Ma quale Regola dei Terzi? La Fotografia è una questione di Relazioni non matematiche

Qualche giorno fa dopo un’ ultima stentata apparizione in pubblico, è improvvisamente venuta a mancare la regola dei terzi. Pare sia stata strangolata dalla spirale di Fibonacci, i carabinieri del gusto sano ed equilibrato stanno indagando.

Tutto ciò è avvenuto tristemente  nel silenzio generale, nonostante l’affetto e l’attenzione a lei dedicata da miriadi di insegnanti webbici. Hanno fatto di tutto per rianimarla, non sono state sufficienti assidue trasfusioni culturali in workshop one to one.

 

Giorgio Rossi. La Natura non crea linee rette

 

Scherzi a parte se ci fosse una sicura relazione geometrica applicabile tra gli elementi compositivi  di una inquadratura che permetta di arrivare al “successo” la fotografia sarebbe per lo più assai noiosa. Fortunatamente non è così.

La fotografia è come un’amore, si può spiegare l’amore? È  una cosa razionale? Forse meglio non esagerare, meglio parlare di relazioni piuttosto che di amore.

Pare che si possa apprendere come gestire delle relazioni, tant’è che esiste una apposita facoltà universitaria: relazioni interculturali.

Però se si sapessero veramente gestire tali relazioni nel mondo regnerebbe la pace, per lo più non avviene.

Ovviamente se si vuole fare un qualche reportage fotografico in altri paesi e culture tocca avvicinarle in punta di piedi, mettendo da parte la nostra cultura per abbracciarne un altra, cosa potenzialmente destabilizzante per chi ci prova. Non è solo questione di rispetto, è davvero difficile prescindere dalla propria cultura, che è fatta di tantissime cose.

Possiamo veramente accettare  mentalmente che in altre culture le donne indossino il burqa? Possiamo accettare che nella civilissima Spagna si pratichi ancora la corrida? Eppure sono un anno fa il Tribunale supremo spagnolo, l’organo di ultimo grado della giustizia in Spagna, ha stabilito che non ci sono ragioni per escludere la corrida dalle attività a cui possono accedere i giovani grazie a un apposito bonus cultura a loro destinato.

In Alabama il 59enne Kenneth Smith è stato giustiziato tramite la tecnica dell’ipossia da azoto, mai usata prima: la Corte suprema ha confermato la pena. Ovviamente le differenze socio/culturali in vari paesi sono millanta, forse se non ci entriamo in contatto meglio far finta di nulla, altrimenti come facciamo a dire questo sì questo no?

La fotografia dovrebbe riuscire a essere etica in un mondo che di etico ha assai poco? Forse è meglio scordarsi dell’etica come valore assoluto, tutt’al più e bene averne una del tutto personale.

Principalmente il risultato finale di una fotografia ha valenze emotive. È costruire un ponte tra il fotografo e l’osservatore. Entrare in contatto, comunicare a livello emotivo o forse meglio dire preconscio.

Una fotografia non può arrivare a tutti, meno che mai ha una valore  universale. La valenza che le attribuiamo dipende sempre dall’ambito socio/culturale nel quale la fotografia viene scattata e successivamente fruita. Può essere scattata in un ambito  in cui gli astanti si chiedono “ ma questo qui cosa e perché scatta?” Può essere fruita in un ambito diverso in cui l’osservatore si fa domande sul cosa sia rappresentato in una fotografia. Ovvio.

Penso sempre che la fotografia sia un insieme di relazioni che si sovrappongono come gli strati carnosi di una cipolla. Relazioni mediate da un mezzo più o meno tecnologico che essendo tale ha precise caratteristiche matematiche, fisiche, scientifiche. La fotografia è fatta di presenze fisiche.

 

Giorgio Rossi. Gioco di Luci e Ombre

 

Da una parte l’autore, il fotografo, dall’altra “l’oggetto”, animato o meno, che incluso in una inquadratura diventerà “soggetto” di una fotografia. Quello che è dentro una inquadratura è dentro, quello che è fuori e fuori. La relazione dentro/fuori l’inquadratura è una relazione indubbiamente molto interessante. Inquadrando si mostra e nello stesso tempo si censura. Può essere una scelta politica, etica, espressiva e quant’altro. È comunque spesso creare un ordine del tutto personale in un possibile caos circostante.

Un ordine anche gerarchico rispetto all’importanza e valenza che personalmente diamo agli oggetti presenti nella scena ripresa e all’ambiente circostante.

 

Giorgio Rossi. Il giardino della casetta

 

In tutto ciò applicare la regola dei terzi o altre regole geometriche è irrilevante o comunque spesso impossibile.
Tuttalpiù si può fare riferimento ai 6 principi della Gestalt, che sono appunto principi non regole.

È praticamente impossibile applicarli contemporaneamente tutti e 6, considerando il fatto che alcuni principi possono essere in apparente contraddizione con altri.

In ogni caso è fondamentale considerare che  “in ogni foto ci sono delle ‘parti’ che alla fine costituiranno il ‘tutto’ e in base a come le gestiamo uno spettatore percepisce ed elabora il significato della foto”.

Alcune inquadrature sono chiuse in se stesse, in certi ritratti lo sfondo può essere nero o bianco, può non esserci alcun ambiente circostante. In altre il mondo, la vita, continuano al di fuori dell’inquadratura, possono venire parzialmente percepiti o ipotizzati. Insomma siamo immersi in una infinità di variabili che dobbiamo gestire mettendole in relazione. Per lo più di tratta di relazioni prima di tutto emotive, preconscie, che è meglio cercare di analizzare e razionalizzare almeno un poco. Perché un ‘insieme’, una situazione, ci attrae tanto dal desiderare di fissarla, immortalandola, cristallizzandone una possibile evoluzione in uno scatto? Difficile dirlo. Come vogliamo rappresentare fotograficamente tale situazione? Che “suggestioni” desideriamo suscitare in un osservatore ritraendo tale situazione? Beh un poco credo bisognerebbe esserne consapevoli, dato che il “come” farlo dipende da cosa vogliamo suggerire.

