Fotografia: La precisione del caso e le immagini AI

Ci sono differenze percepibili  tra una vera foto e una immagine realizzata con la AI?

Attualmente molte immagini AI sono, diciamo così, anche troppo perfette, così perfette da apparirmi false o esagerate, come se non ci fossero le mezze stagioni. Sono già lontani i tempi delle prime immagini realizzate con Midjourney o Stable diffusion, e mani a polipo con 6 dita. Tuttavia  applicazioni funzionali e credibili  vengono già utilizzate commercialmente per cataloghi vari ed altro.

Cerco quindi di spiegarmi e spiegare perché percepisco le vere fotografie diverse dalle immagini prodotte in AI.

Mi torna a volte in mente il testo scritto da Proust a proposito delle “petite madeleine” e del tè offertogli da sua madre, un giorno d’inverno, rientrando a casa, vedendolo infreddolito. Descrive minuziosamente la memoria involontaria evocata da un sapore. Nello specifico, quello di dolcetto che viene offerto a Proust, inzuppato nel tè e, appena lui ne sente il gusto, improvvisamente comincia a ricordare di quando era piccolo e di sua zia che gli portava una madeleine, tutte le mattine al risveglio.

… Bevo un secondo sorso, in cui non trovo nulla di più che nel primo, un terzo che mi dà un po’ meno del secondo. È tempo che mi fermi, la virtù della bevanda sembra diminuire. È chiaro, la verità che cerco non è in essa, ma in me. Il tè l’ha risvegliata, ma non la conosce, e non può che ripetere indefinitamente, con sempre minor forza, quella stessa testimonianza che io non riesco a interpretare e che vorrei almeno potergli chiedere di nuovo e ritrovare intatta, a mia disposizione, fra poco, per una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio spirito. È compito suo trovare la verità. Ma come?

Non so bene perché lego mentalmente questo testo a quello scritto da Barthes in “La camera chiara” quando scrive a proposito della foto di sua madre.

Entrambi si interrogano su se stessi per cercare di spiegarsi e spiegare, sembra che lo facciano entrambi con pudore, nella difficoltà di cercare di farsi capire, e tuttavia desiderando farsi capire mentre espongono una loro possibile fragilità interiore.
Sento che tutto ciò ha a che fare con la fotografia nella sua più intima essenza.

 

© Dennis Ziliotto

 

Ormai dall’inizio 2019 scrivo i miei pensieri sbilenchi su Sensei, si accavallano uno con l’altro, mi sembra di non riuscire mai a precisarmi, forse perché la fotografia è così, resta sempre lontana, ambigua, indefinibile e imprecisabile nella sua essenza sempre sfuggevole, come la fata Morgana in un rosso deserto.

Cos’è «in sé» la Fotografia? Che cos’è la Fotografia nella sua unicità e nella sua essenza, dato che la sua essenza corrisponde sempre a ciò che illustra (se fosse altro da ciò che illustra sarebbe totalmente inutile parlare di una fotografia precisa e finita).

Riusciamo a cogliere quello che illustra una fotografia? C’è qualcosa di oggettivo in una fotografia che tutti arriviamo ad  interpretare  in identico modo? A volte sì altre no, dipende da come si guarda una fotografia, dall’ambito culturale in cui si vive, nessuna fotografia, salvo se davvero elementare nel contenuto, può venire compresa universalmente.

Barthes, nel suo scritto, si rende conto  che lo “Spectator”, colui che osserva una fotografia, è animato da un sentimento del tutto arbitrario, non governato da regola alcuna. Mi posso innamorare di una foto ma non di un’altra, nei confronti della quale resto indifferente. Questo innamoramento Bathes lo spiega con l’utilizzo del termine “avventura”, che permette l’esistenza di una foto, ovvero che fa sì che la foto ci avvenga.

 

© Dennis Ziliotto

 

Tuttavia, ed è bene rendersene conto, Barthes pensa e scrive da Spectator. Da questo punto di vista analizza l’opera del fotografo. Quindi immedesimandomi in un osservatore, essendo a volte io stesso  spectator, posso essere d’accordo con lui, da autore meno, sono semplicemente punti di vista diversi, entrambi possibilissimi.

Cosa accade ad un fotografo mentre scatta una fotografia?

Mi piace pensare a proposito della fotografia che si verifichino delle alternanze, dei ribaltamenti di campo  anche visivo. Inizialmente il fotografo è spectator, solo davanti a una realtà parzialmente soggettiva ma comunque esistente. Diventa operator quando scatta, quando esegue varie scelte precise, tecniche e di contenuto. Questo, non quello. Poi, osservando la sua opera finita, torna a essere spectator ma diverso da qualsiasi altro spectator perché è stato operator, non può scordarsene. Per lo più è faziosamente di parte, ha vissuto l’avventura personale, cerca di condividerla con altri. Lo fa attraverso l’opera finita, realizzata col medium che ha scelto.

