Ritorna la pellicola. Prima parte: Le fotocamere. Lezione#27 Foto

Un po’ come i dischi Long Playing a 33 giri e singoli a 45 giri, (non usiamo volutamente la tanto sbandierata parola vinile, nome che non si usava prima e non vediamo il motivo di usarla adesso) che non sono mai del tutto scomparsi e piano piano hanno riconquistato il cuore degli appassionati, anche la pellicola sta tornando a rivivere i fasti di un tempo.

Sono tanti i motivi di questo ritorno di interesse, pensiamo ai giovani di oggi che non la hanno mai vista e usata, o ne hanno solo sentito parlare e hanno visto in casa strane fotocamere dei genitori e di cui probabilmente hanno pensato che gli manca qualcosa, il display. Hanno visto strisce di fotogrammi bianco e nero o arancione con i colori invertiti.

I fotografi professionisti o appassionati che la usavano e ne sentono la mancanza, gli sviluppatori e stampatori a cui manca l’odore della chimica, l’atmosfera della camera oscura spesso organizzata in bagno, in cantina o in garage. La grana, vera, non quella generata dal rumore.

Purtroppo, se esistono ancora le pellicole grazie ad alcuni produttori che non hanno mai abbandonato il settore, lo stesso non si può dire delle macchine fotografiche di cui nessun costruttore ne produce di nuove (ad eccezione di due realtà agli antipodi ovvero Leica e Lomography). Canon mise in commercio la sua ultima fotocamera EOS nel 2005 e da allora il nulla assoluto.

Bisogna rivolgersi al vasto mercato dell’usato per entrare in possesso di una fotocamera a pellicola, i cui costi oggi sono veramente alla portata di tutti, anche per i modelli professionali medio formato.

Nel 1985 la Canon A-1 costava con il 50mm f/1.8, 980.000 lire, mentre la professionale F-1 New 1.900.000 lire.

Oggi le suddette fotocamere sono vendute se perfettamente funzionanti rispettivamente tra le 100,00 e le 400,00 Euro circa con garanzia se acquistate da un negozio.

Nel 1996 la Leica R7 top di gamma automatica, programmata e manuale, costava 5.500.000 Lire e la lente base il 50mm, 1.800.000 Lire. Oggi il solo corpo viene venduto tra le 200,00 e le 300,00 Euro.

Anche la Nikon F4 autofocus superava i 5 milioni di Lire, mentre la manuale e meccanica FM2 New era venduta a 1.500.000 Lire. Oggi queste fotocamere sono vendute con prezzi che vanno tra le 250,00 e le 400,00 Euro in base alle loro condizioni.

Sempre nel 1996 la Contax RTS III, top di gamma automatica e manuale costava 7 milioni di Lire.

La Hasselblad 501C (macchina medio formato 6x6cm) con obiettivo 80mm f/2.8 e magazzino 120 costava 5.900.000 Lire, la Zenza Bronica SQ-Ai stessa configurazione 5.200.000 Lire. Anche gli obiettivi dei suddetti marchi avevano costi proibitivi a sei zeri. Oggi tali fotocamere si portano a casa sui 500,00 Euro.

Qualcuno potrebbe chiedersi perché oggi dovremmo riprendere in considerazione la fotografia chimica, i motivi sono tanti e alcuni li abbiamo appena descritti, ma c’è ne un altro a cui forse non si pensa, la durata.

È vero che la fotografia a pellicola presuppone dei tempi talmente dilatati per vedere il risultato che oggi paiono impossibili da gestire, ma è altresì vero che la durata del supporto fisico dove le immagini sono registrate supera abbondantemente la durata di qualsiasi supporto elettronico oggi conosciuto.

Ci rivolgiamo adesso ai ragazzi di oggi, i vostri genitori hanno da qualche parte in casa le strisce di pellicole o le diapositive che hanno fatto anche 20, 30 o 40 anni fa, e probabilmente hanno anche strisce di pellicola che appartenevano ai loro genitori stampe comprese.
Queste strisce se perfettamente conservate sono tuttora stampabili, quale hard disk oggi state usando che avete o è stato acquistato 20, 30 o 40 anni fa? Nessuno, eppure anche 20, 30 o 40 anni fa c’erano i computer.