In  “Effetto Notte” Truffaut usò uno dei trucchi cinematografici più noti per far sembrare notturne delle scene esterne girate di giorno. Si ottiene sottoesponendo la pellicola e applicando dei filtri polarizzatori e colorati davanti all’obiettivo.

“Mi hanno rimproverato, a diverse riprese, di preferire il cinema all’esistenza reale: confesso che, anche da adulto, mi sarebbe difficile cambiare, vedere le cose in un altro modo. Credo che il cinema sia un miglioramento della vita, perché è straordinario. Mi piace intervenire sulla realtà trasfigurandola”.

 

Giorgio Rossi. La casetta nel bosco

 

Ovviamente il grande cinema ha finanziamenti stellari, però certe cose le possiamo fare anche noi fotografi senza spendere nulla, il difficile è riuscire a vedere le cose davvero in un altro modo. Il gioco di cercare di stabilire relazioni tra luce ed ombra, tra vuoto e pieno è affascinante.

In fondo per dare un ‘mood’ diverso a una ripresa fotografica basta sottoesporre per rendere la scena più cupa o sovraesporre, per renderla solare. Sottoesporre o sovraesporre rispetto a cosa?

Le indicazioni di un esposimetro vanno sempre interpretate. Una sovraesposizione può anche essere una sottoesposizione.

 

 

Un piccolo esempio è la fotografia della piramide Cestia, Roma, scattata dal Cimitero Acattolico. Un semi-controluce abbastanza accentuato. L’ esposizione per me giusta era a + 1,3 stop rispetto quanto segnato dall’esposimetro della Fuji Xe2. Avrei potuto sovraesporre ancora e rendere più leggibile la facciata verso me della piramide. È ancora sottoesposta ma ha un suo ‘mood drammatico’.

Però non è tutto qui. Tra il primo e il secondo scatto con identica esposizione mi sono alzato dalla panchina dalla quale avevo fatto il primo scatto e mi sono avvicinato di circa 3 m.

Nella seconda inquadratura c’è una lama di luce a sovrastare i blocchi di marmo alla sommità dei parallelepipedi di mattoni che intervallano la recinzione.

La successione dei piani in profondità è migliorata, la panchina staglia assai meglio rispetto allo sfondo.

In altri termini ho applicato più o meno consapevolmente il primo principio della Gestalt mettendo il relazione ‘figura e sfondo (terra)’. Per quanto fosse per me importante la geometria delle linee architettoniche era altrettanto importante evidenziare la panchina, come luogo di sosta e contemplazione.

1° principio della Gestalt: Figura-Terra:

“è la relazione tra un oggetto e l’ambiente circostante dove la “figura” è l’oggetto (lo spazio positivo) mentre il “terreno” è tutto il resto (lo spazio negativo, lo sfondo). È importante mantenere un equilibrio tra negativo e positivo. La figura deve risaltare, essere definita: il terreno ha il compito di sostenerla ricorrendo ad una profondità di campo (utilizzando un obiettivo più lungo e il contrasto) o facendo in modo che lo spazio negativo definisca lo spazio positivo (il soggetto).”

 

 

 

Ora tutto ciò può sembrare complicatuccio dal punto di vista concettuale. Scendendo terra-terra basta muovere un poco le gambine e spostare il punto di ripresa di qualche metro a destra o sinistra, avanti o indietro, oppure accucciarsi o alzarsi in punta di piedi e il risultato passa da mediocre ad almeno discreto.

Di solito un paesaggio non fugge mentre cerchiamo l’inquadratura migliore. Mai farsi prendere troppo  dall’emotività. In altre foto della piramide Cestia ho cercato di suggerire letture, sensazioni, possibili interpretazioni diverse.

Ogni volta che vado al Cimitero Acattolico, è una sorta di sfida a me stesso. Ci sono stato molte volte, cerco di non ripetermi negli scatti, cerco qualcosa che non abbia già fotografato, o non abbia fotografato allo stesso modo. Cerco qualcosa di diverso da quello che hanno fatto molti altri prima di me. Un equilibrio non sempre riuscito, per tenermi lontano dai luoghi comuni, senza cadere nel “famola strana”.

 

 

Non serve un 8mm per fare foto migliori. In occasione di una delle visite all’Acattolico ho evitato accuratamente di inquadrare le croci accanto alle tombe. Ho immaginato che ci fossero persone viventi, ferme in posa per farsi immortalare in un ritratto. Desideravo dare la sensazione di un luogo di vita, serena e silente, non di morte.

In un altra visita ho immaginato fosse un luogo immerso nella natura, con una casetta nel bosco contornata da un piacevole giardino. Nei nostri viaggi capita sempre di visitare luoghi che già conosciamo perfettamente per averli visti fotografati in mille foto-cartoline.

 

 

Diventa una sfida cercare di fotografarli in modo almeno un poco diverso. Così è stato moltissimi anni or sono quando improvvisamente a Parigi mi sono trovato davanti alla Tour Eiffel. Era il mio primo viaggio in compagnia di una fotocamera, la Pentax Spotmatic spf, obiettivi 50 e 28mm. Ne è nata una piccola serie che ho chiamato “ Scacco alla Torre”.

 

 

Emergeva ovunque, era il mio punto di riferimento fotografico e topografico andando a zonzo per la città. A volte dolce e romantica, immersa nella nebbiolina mattutina, altre volte molto sexy, altre ancora soffocata da palazzoni.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

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