Asahi Pentax Spotmatic F


ASAHI PENTAX SPOTMATIC F


Di Giorgio Rossi.

 

Non so se sia capitato a qualcuno di voi di percepire, ad un certo punto della sua crescita, di avere ricevuto una eredità da un predecessore. Qualcosa di quella persona che magari abbiamo conosciuto per breve tempo quando eravamo bambini, è rimasto impresso nel vostro codice genetico. Una sorta di seme sperduto in un angoletto remoto che a un certo punto inizia a germogliare.

Per me è stato così, avevo circa 15 anni quando trovai in un ripostiglio di casa varie cose appartenute a mio nonno. Una macchina da scrivere Olivetti, nera con scritte in oro, una sorta di catafalco che somigliava nella forma all’altare della patria. Una scatola di cartone. Conteneva altre scatolette, dentro c’erano delle lastrine di vetro, stereoscopiche, e un visore di legno con due oculari regolabili. Una fessura di lato per inserire le lastrine. Guardando dentro era come essere catapultati lì.

Nella guerra del 15-18. Il trincerone, l’Adamello, la Lanerossi Vicenza distrutta dalle bombe, trasporto di feriti, di morti, di prigionieri, alpini e asini. Tutto ciò era tremendo eppure mi attraeva.

Avete presente Alice nel paese delle meraviglie? Eat me… dink me…

 

Lo feci, senza potere immaginare che lo avrei fatto per molti anni. Quelle cose sarebbero state la mia professione, il pane quotidiano, nulla di mitico. Scrivere articoli, fare servizi fotografici. Tuttavia ci vollero ancora anni. Dovevo imparare molte cose.

Andavo quasi ogni sera a trovare Piero, un carissimo amico. Aveva una telemetro Canon 7col 50mm f.0,95 e il 19mm f. 3,5 (!!!) e una Nikon Ftn Photomic, acquistate a Singapore, a prezzi ridicoli rispetto all’Italia. Sviluppava il B/N con una Paterson e il Rodinal, stampava i negativi con un Durst M 301 e il Componon. 
Lo osservavo mentre armeggiava, parlavamo di fotocamere e di Fotografia, mi spiegava. Iniziai a comperare riviste a leggere (prima di tutto il Feininger), a scattare i primi rullini 135 con una Koroll Bencini avuta in prestito.

Passarono circa due anni. Mi chiedevo se un acquisto per me oneroso fosse giustificato, se ci avrei fatto davvero qualcosa, se sarebbe stato importante per me. Intanto mi documentavo sulle fotocamere, sulla Fotografia. Iniziando a mettere da parte, faticosamente, qualche soldino. Mi capitava qualche fotocamera di amici da tenere un poco in mano, leggevo test. Sì c’erano fotocamere che erano già un mito, alcune tedesche, altre, giapponesi, stavano forse per diventarlo. Varie delle prime fotocamere Giapponesi derivavano in modo evidente da fotocamere tedesche o della DDR, sopratutto dalle telemetro.

 

La Asahi aveva preso sin da subito una strada diversa. Con la Asahiflex, già nel 1952 aveva optato per la visione reflex. La Asahi Optical Co. produceva lenti dal ‘29 per Minolta e Konica. Ma se la sua prima reflex, a pozzetto, sembrava ancora ai primordi, la A.Pentax AP del 1957 era un balzo avanti notevole.

Era la prima “moderna” reflex giapponese. Con un design veramente piacevole. Obiettivi passo vite m42. Pentaprisma incorporato, leva di carica rapida (un po’ corta, simile alle Contarex e Contaflex, con contafotogrammi esterno), tempi veloci sul top, tempi lenti frontali, otturatore a tendina.

Manovella di riavvolgimento pieghevole e rientrante, tutti i controlli essenziali a portata di mano. Successivamente, col modello S, il selettore dei tempi è unificato e sul top, con l’esposimetro come accessorio esterno da montare sopra il pentaprisma.

 

Alla Photokina del 1960 viene presentato un prototipo di una Asahi Pentax con una piccola fotocellula al CdS montata su di un braccio mobile posto dietro l’obiettivo. Il prototipo viene battezzato “Spotmatic”. Di spot, come lo intendiamo ora, non aveva nulla. La leva di carica era migliorata, col contafotogrammi interno, coassiale alla leva. L’esposimetro era a lettura media, ma TTL, leggeva attraverso l’obiettivo, anche se “stop down”. Azionando una levetta, sul corpo alla sinistra dell’ottica, che chiudeva il diaframma al valore impostato. Per la cronaca è giusto ricordare che la Nikon F uscì nel ‘59 e l’esposimetro era accoppiato attraverso il “Photomic” un corpo aggiunto esternamente, un bellissimo, affidabilissimo macigno… inoltre, ma forse è solo una malalingua, pare che la Nikon abbia copiato alla Pentax il sistema di ritorno dello specchio in basso dopo lo scatto.