Anche conservare le foto su supporti ottici non assicura al 100% la totale fruibilità per così tanto tempo. Esistono oggi prodotti ottici la cui durata è garantita per 100 anni, ma non essendo ancora trascorsi 100 anni dalla loro produzione non è effettivamente possibile provarlo, trattandosi di simulazioni di laboratorio.

I limiti

Usare oggi la pellicola ci riporta indietro nel tempo ma ci sono dei limiti a cui oggi non siamo più abituati e ci rendiamo conto che quando si acquisisce un vantaggio è impossibile pensare di non averlo più.
Ci riferiamo alla sensibilità, se carichiamo in macchina una ISO 100 dovremo usarla fino all’ultimo fotogramma per non sprecarla, con la fotografia digitale siamo abituati a cambiare il valore ISO anche scatto dopo scatto, questo con la pellicola non è possibile, lo scarto di sovra e sotto esposizione è molto limitato, non conviene superare i tre stop.

Un altro limite è l’impossibilità di visionare la foto appena fatta. L’esposizione deve essere perfetta subito, soprattutto con le dia, nel dubbio meglio eseguire la classica esposizione a forcella. Per chi non avesse mai sentito parlare di tale tecnica consiste nell’eseguire tre scatti con tre diversi diaframmi o tempi, uno con esposimetro al centro, uno sotto è uno sovraesposto, alla fine uno dei tre scatti sarà senz’altro quello buono.

La fotografia digitale la trasferiamo subito nel computer ed è pronta per essere stampata o elaborata, la pellicola necessità di un passaggio intermedio tramite scanner per essere digitalizzata, ma chi oggi sceglie la pellicola crediamo lo faccia per stamparla in camera oscura in autonomia con il bianco e nero, il colore ha bisogno del laboratorio.

L’ultimo limite a cui pensiamo è legato alla evoluzione tecnologica delle fotocamere odierne rispetto a quelle del passato, alla loro velocità di scatto, alla precisione dell’autofocus, alle centinaia di punti di messa a fuoco delle moderne mirrorless, alle infinite possibilità di personalizzazione.

In sostanza fotografare con la pellicola ci deve riportare a un piacere fatto di emozioni lente, senza fretta, una fotocamera analogica non è una punta e scatta, si ritorna alla foto ragionata, anche perché in macchina non avremo una scheda di memoria da 10.000 foto, ma un rullo, oggi anche costoso, da 36 pose per la 35mm e 12 o 24 per le macchine medio formato 6×6 cm.

E ricordiamo anche che, se usiamo una macchina meccanica non motorizzata, per poter fare un altra foto dobbiamo ruotare la leva di avanzamento della pellicola per predisporla allo scatto successivo riarmando l’otturatore.

Cosa controllare

Se decidiamo di acquistare una fotocamera vintage dobbiamo verificare alcuni aspetti funzionali oltre al suo stato estetico, bisogna controllare che l’otturatore scatti su tutti i tempi, che l’esposimetro dia corrette indicazioni e reagisca ai cambi di luminosità, che le guarnizioni di tenuta luce del dorso non siano sbriciolate. La stessa guarnizione in spugna è presente nel vano obiettivo e serve ad ammortizzare la battuta in alto dello specchio reflex, assicuriamoci che sia in buono stato.

Verifichiamo anche il vano porta batterie, non deve presentare tracce di ossidazione dovuto a pile scadute lasciate inserite e conseguente fuoriuscita di liquido corrosivo.

I meccanismi di carica pellicola devono essere perfetti e non si devono avvertire impuntamenti, le ghiere devono ruotare bene, la tendina dell’otturatore non deve presentare ditate o sfondamenti. Guardare l’obiettivo con l’ausilio di una torcia in controluce, (non puntarsela sugli occhi) non vi devono essere punti di polvere eccessivi e non vi devono essere ramificazioni fungine.

Quale reflex scegliere?

