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Le letture portfolio servono?

Sto per cantarmele e suonarmele da sola, sappiatelo, prima di proseguire nella lettura di questo articolo. Vi voglio parlare bene di una cosa che faccio spesso e spiegarla a chi non la comprende fino in fondo. Partiamo da una data, quella del 14 dicembre. Quel giorno, tra un mese quasi esatto, sarò impegnata negli spazi di Bottega Immagine (bellissimo centro per la fotografia che sta in via Carlo Farini 60 a Milano) a leggere i portfoli dei candidati che si vorranno iscrivere. Ma che cos’è una lettura portfolio? E serve davvero alla crescita di un autore?

Molti la criticano come l’ultimo metodo per fare soldi da parte dei docenti di fotografia, e io non sono d’accordo. Prima di tutto, se lo scopo fosse quello di guadagnare, farei prima e farei molti più soldi se investissi il mio tempo leggendo i tarocchi o con altre attività tipo aprire un negozio per celiaci o un sexy shop o una locand gourmet, ve lo assicuro. Non lo si fa per business, ma nella convinzione di poter davvero essere d’aiuto mettendo sul desk tutte le nostre competenze. Tra l’altro, quel giorno è pure il mio compleanno e io dovrei stare da un’altra parte, quindi se sono lì è perché ho proprio scelto di esserci.

Molti la temono, come un momento da evitare per non sottoporsi a critiche, e io nemmeno in questo caso sono d’accordo. Non è un’esperienza da vivere in maniera negativa, come se si andasse al patibolo di fronte al boia, ma va intesa come opportunità di confronto e di crescita personale per chi presenta il suo portfolio a un lettore che in quella giornata è a vostra totale disposizione per dubbi, domande, consigli, riflessioni. Incontrare photo editor, curatori, critici, galleristi o altri fotografi ai festival di fotografia o nelle scuole, è un’occasione utile per costruirvi delle connessioni rilevanti e ricevere suggerimenti sulla serie di immagini che presentate e alla quale tenete, approfittando della loro professionalità per guardare con occhi diversi quello che avete realizzato. Quello scambio di opinioni è anche importante per capire quali dinamiche legano la fotografia, intesa sia come arte che come documentazione, alla realtà quotidiana, e a rendere meno astratta la possibilità di fare della vostra passione una professione, soprattutto oggi che è sempre più complicato emergere e monetizzare.

Molti infine la sottovalutano, ritenendola inutile nella convinzione di saperne abbastanza e di non aver bisogno di nessuno per editare il proprio lavoro, e credo che questo sia l’approccio più sbagliato possibile per qualunque fotografo. Quel che posso dirvi è che non conosco (quasi) nessun autore in grado di selezionare da solo e con distacco la serie finale di fotografie che riassume il suo racconto. Chi ha scattato, spesso è affezionato a tutto quello che è uscito dalla fotocamera e difficilmente saprà da dove far cominciare, come sviluppare e come chiudere la sua storia. Uno sguardo esterno sarà ovviamente più obiettivo, avrà più facilità a togliere le ridondanze e a correggervi se siete andati fuori tema. Come dico spesso, le due arti che meglio si prestano a inventare una storia sono la scrittura e la fotografia e, per certi versi, funzionano nello stesso modo. Immaginate una esse, sì una S maiuscola: in ogni romanzo o articolo si parte da un’introduzione, che deve interessare il lettore e invitarlo a entrare. C’è poi uno sviluppo che, tra alti e bassi e senza ripetizioni, deve mantenere alta l’attenzione di chi legge e filare dritto fino alla chiusura. Voilà, una esse appunto. E’ quello il movimento che deve fare anche una storia fatta di immagini. Se quella danza non si compie, annoierete il vostro pubblico.

Credo sia tutto quel che volevo dirvi. Ah no, c’è un’ultima cosa importante. Il 14 dicembre, con me a Bottega Immagine ci sarà Giovanni Pelloso, collega giornalista e critico di fotografia che lavora per il Corriere della Sera ed è staff editor e caporedattore de Il Fotografo, NPhotography, Photo Professional e Digital Camera (Sprea editore), oltre che professore dell’Accademia di Brera e molte altre cose. Saremo lì anche con la speranza di trovare talenti da pubblicare: il lavoro di scouting è un’altra questione importante delle letture portfolio.

Se volete tutti i dettagli della giornata, li trovate qui

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One Comment

  1. Luca Scaramuzza

    Pienamente d’accordo con quanto scritto. Tanti amatori e non solo accettano la propria identità e competenza passivamente, “tutti mi dicono che sono bravo, che faccio bellissime foto etc etc”..il punto è che tanti ricevono commenti da amici, parenti, like su fb, Instagram e chi più ne ha più ne metta. Quindi il bello è bravo sono aggettivi e bisognerebbe chiedersi “ok, grazie, ma bello e bravo rispetto a cosa? Qual’è il benchmark di riferimento?”
    Probabilmente solo riuscendo ad uscire da questo impasse in tanti troverebbero “il coraggio” di farsi commentare la foto da una persona competente e del settore. E magicamente, in tanti casi, l’allievo potrebbe addirittura superare il Maestro 🙂

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