contatto che, per convenienza, chiamerò Mario Rossi. Bene, a Mario Rossi, che si definisce fotografo, era morta la nonna. Lo apprendemmo quel giorno perché condivise una sua foto per ricordarla. E fin qui, tutto bene, tranne che per l’anziana signora ovviamente.

Lo scollegamento dalla realtà mi arrivò per gradi: prima notai in alto una faccina a sottolineare che Mario era molto dispiaciuto, e mi chiesi come, in un momento di lutto, a un ragazzo potesse venire in mente di cercare la faccina giusta su Facebook. Nuovi modi di comunicare, mi dissi. Poi, sotto al breve testo di annuncio e a corredo della foto dell’antenata, misi a fuoco tre hashtag davvero inquietanti: #kodak #200asa e #rip che sta per riposa in pace. Ma voi, quando avete perso i vostri avi, avete tirato in ballo la sensibilità della pellicola?

La ciliegina sulla torta fu però rappresentata dalla firma in calce al post. Al suo nome e cognome, Mario aggiunse la dicitura “photographer”. Ora, io posso capire il bisogno di esternare la perdita su Facebook, posso perfino capire che si utilizzi la rete per informare parenti e amici della scomparsa, ma attribuirsi il merito artistico della foto di nonna morta, in un momento di dolore che dovrebbe essere protetto da un minimo di riservatezza, mi pare sintomo di una degenerazione psichica grave con l’aggravante di una incurabile mania di protagonismo all’ultimo stadio. Vi giuro, se incontrassi di persona personalmente Mario Rossi, penso che avrei soltanto due opzioni: ridere a crepapelle o farlo internare.

La storia non è inventata, posso produrre privatamente prove a lettori e dottori interessati ad aiutarlo.

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