Le reflex a pellicola con innesto a baionetta si dividono nelle seguenti categorie:

  1. Meccaniche manuali – Per il loro funzionamento non necessitano di fonti di alimentazione, scattano su tutti i tempi di posa senza batterie. Sono le reflex nate per prime, la presenza di una o due batterie a bottone serve solo per alimentare l’esposimetro incorporato. Alcune di loro necessitano di batterie al mercurio da 1,35 V non più in produzione, per poter usare pile alcaline da 1,5 V necessitano dell’intervento di un foto riparatore che deve tarare l’esposimetro. Sono dotate in genere d’esposimetro TTL (trough the lens) che misura la luce che passa attraverso l’obiettivo, la regolazione del diaframma e del tempo di posa deve essere eseguita manualmente. Sono macchine adatte a chi vuole regolare direttamente le funzioni di scatto senza affidarsi a automatismi.
  2. Meccaniche manuali e automatiche – Sono come le meccaniche manuali ma per il loro funzionamento necessitano obbligatoriamente di alimentazione fornita da una pila inserita sul fronte o di una o due batterie a bottone, che si inseriscono di solito sul fondo tramite un tappo a vite. A volte queste macchine hanno un tempo di funzionamento meccanico che permette di scattare foto anche in assenza di alimentazione. Sono le macchine che hanno gli automatismi di esposizione, ovvero la priorità dei tempi e/o dei diaframmi.
  3. Automatiche – Sono apparecchi per principianti che funzionano in automatismo di esposizione. In pratica si sceglie il diaframma di lavoro e la fotocamera sceglie il tempo di posa in base alla quantità di luce che raggiunge la cellula esposimetrica e della sensibilità della pellicola caricata. A volte sono dotate di un tempo fisso di scatto che di solito coincide con quello di sincronizzazione con il lampeggiatore elettronico, 1/60” o 1/90”.
  4. Elettroniche – Sono le fotocamere della generazione successiva a quelle meccaniche, nate negli anni ’80 prima dell’arrivo dell’ autofocus. Dipendono totalmente dalle batterie e in mancanza non funzionano. Hanno, oltre all’esposizione manuale M, anche quella programmata P e le priorità ai diaframmi A (aperture) e ai tempi S (speed), in pratica sono le sigle che si trovano sulla ghiera delle modalità conosciuta come ghiera PASM. Non hanno la leva di carica dell’otturatore/avanzamento pellicola perché l’avanzamento e il suo riavvolgimento a fine rullo sono totalmente automatici.
 Questo tipo di fotocamera è quella che ha riscosso il maggior successo tra i fotoamatori in quanto consente sia l’uso in automatismo sia l’uso in manuale consentendo il controllo totale. Questi modelli di fotocamere avevano anche introdotto il riconoscimento automatico della sensibilità della pellicola caricata attraverso il sistema dei codici DX. In pratica i rulli di pellicola hanno stampigliato sulla superficie metallica dei quadratini color argento e neri e attraverso una codifica stabilita, a ogni sensibilità corrisponde una diversa alternanza di quadratini, il codice viene riconosciuto da una contattiera disposta nel vano di inserimento del rullino della fotocamera.
  5. Autofocus e multiprogram – Sono le reflex nate a partire dalla seconda metà degli anni ’80 in una sfrenata rincorsa alla tecnologia che lasciava sempre meno spazio all’immaginazione e demandava il funzionamento agli automatismi di esposizione a computer.
Sono le reflex che hanno introdotto i programmi di esposizione preimpostati per i principianti, potendo scegliere tra una casistica varia contraddistinta da appositi simboli utilizzati tutt’oggi. La messa a fuoco automatica, primato pare raggiunto per prima da Pentax ha coinvolto in un turbine impressionante di automazione tutti gli attori del settore, ponendo un confine a volte anche di rottura con il passato per alcuni storici marchi, uno tra tutti Canon.
  6. Professionali – Le reflex professionali rappresentavano per ogni marchio i modelli portabandiera della loro tecnologia riservata ai professionisti e contraddistinte da prestazioni e durabilità assolute.
La modularità era una caratteristica irrinunciabile, si potevano sostituire i mirini pentaprisma, i vetrini di messa a fuoco e i dorsi anche con dorsi data e per pellicola in rullo da 250 pose. Se meccaniche, Il fondo prevedeva la presa di forza per i motori esterni, le macchine funzionavano meccanicamente anche in assenza di alimentazione e i modelli più sofisticati consentivano un tempo di sincronizzazione con il flash fino a 1/250”.
Il parco accessori era pressoché infinito con soluzioni per ogni esigenza professionale, il costo era ovviamente commisurato alle prestazioni. Le reflex professionali, la cui durata a catalogo poteva superare i dieci anni, ha nel tempo compreso sia le meccaniche che le autofocus.

