Iperbole semiseria sul lessico della fotografia

L’altro giorno ho casualmente letto l’annuncio di un fotografo pubblicato sui suoi canali social. Recitava più o meno così: “Sarò in assignment per uno shooting fino a fine mese”, e ho istintivamente pensato: perché non usare il nostro bellissimo italiano? Intendiamoci, non sono nemica dell’inglese. E’ decisamente più facile dell’arabo o del cinese, lo conosco discretamente e lo uso parecchio io stessa, e l’Accademia della Crusca mi perdonerà se ritengo che sia abbastanza normale adottare neologismi stranieri per parlare in comodità. Basterebbe farlo consapevolmente. Vi faccio qualche esempio. Noi veniamo da mesi di lockdown, passiamo i weekend al mare guardando il display dello smartphone invece di fare windsurf e, anche se siamo in tempi di austerity, ci interessa di più il gossip della green economy. Insomma, scherzi a parte, il linguaggio è mutevole, interconnesso per sua natura e noi, facilmente influenzabili grazie (o per colpa) della nostra tendenza all’esterofilia, abbiamo adottato una quantità enorme di termini stranieri che dovrebbero facilitarci la comunicazione. Quasi sempre…

In realtà, questo dibattito si riaccende a intervalli regolari tra giornalisti ed esperti, e se ne parla senza mai giungere a una conclusione. I linguisti si preoccupano dell’uso eccessivo di anglismi o anglicismi, soprattutto per il rischio concreto dell’appiattimento del linguaggio, cosa che dobbiamo sempre impegnarci a combattere. Non che l’inglese sia una lingua povera o da demonizzare, ma usandola anche a sproposito, finiamo per depauperarne il senso. Senza contare che sarebbe un peccato per il nostro meraviglioso italiano, che ha sempre la corrispondenza esatta per ogni termine che arrivi da lontano. E sarebbe altresì un disastro per le menti più giovani, che ridurrebbero il lessico a una estrema semplificazione, già favorita dal loro stare ore e ore sui social invece che sui libri.

Torniamo però al nostro fotografo in assignment. Leggendo lo status sul suo account Facebook (ops ancora inglese), mi sono soffermata a pensare a quali potessero essere le ragioni per cui molti, nel settore, per esprimersi tendono ad affidarsi a vocaboli british. L’elenco è lunghissimo: diciamo storytelling, focus, editing, backstage, street photography, fashion, selfie, photo bombing, credit, folder, tripod, grip, battery pack, workshop, pinhole… Tutti, vi giuro, tutti, hanno il corrispondente in italiano. Potrei continuare il glossario per parecchie righe, ma mi fermo qui e lascio a voi lettori il compito di completare il lungo elenco. Dicevamo, le ragioni del fenomeno: talvolta possono essere inconsapevoli, cioè l’autore è talmente influenzato dall’uso comune di un vocabolo straniero, da adottarlo senza rendersene conto. Oppure: spesso dietro l’uso eccessivo dell’inglese, c’è l’illusione di apparire più alla moda, più trendy, à la page, cosmopoliti, moderni. O ancora, c’è l’uso invalso: è innegabile che in determinati ambiti, come la fotografia o l’informatica, l’inglese sia stato impiegato pressoché universalmente per semplificare lo scambio tra utenti.

Però, però, però, noi italiani siamo perdutamente influenzabili da ogni esotismo, per questo diciamo stand by invece che in attesa o sugar free o trailer o facciamo un download o compriamo il mascara waterproof. A volte si usa quel che viene da oltremanica perché non si conosce la traduzione in italiano (incredibile vero?) oppure, lasciatemelo scrivere, di tanto in tanto cadiamo tutti vittime di un atteggiamento un po’ arrogantello che ci induce a sciorinare agli altri il vanto di padroneggiare altre lingue, o di un bisogno di sicurezza che pensiamo possa venire dall’idea che il nostro interlocutore si farà di noi: parla lo slang, dunque sarà persona di mondo. E lo fanno anche i fotografi. Ora, io sarò anche una ragazza un po’ vintage e anche vagamente color seppiato, e mi scuserete per questa iperbole semiseria di metà agosto, ma credo che a tutti noi serva un reset, un check up, una strategy per tornare ad amare la lingua donataci da Dante e metterci in quarantena, mica in lockdown, finché non l’avremo imparata meglio. Senza stress, mi raccomando.

 

 

 

 

One Comment

  1. Alessandro Pace Reply

    Sono d’accordo con te, Barbara Silbe, ed è un argomento sempre d’attualità. C’è chi si “uniforma” magari pensando che è la realtà, la naturale evoluzione di una lingua, un po’ come l’evoluzione (io la chiamerei involuzione) derivante dalla globalizzazione, e c’è chi può storcere il naso. Io sono di una generazione diversa, nel senso che fino agli anni Duemila, periodo universitario, c’erano soltanto piccoli termini scientifici ma, e dico ma, c’è sempre un termine italiano che deriva dal greco e latino (parlo di termini scientifici ma non solo). I termini “inglesi” perché dopo l’avvento dell’informatica, ovvero dal “boom” dei termini che sono inglesi perché il linguaggio informatico è basato sull’inglese (DOS ad esempio da “Disk Operating System” per dirne una) sono utilizzati per l’informatica appunto, e l’uso di altri termini provengono dal giornalismo che non capisco il motivo di questo cambiamento senza senso. Come hai detto “lockdown”, “weekend” e così via, come alcuni sport che forse alle masse viene meglio parlare in inglese. Nel calcio, ad esempio non si dice più “fuorigioco” ma “offside” e “rigore” divenne “penalty”. Calcio d’angolo divenne “corner”, e così via. Perché usare questi termini? In italiano non c’è “stopper” che comunque rappresenta il marcatore e forse viene più comodo dirlo in inglese anziché il vecchio termine “libero” o “marcatore”. Non saprei. In fotografia perché alcuni componenti delle macchine fotografiche sono in inglese, semplificare anziché dire “alza specchio” si dice “reflex” o anche il termine “mirrorless” che in italiano non c’è il corrispettivo per differenziare altre tipologie di macchine fotografiche. Sarebbero “senza alza specchio” e forse essendo ormai tempi velocissimi anche nel parlare, ci si impiega meno a specificare un termine inglese anziché un italiano. E mi son dilungato, rischiando di essere troppo prolisso (P.S. fortunatamente non c’è “prolisso” in inglese… O almeno spero!). Io uso questi termini con raziocinio, leggo molto libri in italiano, e l’inglese non lo mastico bene perché è dalle scuole superiori che non l’ho più ripreso, anche se indubbiamente capisco che è utile.

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