 

© Dennis Ziliotto

 

Tra le varie cose Bathes afferma: “la fotografia trasforma il soggetto in oggetto, e anzi, in oggetto da museo” qui il discorso è assai lungo, ha anche a che fare con la morte. Però, proprio per l’ambiguità della fotografia della quale ho accennato, per me è altrettanto vero l’inverso. Il fotografo, da operator, in un click trasforma magicamente un oggetto, animato o meno, in un soggetto.

Metti una cicca di sigaretta per terra, nessuno ci farebbe caso più di tanto, è un oggetto come un altro, per di più spazzatura. Però se fotografo la cicca  e mostro la fotografia finita ad altri diventa il soggetto di quella fotografia, acquista una sua importanza, forse una sua unicità interessante, da interpretare.

 

© Giorgio Rossi

 

In seguito Barthes scrive dello Studium. Quando riconosciamo lo Studium vuol dire che entriamo in sintonia con i propositi del fotografo, quindi approviamo/disapproviamo le foto magari senza capirle dentro di noi, senza sentire la ferita.

Lo Studium e le intenzioni fotografiche rientrano nell’ambito della cultura che Spectator e Operator condividono. Però ci possono essere vari livelli di Studium, può essere come una sorta di cipolla dai mille strati sovrapposti lo Studium. Una parte dello Studium è il nostro pregresso, la storia delle nostre esperienze, di quello che abbiamo mangiato, della musica ascoltata, della tecnica fotografica appresa ecc. Tutto ciò ci porta a risolvere nelle pratica una fotografia in un modo piuttosto che in un altro, senza una intenzione di ferire qualcuno.

Eh sì perché poi Barthes scrive del Punctum di una foto, una sorta di fatalità che punge l’osservatore, fino a ferirlo. Può  avvenire con un particolare che in uno scatto diventa essenziale. Altre volte è qualcosa di aggiunto dallo sguardo, dalla sensibilità  del fruitore, pur essendo nella foto. In ogni caso il Punctum non è intenzionale, non fa emergere l’arte del fotografo, ma al limite il fatto che il fotografo era là.

 

 

Quindi direi che è del tutto superfluo occuparci del Punctum, specialmente come fotografi. Del resto in cartoleria vendono le punes ma non i punctum. Solo una volta sono riuscito a mettere un punctum in un paesaggio marino, ad Ostia. Ci stava assai bene devo dire, però poi mi sono accorto che era un paletto, non un punctum. Ho provato a toglierlo e no, stava meglio col “punctum”.

È già più semplice, più oggettivo, occuparci dell’attimo fuggente. Tutto può essere attimo fuggente, anche in un paesaggio immobile la luce può cambiare di secondo in secondo, basta una nuvola passeggera, un momento la luce è “magica” un  attimo dopo banale.

A me piace pensare l’attimo fuggente come ad un incontro del “caso” con l’azione in parte volontaria,in parte “istintiva” del fotografo,  una sorta di mediazione nella quale sono entrambi compresenti ed agiscono.

 

© Henri Cartier-Bresson. Rue Mouffetard (1954)

 

Provo a fare qualche esempio pratico. Penso alla notissima foto di Cartier Bresson, il ragazzino  di Rue Mouffetard, ne ho parlato diffusamente in un precedente articolo. Bresson incontra casualmente il ragazzino con le due bottiglie in braccio.

Lo fotografa ma molte altre casualità entrano in punta di piedi in quella foto. Il fotografo non le può tenere tutte sotto controllo e sono proprio quelle casualità a renderci interessante quella foto.

Ora pensiamo a come descrivere esattamente quella situazione con un prompt. Potremo riuscire a realizzare un prompt altrettanto “esaustivo” ed efficace da poter permettere di realizzare in una immagine AI tutte le interessanti casualità contenute nell’inquadratura fotografica?

 

Henry Cartier Bresson. Dieppe, France, 1926 – © Henri Cartier-Bresson/Magnum

 

Provo a pensare ad un’altra celebre immagine di Bresson, quella sulla spiaggia, con l’orizzonte storto, anche di questa ho scritto in passato. Bresson, probabilmente passeggiando, incontra due vestiti in nero sotto un ombrellone, una lei e un lui. Li incontra per caso e avverte probabilmente che sono bizzarri, interessanti, scatta di fretta una foto, come viene viene, e viene con l’orizzonte storto, buona lo stesso. Si può affermare che quell’inquadratura è imprecisa? Certo si può affermare, ma contribuisce  forse a rendere particolare la foto. Proviamo a immaginare di descrivere quella situazione con un prompt per realizzare una immagine AI, verrebbe l’orizzonte storto se non abbiamo descritto nel prompt che l’orizzonte DEVE essere storto? Perché mai ci dovrebbe venire in mente di desiderare una immagine con l’orizzonte torto?

Proviamo a pensare ad un altra foto della quale ho parlato in un articolo, quella scattata da Tony Gentile a Falcone e Borsellino.