Canon, da FD a EF

La creazione delle reflex autofocus ha costretto Canon nel 1987 a mettere da parte il suo storico innesto a baionetta chiamato FD e a progettarne uno nuovo chiamato EF che esiste tutt’ora. Questa operazione ha fatto infuriare tutti i possessori di corredi fotografici Canon, in quanto si erano ritrovati dall’oggi al domani con obiettivi che non avrebbero più potuto utilizzare nel caso avessero deciso di dotarsi di una reflex della nuova generazione.

A prima vista poteva sembrare una “cattiveria” da parte dell’azienda nipponica perpetrata verso i propri clienti, in realtà la questione era molto più complessa e la si può immaginare e capire guardando la foto che compara i due innesti.
A sinistra il nuovo innesto EOS e a destra quello FD, salta subito all’occhio che la baionetta FD non avrebbe mai potuto, per la sua complessa conformazione meccanica, asservire alla necessità di inserire dei contatti elettrici per il dialogo tra corpo macchina e obiettivi, non vi era fisicamente lo spazio e la possibilità.

La nascita del nuovo innesto ha ripagato Canon nel tempo, in quanto ha avuto non solo la visione sul lungo termine di creare un bocchettone molto ampio, tra i più grandi della categoria, ma ha anche consentito all’azienda di mettere in pratica l’idea vincente di inserire il motore per la messa a fuoco all’interno di ogni singolo obiettivo, piuttosto che metterlo nel corpo camera come avevano fatto gli altri costruttori.

L’idea vincente risiede nel fatto che, nel caso si guasti il motore autofocus va in blocco un solo obiettivo mentre gli altri continuano a funzionare e il professionista non è costretto a un fermo macchina da inviare in assistenza.

LE FOTOCAMERE

Analizziamo adesso una serie non esaustiva di alcune reflex che hanno fatto la storia della fotografia chimica, fotocamere dalle prestazioni indiscutibili, ideali per iniziare a sperimentare o per riprendere da dove si era interrotto.

CANON AE-1 PROGRAM

Se si vuole veramente imparare a fotografare bisogna iniziare con le reflex meccaniche degli anni ‘70 e ‘80. Canon AE-1 Program nata nel 1980 è la macchina successiva al primo modello AE-1 creato nel 1976, una serie di reflex che hanno fatto “scuola” e con cui generazioni di fotografi hanno imparato a fotografare.
Dal primo modello deriva poi nel 1977 la AT-1 e la serie T nel 1983.

La parte elettronica è controllata da un micro computer, la macchina consente di scattare foto con tempi da 2” a 1/1000” in automatismo e da 1” a 1/1000” in manuale oltre la posa B e ha un tempo di sincro flash di 1/60”.

Presente autoscatto con ritardo di 10” e avvisatore acustico.

In foto due otturatori, quello a sinistra è a scorrimento verticale.

I tempi di posa che non superano 1/1000” come quello della Canon AE-1 sono tipici delle reflex progettate con otturatore in tela gommata a scorrimento orizzontale, vedi macchina a destra nella foto.
Quando si intuì che realizzare otturatori a caduta verticale avrebbe permesso di percorrere in meno tempo lo spazio del fotogramma dal lato corto da 24mm piuttosto che dal lato lungo di 36mm, i tempi di posa sono aumentati notevolmente.

Gli obiettivi FD dell’epoca tra cui il 50mm f/1.8 con cui di solito era venduta, hanno la sventura di essere stati realizzati con un diaframma a sole 5 lamelle, questo causa uno sfocato dei punti luminosi a pentagono, esteticamente non proprio accattivante.

Portando la ghiera su Program la macchina imposta il funzionamento programmato, accetta il vasto parco ottiche della serie FD.
L’alimentazione è fornita da una pila all’ossido di argento da 6 Volt, il peso dell’apparecchio è di 575 grammi.

Il mirino è a pentaprisma fisso con copertura del 92% e uno schermo di messa a fuoco smerigliato con lente di Fresnel, e al centro, telemetro ad immagine spezzata con corona di micro prismi.
L’esposimetro utilizza una cellula al silicio e la gamma di esposizione va da EV 1 a EV 18 misurata con obiettivo f/1.4 e pellicola 100 ISO.

