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Fotografo quindi (non) esisto

Ci avete fatto caso anche voi? Capita sempre più raramente di leggere/ricevere/fare commenti del tipo: wow, che bella foto hai fatto? Non è che siamo peggiorati – oddio, qualcuno non è mai migliorato, ma è un’altra faccenda – siamo semplicemente assuefatti all’immagine e, di conseguenza, diventati insensibili. La fotografia ci invade, talvolta ci soffoca, sicuramente ci domina. Quanti scatti vediamo scorrere ogni giorno sui nostri monitor? Accendiamo il telefono anche prima di aver fatto colazione, poi passiamo al tablet, al computer, al televisore con le notizie in loop. Le immagini ci bombardano, sono talmente tante che non riusciamo ad assimilarle e, una dopo l’altra, ce le dimentichiamo. Noi stessi, non fotografiamo, ma comunichiamo. Facciamo sapere ai nostri follower i nostri stati d’animo e dove ci troviamo. Gattini, tramonti, pizze consumate, smorfie, concerti, piedi in vacanza, si sovrappongono a notizie serie, tragiche, scandalistiche, polemiche. Un unico, immenso, virtuale calderone in continuo movimento e se per sbaglio intercettiamo un’opera d’arte, non ci facciamo manco più caso.

L’immagine, in questo millennio, condiziona le nostre azioni e i pensieri quotidiani, come mai è accaduto. Poi questa faccenda delle Stories di Instagram mi manda fuori di testa. Ma perché diavolo dovremmo pensare che agli altri interessi in ogni istante della giornata come ci sentiamo, dove siamo e cosa stiamo facendo o con chi? Eppure… Eppure il voyeurismo paga, la sovraesposizione pure. Non che io sia una bacchettona arcaica attaccata per forza all’analogico e all’effetto nostaglia dei tempi andati. Ma qui siamo all’estremo opposto. Sembra che tutti siano in corsa per conquistare il dono dell’ubiquità digitale. Oggi non sei bello o bravo, colto o superficiale, sei un influencer che vive nutrendosi di selfie e di like e che rimanda al suo pubblico una versione spesso sfalsata, iperrealista, di se stesso. L’influencer interpreta una parte, si fotografa quindi esiste.Ma non produce vera fotografia.

Queste continue sollecitazioni ci hanno tolto tre cose fondamentali: lo stupore, la privacy e lo spessore delle cose che valgono. Fatichiamo a distinguere il bello, a fermarci di fronte a qualcosa di originale, perché il gusto si è totalmente piallato un post dopo l’altro, che nemmeno un’opera d’autore ci sconvolge più. Parlo di quelle fotografie immortali, iconiche, che resistono al tempo e ai flussi incontrollati delle condivisioni. Si, d’accordo, tu condividi – clikc – e io ti metto un like – cick – se sono accurata anche un commento – clickclickclick. Un lilke non si nega a nessuno (io a qualcuno sì), però dieci secondi dopo sono distratta da altro e passo oltre e così, alla fine della giornata, o resetto tutto e ricomincio, o finisco per soffrire di insonnia o di qualche altro disturbo da iperconnessione. Sarebbe bello alzarsi domattina con la voglia di fare foto alternative, quelle catturate con pazienza e pensero, senza sprecare, che tanto i nostri amici ci ameranno ugualmente.

 

 

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