 

Tony Gentiule. Provino

 

In quella occasione Tony Gentile scattò quasi un intero rullino del quale è stato pubblicato il provino. Uno solo di quegli scatti è diventato iconico, famoso. Potremmo pensare di realizzare una immagine identica alla fotografia  con un prompt?

Dicono che una foto valga più di 1000 parole, forse è vero. Sarebbero necessarie moltissime parole per descrivere bene quella foto, e tuttavia ogni descrizione probabilmente sarebbe parziale. Una fotografia, pur cristallizzando un momento casuale sa essere incredibilmente precisa, al di là di ogni intenzione dell’autore.

 

© Tony Gentile. Giovani Falcone e Paolo Borsellino (1992)

 

There’s more to the picture. Than meets the eye cantava Neil Young. Perfettamente d’accordo, la  vera fotografia è come il Rock& Roll … “Rock and roll can never die!” non preoccupiamoci più di tanto.

Un altro esempio. La notissima foto di Doisneau: “Le Baiser De L’Hotel De Ville”, forse la  storia del bacio più famoso della fotografia. Da tempo sappiamo che fu uno scatto staged, in posa o quasi. Robert Doisneau quel giorno girovagava per Parigi alla ricerca di uno scatto da vendere a Life. In un caffè adocchia una coppia di ragazzi che si sbaciucchiano. Comincia a chiacchierare con loro, scopre che sono due attori. Allora a Robert Doisneau viene in mente lo scatto perfetto: chiede alla coppia di passeggiare davanti al caffè e di continuare a baciarsi, per ritrarli così. Può essere che sia stato un unico scatto, potrebbe anche essere che abbia scattato più volte, come si fa nelle scene dei film sino a quando non si arriva ad una “buona la ventesima!”

 

Robert Doisneau “Le Baiser De L’Hotel De Ville”

 

I ragazzi interpretarono magistralmente il loro bacio,  però quello che colpisce non è solo il bacio, è tutto il mondo indifferente che ruota intorno a qual bacio, a quell’attimo sospeso nel tempo. Una inquadratura pienissima,  piena di vita, dominata dal caos, dal caso  di piccoli eventi non governabili dal fotografo ma disposti  con precisione su vari piani immagine. Da destra verso sinistra, di nuca, sfocata, una persona seduta al tavolo del caffè, l’omino col basco ed occhiali, la coppia che si bacia, dietro la coppia una donna che passa indifferente,  un’altra persona che passa nella direzione opposta, due auto poco lontane nel traffico e per chiudere l’inquadratura a sinistra un’ultima persona della quale si vede solo un pezzo di impermeabile e di cappello.

Possiamo immaginare che Doiseau, da consumato regista, abbia realizzato uno stage così imperfetto e contemporaneamente perfetto? Verrebbe mai in mente a un gran regista una inquadratura del genere? Potrebbe essere scritta esattamente in un prompt per ottenere l’immagine desiderata? Forse solo in un accuratissimo still life l’inquadratura può essere tenuta sotto controllo totalmente al fine di realizzare una fotografia assolutamente precisa. Altrimenti non è possibile, il caso entra sempre in gioco, il fotografo cerca di conviverci al meglio,  a volte gli riesce bene altre volte no. Penso che a un ottimo fotografo sia più facile fare del caso una fortuna che riesce a cogliere al volo.

 

© Robert Frank. Americans (1959)

 

Ci si prova, sempre, forse la consapevolezza di esserci riuscito arriva solo dopo aver visto il risultato finale. È quello che è avvenuto e continua ad avvenire in molte vere fotografie. Penso ad una fotografia di Frank, quella con la bandiera americana che pende al centro, le due ragazzine, ecc.

Una inquadratura anche questa pienissima ma in un certo senso ordinata, precisa, con quel ragazzino che a sinistra apre l’immagine e indossa una maglietta a righe, ma nell’altro verso rispetto alle righe della bandiera americana. Ovviamente un piacevolissimo, fortunato caso.

 

© Robert Frank. Americans (1959)

 

Penso al ritratto eseguito da Avedon a una Marylin Monroe sperduta, uscita da ogni possibile posa, da ogni self-contol. Uno scatto sospeso tra molti altri scatti.

Il problema è se un osservatore ormai abituato a scrollare rapidamente le immagini  col mouse, vedendole sullo schermo in un social, riesca o meno a cogliere quelle particolarità che, disseminate dal caso ma colte dal fotografo, possono fare la differenza tra una fotografia bella e una banale.

Se ci riesce penso riesca a cogliere la differenza tra una fotografia e una immagine realizzata in AI. Da parte del creatore della immagine in AI, penso ci sia sempre la sorpresa di vedere il risultato di un prompt, di solito questi generatori propongono più di un risultato.

A volte sono risultati sensibilmente diversi tra loro, così ne sceglie uno e, a meno  di non iniziare tutto di nuovo, se lo fa andare bene.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

© Richard Avedon. Marylin Monroe. (Maggio 1957)

 

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