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Lo sguardo è pensare per immagini.

Lo sguardo è pensare per immagini. È esporre noi stessi nell’osservazione, convogliando lì, sulla superficie e dentro le cose, il nostro bagaglio di esperienze passate e presenti. I libri letti, l’educazione ricevuta, l’umore del momento, perfino la musica o le parole che nella vita abbiamo ascoltato, contribuiscono a codificare la realtà e finiscono nello sguardo, nell’inquadratura che scegliamo come cornice di quel pezzo di mondo. Noi siamo ciò che abbiamo vissuto. E se siamo poveri di spirito e conoscenza, difficilmente sapremo produrre scatti che abbiano qualcosa da trasmettere.

Esordiva così il primo editoriale che scrissi per “EyesOpen! Magazine”, la rivista che ho fondato insieme a Manuela Cigliutti e che dirigo da quattro anni. Per chi non la conoscesse, è una testata che si occupa di cultura fotografica e di valorizzare i talenti di questa giovane arte, italiani e internazionali. Con la citazione d’apertura non voglio trasmettervi il benché minimo effetto nostalgia, solo mi servo di un espediente per raccontare a tutti voi cosa proverò a insegnarvi sul nuovo portale NOC Sensei.

Nei mesi che verranno, il mio intento sarà quello di spiegare ai fotografi il mondo dell’editoria, per cercare di orientarli su come proporsi e sulle ragioni delle scelte che si fanno all’interno delle testate. L’editoria è cambiata molto in questi decenni, ciò che era negli anni Ottanta o Novanta, oggi non è più e il solo modo per comprenderne le dinamiche e farne parte, è quello di essere resilienti. Una parola tanto di moda, resilienza, che introduce al concetto di adattamento insito in ognuno di noi. In natura si chiama istinto di conservazione ed è quella reazione che ci fa piegare agli eventi senza spezzarci. Occorre soltanto capire come è cambiato questo mondo e come possiamo sopravvivere al nuovo corso. Mandare un portfolio in un giornale è una cosa seria e che va ponderata, non si può tentare la sorte a casaccio, perché così sprecherete energie a vuoto.

A volte vi sarete chiesti come mai un photoeditor non vi risponda, o come mai il vostro lavoro è stato scartato, ignorato, rimandato nelle sue scelte di pubblicazione. Non è cattiveria o maleducazione, vi assicuro. Molto spesso le esigenze editoriali impongono scelte che non vanno nella vostra direzione. Un photoeditor risponde a dei superiori come tutti: un direttore, un editore, un’azienda che paga la pubblicità. Perfino un argomento scelto per quello specifico numero può guidare le sue preferenze, per non parlare dell’impaginato, degli aspetti cromatici o etici, delle ripetizioni… insomma, tutte dinamiche complesse che viaggiano in contemporanea sui pc e sui tavoli di lavoro di chi fa quel mestiere. E se provate a mettervi nei loro panni, capirete molte cose che ora vi sfuggono. Dall’altra parte della barricata sono, siamo, bombardati quotidianamente di richieste.

Le “bombe” arrivano via mail, via whatsapp, via telefono, via social network… Un attacco giustificato, i fotografi mandano proposte e stare al passo non è facile. Li premia la perseveranza nel tentare di farsi ascoltare. Lo dico sempre quando mi capita di parlare ai giovani emergenti della fotografia che incontro: rompete le scatole più volte, senza farvi problemi, nel flusso di messaggi che arrivano a un photoeditor a volte le cose si perdono, si dimenticano perché sovrastate da altri messaggi delle ore successive, un remind è sempre utile e può indurre a maggiore attenzione. Ma più di tutto, premia il modo in cui ci si propone. Faccio un esempio banale, ma di facile comprensione: non si può mandare una serie di ritratti a una rivista di arredamento, o foto di arredamento a National Geographic Italia. Il portfolio va “adattato” al nostro interlocutore, è il primo passo per centrare l’obiettivo. C’è poi la faccenda del poco tempo a disposizione: evitate di inviare tre messaggi, poi un wetransfer con 800 mega di foto, poi un altro messaggio con dei testi allegati. Nelle redazioni si ha tutti poco tempo, non fatecelo sprecare. La vostra proposta va mandata in un unico file, un pdf leggero con testi e una selezione di foto ben presentate sarà sufficiente a farvi da biglietto da visita. Più la comunicazione sarà snella, più avrete possibilità di una risposta.

Molti altri consigli mi vengono in mente, li vedremo però insieme di volta in volta. Lo faremo attraverso il racconto delle scelte che noi stessi di EyesOpen! Magazine facciamo per selezionare i lavori che sono stati o che verranno pubblicati. Vi racconterò come scegliamo le copertine, come le spieghiamo ai nostri lettori, come mettiamo a confronto la fotografia con le altre arti – la grafica, la letteratura, la poesia o l’illustrazione – con la convinzione che la grammatica di questo linguaggio passi attraverso un profondo legame tra pensare e vedere. Per imparare insieme a osservare cose mai viste prima.

Barbara Silbe

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2 Comments

  1. Andrea barbieri

    L’idea che esiste un “pensiero per immagini” è esposta nel dialogo “Protagora” di Platone, il passo in cui Protagora chiede <> Il mito è appunto immaginazione attraverso cui, in qualche modo, si può pensare. E’ un compito ambizioso.

    [Però il fatto che non si possa incollare un contenuto nel proprio commento mi pare informaticamente eccessivo.]

  2. Andrea barbieri

    Purtroppo è saltato un pezzo del commento perché chiuso tra le virgolette, questo:

    “ma preferite che lo dimostri narrando un mito, come un vecchio che si rivolge ai giovani, o con un ragionamento?”

    Curiosamente mi accorgo ora che quella domanda di Protagora evoca anche l’idea del sensei.

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