Lo sguardo femminile in Fotografia esiste?

In un recente articolo mi sono addentrato a considerare se esista l’occhio del fotografo, uno sguardo particolare e unico attraverso il quale un autore, un fotografo, possa essere identificato.

Ora mi chiedo se esista una fotografia di genere femminile. Perché me lo chiedo?
Perché esistono non pochi contest, premi, concorsi, aperti solo a fotografe.

Un esempio interessante è il “Photo Lila”, il cui scopo è “raggiungere l’uguaglianza di genere e l’empowerment (maggiore forza, autostima e consapevolezza) di tutte le donne e le ragazze”. Certo una meta sacrosanta, importante, in molti ambienti sociali ancora lontana. Però mi chiedo se possa essere raggiunta con l’eliminazione del confronto con l’altro, col genere maschile, anche se naturalmente è giusto per il premio in oggetto focalizzare l’attenzione sull’esprimere fotograficamente se stesse, come donne, altrimenti il premio non avrebbe ragione di essere.

 

© Pestarino Julieta. PHOTO LILA Primo Premio: Pestarino Julieta. Retrato de persona no identificada

 

Indubbiamente, da quel poco che si vede, le serie fotografiche premiate devono essere interessanti, peccato che si veda solo una foto per autrice e non si abbia la possibilità di osservare i progetti completi.

Non ho mai sentito parlare di analoghi concorsi, diciamo così introspettivi e riflessivi, aperti solo agli uomini.

Mi riaffiorano ricordi lontanissimi. Febbraio 1973, esce in Italia il numero zero di Effe, storica rivista femminista.

La caldeggiai tra le mie amichette di allora, non vi lessi dentro molto poiché come maschietto mi sentivo poco gradito come lettore.

Da quegli anni lontanissimi indubbiamente molti passi avanti verso l’uguaglianza di genere le donne ne hanno fatti, anche se c’è ancora molto da fare e specie attualmente c’è un aria riflusso generale che incute paura.

Certo le “Quote Rosa” sono una realtà ormai consolidata, ma spesso si considera il problema solo dal punto di vista percentuale, e anche qui pare che il progresso si sia fermato.

Mi domando quante donne siano contente di essere ammesse a partecipare alla vita politica o alla conduzione di un’impresa perché è stabilito per legge e non per le loro effettive doti e capacità.

 

© Julia Margaret Cameron

 

 

Ora magari qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entra il femminismo con la fotografia. Secondo me un poco c’entra.

Il primo movimento organizzato del femminismo inglese fu fondato nel 1850 come “Langham Place Circle”. 1839 è la data ufficiale di nascita della fotografia, ma iniziò a diffondersi appunto intorno al 1850.

 

© Lady Clementina Hawarden. Collage

 

Non era naturalmente ancora un fenomeno di massa, solo abbienti si potevano permettere di giocare con la fotografia, i poveretti avevano altro da fare.

Indubbiamente sin dagli inizi le donne ebbero libero accesso alla fotografia, sia pur in ambito ristretto. “la fotografia fatta da donne è stata assegnata quasi automaticamente all’ambito del privato, del familiare, del domestico, soprattutto agli esordi: Julia Margaret Cameron, Lady Clementina Hawarden…

In seguito, è stata assegnata all’ambito dell’intimo, dell’introverso, dell’autoanalisi: Diane Arbus, Nan Goldin, Francesca Woodman…” scrive Michele Smargiassi in un articolo assai interessante.

Ora faccio una sorta di parallelo, mi auguro non del tutto azzardato.

 

© Annie Leibovitz

 

Nel 1891 Pellegrino Artusi pubblica il libro che lo rese famoso: La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene.

Paolo Mantegazza, illustre antropologo, disse ad Artusi: «Nel darci questo libro voi avete fatto un’opera buona, e per questo io vi auguro cento edizioni!»

Una collezione di ricette raccolte spesso dalla viva voce di azdore romagnole viene elevata a scienza. Se ci pensate e tutt’ora così, basta guardare una delle millanta trasmissioni di cucina che infestano i nostri programmi televisivi. I cuochi sono sempre scienziati, le cuoche casalinghe.

Tornando alla fotografia forse la differenza di genere tra uomo e donna è in parte una differenza di approccio per quanto riguarda la tecnica. Molto pratico ed esperienziale in cucina e forse altrettanto in fotografia

 

© Annie Leibovitz

 

Non voglio naturalmente affermare che le donne fotografe si tengano lontane dalla tecnica ma semmai la ridimensionano a quanto serve loro in pratica, per esprimere contenuti, senza indulgere in tecnicismi fini a se stessi.

Rarissimo che in social dove maschietti si accalorano discutendo la risolvenza di un obiettivo entri a commentare una donna.