Nel mirino sono visibili l’esposizione programmata, la manuale, sovra e sotto esposizione, diaframmi e pronto flash.

L’avanzamento della pellicola è manuale con leva di carica con movimento da 120° ma è possibile montare un Power Winder, il dorso è intercambiabile.
La slitta flash ha il contatto caldo ed è presente sul fronte la presa coassiale per lampeggiatori elettronici a filo.

Come da usanza dell’epoca sul pulsante di scatto è possibile avvitare il comando per lo scatto flessibile.
Se la macchina funziona bene, se l’esposimetro reagisce ai cambi di luce, magari da provare con una macchina odierna come riferimento, se l’otturatore scatta senza problemi e/o rumori strani è un sicuro investimento. Certo è che, se dovesse guastarsi un componente elettronico la sua eventuale riparazione sarebbe probabilmente anti economica.

CANON EOS 50

La EOS 50 è l’evoluzione tecnologica in chiave autofocus delle reflex multi modali degli anni ’80, è dotata della nuova baionetta EF e monta gli obiettivi di questa nuova serie compresi gli attuali, nati nell’era della fotografia digitale.

L’esposizione è manuale o programmata, a priorità di tempi e diaframmi, oltre che nelle modalità scene preimpostate.
La messa a fuoco opera in modalità one shot, Ai focus e Ai servo.
Per impostare tempi e diaframmi, visto che i nuovi obiettivi sono sprovvisti della classica ruota di selezione, si utilizzano le ghiere elettroniche anteriore e posteriore.

L’otturatore elettronico a scorrimento verticale assicura tempi da 30” a 1/4000” e l’esposizione è multi area, semi-spot e spot.
La raffica di ripresa raggiunge i 2,5 fps ed è possibile fotografare a scatto singolo e/o continuo.
I punti di messa a fuoco sono soltanto tre ed è uno dei pochi svantaggi di questo modello, mentre nel modello EOS 30 ve ne sono addirittura 7, una grossa opportunità per l’epoca. Funziona con una pila al litio da 6 Volt.

EOS 50 e i modelli simili sono ideali per chi ha già una certa dimestichezza con l’ambiente fotografico e vuole ricominciare a fotografare su pellicola o per chi pur non avendola mai usata, ma conoscendo bene la fotografia vuole provare una reflex non troppo dissimile dai modelli attuali come impostazione tecnologica.

NIKON

Differenza tra innesto Nikon F anni ’70 e Nikon F anni 2000

Nikon a differenza di Canon aveva la fortuna di adoperare un innesto a baionetta chiamato F con una tecnologia meccanica meno complessa, e con una flangia abbastanza larga da consentirgli di non modificarlo, quando l’azienda decide di inserirsi nella competizione della messa a fuoco automatica.

In pratica inserendo i contatti elettrici per il dialogo corpo-lente e avendo eliminato da tempo la forcella del simulatore del diaframma meccanico, entra facilmente nell’arena dei sistemi autofocus, non dovendo riprogettare ex novo il sistema di aggancio.

Questo ha consentito ai nikonisti di poter acquistare i nuovi corpi autofocus e di poter continuare a utilizzare anche le vecchie lenti ovviamente focheggiando manualmente.

Tutt’oggi nelle reflex digitali, tranne pochi modelli amatoriali, è possibile montare obiettivi a fuoco manuale anche di 50 anni fa.

NIKON FE 2

Nikon FE e FE 2 elettroniche e le versioni meccaniche FM e FM 2 New sono stati per tantissimi anni i ferri del mestiere di tantissimi fotografi professionisti e amatori e ancora oggi sono una validissima prima scelta per chi vuole entrare in possesso di una fotocamera del marchio giallo/ nero.

La prima FE vede la luce nel 1978 come evoluzione della Nikon EL 2 del 1977 discendente delle Nikkormat EL del 1972 (Nikomat in alcuni mercati). La sua sostituta FE 2 cessa di essere prodotta nel 1987 con l’avvento delle reflex elettroniche autofocus, ma Nikon tiene a catalogo per tantissimi anni alcune reflex meccaniche, la professionale F3 e le semi professionali FM 2 New e FM 3a presentata nell’anno 2001.