Annie Leibovitz per esempio di tecnica ne sa a pacchi e si vede nelle sue fotografie, ma appunto la usa, ne parla poco.

 

© Bettina Reims

 

Bettina Rheims  in oltre 35 anni di carriera con le sue foto provocatorie è riuscita ad imporsi, talvolta sfidando l’ira delle femministe, in un ambiente dominato da fotografi maschi.

Diversamente Dickey Chappelle e la 21enne Catherina Leroy parteciparono come reporter alla guerra in Viet Nam.

 

© Bettina Reims

 

È opportuno considerare che in America già nel 1848, “Wesleyan Chapel”, vengono rivendicati i diritti delle donne con la dichiarazione: “Teniamo in considerazione che queste verità siano evidenti, che tutti gli uomini e le donne siano creati uguali e dotati dal loro Creatore con certi diritti inalienabili”.

Il regno d’Italia fu proclamato nel 1861.

 

© Bettina Reims

 

Certo si può dire che Sarah Moon ha un tocco molto delicato, sognante, insomma femminile per come si può intendere generalmente, ma è una sua specificità individuale, non una norma.

Osservando l’opera di queste fotografe, quanto quella di molte altre, forse si può dire che Yin (natura femminile) e Yang (natura maschile) convivono e si alternano in ogni persona, uomo o donna.

Non sono tanto distinzioni di genere quanto connotazioni caratteriali individuali.

Di conseguenza influenzano per lo più limitatamente lo stile di una fotografa, se mai è importante e può essere fortemente condizionante l’ambiente nel quale opera e con il quale si deve confrontare.

 

© Lia Alessandrini

 

Di tutto queste problematiche ho parlato con Lia Alessandrini, mia compagna,

e per inciso è lei ad avermi riportato dentro la fotografia dopo che per anni avevo smesso di farne e di parlarne.
Lia è sicuramente dotata di un suo modo di fare fotografia ed agire in ambito fotografico. Molto pratica e intuitiva, parla poco di fotografia ma assai concretamente e sopratutto fa. A lei si deve tutta l’ideazione, organizzazione e realizzazione di Semplicemente Fotografare Live!

Un evento annuo che alla sesta edizione, settembre 2019 ha visto esposte circa 60 personali, qualche collettiva e l’intervento in prima persona, oltre che in esposizione, di autori quali Francesco Cito e Francesco Comello, solo per dire di alcuni.

 

© Lia Alessandrini

 

Lia Alessandrini:

Non parteciperei mai a concorsi o festival femminili, non amo incasellamenti, tanto più quelli di genere. La fotografia è lo “sguardo” di un fotografo, dentro c’è tutto il suo essere: la sua cultura, la musica che ha ascoltato, i viaggi che ha fatto, i libri che ha letto.

Tutto affiora quando scegli cosa e come inquadrare.

Che peso abbia su quel click l’essere maschio o femmina davvero non so.

Posso dire quello che è importante per me e quale è il mio approccio.

Non amo tecnicismi esasperati ma devo conoscere i processi per riuscire a svolgere una qualsiasi attività o lavoro, così è accaduto quando facevo la contadina pastora in Toscana e così è per la fotografia.

Quindi fotografia analogica, camera oscura, la scelta di una fotocamera che non fosse la più performante ma mi fosse affine, il resto mi annoia come annoia tanti maschi fotografi che conosco. Insomma le definizioni che vedono i maschi tecnici, schematici, poco emozionali e le femmine un concentrato di empatia ed emotività, portatrici sane di sensibilità, non mi trovano affatto concorde.

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

One Comment

  1. Andrea barbieri

    Caro Giorgio Rossi, l’oppressione delle donne è fatta anche di maschi che pretendono di prendere la parola per loro e giudicare e reclamare dalla loro inevitabile posizione di privilegio, ciò viene chiamato da chi analizza le dinamiche retoriche di oppressione il “complaint”.
    Non pensi per sfuggire a queste dinamiche basti incorniciare le parole della sua compagna col suo discorso – tra l’altro è evidentemente una cornice sproporzionata.

    E’ importante riflettere sul fatto che ciò che siamo capaci di pensare dipende in larga parte dal nostro posizionamento. E dal linguaggio di cui disponiamo: il limiti del proprio linguaggio sono i limiti del proprio mondo. Per esempio, la parola “maestro” usata per un artista non ha corrispondenza femminile: “maestra” è una donna che insegna nella scuola elementare. Il linguaggio di cui disponiamo – ed è solo un esempio tra tanti – rende inconcepibile la maestria di una donna.
    Tra l’altro questo è tragico proprio per la fotografia perché non si parla che di “maestri”.

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