Le loro caratteristiche principali sono elevate doti di robustezza e affidabilità costruttiva, ridotto consumo elettrico, possibilità di doppie esposizioni, lettura TTL flash e sincro lampo a 1/250” per le versioni 2 sia di FE che di FM, oltre a una vasta disponibilità di accessori e obiettivi.

Il mirino è a pentaprisma fisso con copertura del 93% e ingrandimento dello 0,86x. Lo schermo di messa a fuoco è intercambiabile, quello di serie prevede il vetro smerigliato con lente di Fresnel e, al centro, telemetro a immagine spezzata con corona di microprismi.
I tempi di scatto vanno da 8” a 1/4000” oltre a un tempo meccanico M di 1/250” funzionante anche in assenza di batterie oltre la posa B.

Selezionando la lettera A (aperture) la fotocamera opera a priorità di diaframma.

I segnali visibili nel mirino sono, ago del galvanometro, scala dei tempi, dei diaframmi e nella FE 2 il correttore d’esposizione.
L’esposimetro legge la luce con due cellule al silicio e la misurazione avviene su tutto il campo inquadrato con prevalenza della zona centrale (lettura semispot).
Il campo di misurazione va da EV 1 a EV 18 con pellicola da ISO 100 e obiettivo f/1.4.
La pellicola utilizzabile va da ISO 12 a ISO 3200, oltre alla slitta flash con contatto caldo è presente la presa per il lampeggiatore a filo.

L’autoscatto è del tipo meccanico con ritardo di 10 secondi.
L’avanzamento della pellicola avviene tramite leva di carica con movimento singolo di 135°.
La fotocamera è alimentata da due pile all’ossido d’argento da 1,5 V e il peso è di 550 grammi.

Si tratta di una macchina adatta sia a un principiante sia a chi apprezza la fotografia ragionata realizzata con una fotocamera robusta e dalle caratteristiche professionali.

CONTAX 139 QUARTZ

Contax è stato un marchio prestigioso di fotocamere costruite in Giappone dalla Yashica (Kyocera -Yashica dal 1983) a partire dal 1972 grazie a un accordo commerciale con l’azienda tedesca Carl Zeiss (proprietaria del marchio Contax).

La 139 nasce nel 1979 e si scontra concorrenzialmente con le reflex del periodo quali ad esempio la Canon AE-1, la Minolta XG 1, la Nikon FE, Olympus OM 2, Pentax ME Super.
Reflex molto elegante e robusta costa, appena uscita, con obiettivo 50mm Carl Zeiss T* Planar f/ 1,7 e borsa 350.000 Lire, una cifra di tutto rispetto per quegli anni.

È una reflex automatica e manuale che necessita di alimentazione in assenza della quale va in blocco, funziona con 2 pile all’ossido d’argento da 1,5 V.
L’otturatore Seiko, a controllo elettronico, è a tendine metalliche a scorrimento verticale, con tempi da 1” a 1/1000” in manuale e fino a 11” in automatismo, più posa B.

L’esposimetro funziona con due cellule al silicio con un campo di misurazione da EV 0 a EV 18. L’esposizione è sia manuale che automatica a priorità dei diaframmi, con i flash dedicati lavora in TTL, si possono usare pellicole da 12 a 3200 ISO.
La slitta flash ha il contatto caldo ed é presente la presa coassiale per i flash esterni.
Il mirino è a pentaprisma fisso con copertura del 95%. Pesa 500 g solo corpo.

ASAHI PENTAX K1000

Incredibile esempio di longevità fotografica, la K1000 è stata la nave scuola di generazioni di fotografi, macchina robusta messa in commercio nel 1977, ha costituito per Pentax un vero fiore all’occhiello.

I concorrenti dell’epoca erano la Nikon FM e la Canon AT-1, con obiettivo 50mm f/1.8 e borsa era venduta a 200.000 Lire in versione solo cromata.
È una reflex completamente meccanica e manuale, i tempi di posa vanno da 1” a 1/1000” con un tempo di sincro flash a 1/60”, slitta a contatto caldo e presa sincro X, oltre la posa B.

L’esposimetro funziona con una cellula al CdS e il campo di misurazione va da EV 3 a EV 18.

La sensibilità della pellicola utilizzabile è compresa tra 20 e 3200 ISO.
L’otturatore è meccanico con tendine in tessuto a scorrimento orizzontale, funziona con una pila all’ossido d’argento da 1,5V.
I suoi punti di forza sono la semplicità d’uso, la sua proverbiale robustezza e il diffuso innesto a baionetta Pentax K, di contro ha la mancanza dell’autoscatto e la mancanza dell’interruttore dell’esposimetro, in pratica la macchina vede sempre la luce e scarica la batteria. Per ovviare al problema bisogna ricordare di rimettere il tappo all’obiettivo quando non la si usa.

NIKON F4

La F4 è stata la prima reflex autofocus di Nikon prodotta a partire dal 1988, si scontrava direttamente con la

Canon EOS 1 con un costo di partenza di 3.500.000 Lire.
È una macchina professionale modulare che succedeva alla F3, è automatica, programmata e manuale.

Pur avendo una nuova impostazione elettronica conserva alcune ghiere meccaniche per la regolazione dei tempi di posa e della compensazione dell’esposizione.
Il mirino, intercambiabile, mostra il 100% dell’area inquadrata, la scheda tecnica è di alto livello con un sistema di messa a fuoco manuale servo assistito. Autofocus singolo a priorità di fuoco o continuo con funzione “focus-tracking”, sensore CCD con filtro IR mobile e sensibilità minima che parte da -1EV fino a EV 21. L’esposimetro ha 3 cellule al silicio, la misurazione della luce, vero punto di forza della tecnologia Nikon, è TTL multi zona a 5 settori, media a prevalenza centrale e spot. L’otturatore è a controllo elettronico con lamelle doppie a scorrimento verticale con tempi da 30” a 1/8000” oltre le pose B e T e sincro flash a 1/250”.

Come tutte le macchine professionali ha il sollevamento manuale dello specchio e il controllo visivo della profondità di campo. L’avanzamento della pellicola è motorizzato con una cadenza di 4 fps o 5,7 con l’alimentazione aggiuntiva MB21. Il corpo è tropicalizzato e pesa 1090 grammi.

È ovviamente una reflex dedicata ai professionisti o ai fotoamatori evoluti che sono esperti di fotografia e necessitano di una macchina robusta e affidabile in grado di saperne esaltare le notevoli doti tecnologiche di cui è dotata.

Non abbiamo citato le reflex con innesto a vite né tantomeno le macchine medio formato, dal 4,5×6 cm sino al 6×9 cm, per i loro ingombri, ne tantomeno le macchine a telemetro come le famose Leica M.
 Riteniamo che le reflex 35mm con innesto a baionetta siano il miglior compromesso tra qualità, praticità e velocità d’uso.

Il mondo delle camere telemetro, il cui campo di battaglia è sempre stata la fotografia di strada, di teatro o di reportage mal si adatta al tipo di utenza a cui vogliamo rivolgerci con questa pubblicazione, a loro dedicheremo se richiesto un articolo apposito.

Nel prossimo articolo tratteremo la pellicola fotografica, aspettiamo i vostri commenti.

Claudio NP

NOC SENSEI è un modo nuovo di vedere, vivere e condividere la passione per la fotografia. Risveglia i sensi, allarga la mente e gli orizzonti. Non segue i numeri, ma ricerca sensazioni e colori. NOC SENSEI è un progetto di New Old Camera srl

4 Comments

  1. Ernesto Rosso Reply

    In casa ho una Contax 139 Quartz: a chi mandarla per una messa a punto? Ho interpellato LTR: non hanno più né ricambi né personale addestrato, gli ultimi tecnici formati sono ormai in pensione. Per fortuna per ora nessun problema per la Canon F 1 prima serie: comperata nel ’74 continua a funzionare e qualunque vecchio riparatore sa mettervi le mani. Idem per Rolleiflex e Leica M 4 (per male che vada per quest’ultima si può ricorrere alla casa madre).
    Ernesto

  2. Dario Ferrarini Reply

    Ho qualche dubbio sulla parte riguardante Canon circa le motivazioni che portarono al cambio FD-EF.
    L’attacco FD non era così stretto, anzi ha un diametro di 48mm e i contatti elettrici ci stavano, infatti fu realizzata una macchina FD con tali contatti, la T80 che funzionava in AF con obiettivi FD opportunamente motorizzati.

  3. Gigia Reply

    Tutto molto interessante, personalmente la pellicola manca molto anche a me..per quell’emozione dell’attesa di vedere il risultato…. Complimenti per l’articolo

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