Sembra una cosa banale ma a quei tempi in quasi tutte le reflex dopo lo scatto lo specchietto rimaneva in alto, bisognava riarmare l’otturatore per farlo scendere. Insomma alla Spotmatic non mancava già quasi nulla di ciò che veramente serviva e che in fotocamere di altri brand arrivò solo alcuni anni dopo, e quel poco che mancava fu aggiunto col passare degli anni. Tuttavia la produzione in serie iniziò solo intorno al 1964 e così la SP si trovò sul mercato alla pari di vari brand che avevano nel frattempo avevano limitato o eliminato il divario tecnologico. 
In compenso ebbe come testimonial nientepopodimeno che… i Beatles!

Fu un successo non da poco per quei tempi, nel ‘66 venne raggiunto il 1° milionesimo di SRL prodotte!
Nel ‘71 arrivò la SPII.

 

Un otturatore migliorato, una slitta a contatto caldo in cima al pentaprisma (beh era più bella senza), miglior trascinamento della pellicola grazie a un piccolo rullo a destra, oltre il pressa-pellicola, un esposimetro con capacità di leggere una gamma più ampia di Ev. L’impostazione sensibilità raggiunse i 3200 ASA. Eh si chiamavano così, non ISO, le tedesche andavano a DIN! Anche il self timer fu migliorato, il mirino divenne più luminoso. Ciliegina sulla torta: la nuova, superba, gamma di ottiche targata Takumar S.M.C., con un trattamento antiriflesso innovativo (anche se il mio 50mm f. 1,4 illumina debolmente il cassetto nel quale è riposto, sì insomma dicono sia un tantino radioattivo, ma solo un pizzico). La produzione della SPII continuò sino al 1976, anche se nel ‘73 anno fu introdotta la Spotmatic F.

Quella F non era cosa da poco, permetteva all’esposimetro di leggere a tutta apertura simulando il diaframma impostato ed esposimetrare non più in stop down.

Era il vertice della tecnologia permessa e possibile con le ottiche passo vite.

Così, senza pormi alcun dubbio acquistai finalmente a 160.000 sudatissime lire, la SPF compresa di 50mm f 1,4. Nel 1976… e dopo qualche mese, ahimè le gloriose Spotmatic (tra cui le ES e ESII, prime fotocamere giapponesi con esposizione automatica a priorità dei diaframmi) uscirono di produzione. Crudele tradimento!

La Pentax passò agli obiettivi a baionetta, attacco K.
La Spotmatic F ebbe come erede la K1000, quasi identica tecnologicamente ma meno bella dal punto di vista estetico.

Fu prodotta in circa 3 milioni di esemplari, un enorme successo. La serie K, specialmente con la KM e la ME conobbe un meritatissimo successo, successivamente l’elettronica pesante fece irruzione in quasi tutte le fotocamere, indipendentemente dal brand. Vennero prodotte delle “belle senz’anima”, ben funzionanti certo ma spesso assai plasticose.

Tornando alla SPF potei costatare che della vasta e completa gamma di obiettivi passo vite SMC Takumar ben pochi erano reperibili sul mercato, sembravano esistere solo in pubblicità e nei listini. Un gran peccato per una fotocamera che aveva tutte le carte in regola per essere considerata professionale anche se va detto che in generale il termine “professionale” ha poco senso.

La Asahi Pentax dimostrò senza alcun dubbio altissime capacità tecnologiche e inventiva anche all’infuori del formato 135, producendo nel settore analogico, prima una Pentax 6×7, poi una 6×4,5 entrambe eccellenti, quanto spesso sottovalutate. 
Passai quindi alla Nikon con molto rammarico. Tuttavia molte Spotmatic si possono ancora acquistare a prezzi più che ragionevoli sul mercato dell’usato, compreso le ottiche più diffuse, i 28, 35, 50, 55 e 135mm.

Altre ottiche come l’85mm del quale si favoleggiava una resa stupenda, si trovano, ma ahimè costano un botto.

Le Spotmatic restano, a mio avviso, un ottimo ed abbordabile modo di iniziarsi alla pellicola, con una fotocamera che fu in ogni caso un mito, usufruendo anche di tutta la gamma di ottiche russe e DDR, alcune delle quali sono davvero buone. Concludo con qualche immagine.

Come non notare il semplice e raffinato design di tutta la fotocamera, in ogni particolare, iniziando dal logo? La levetta per azionare il self-timer aveva un design stupendo e funzionale.

La leva di carica, sinuosa e tuttavia robusta, era assai piacevole, la corsa del pulsante di scatto sufficientemente breve e morbida, con sicura e finestrella che indicava con un pallino rosso quando l’otturatore era carico. Notevolissima per quei tempi l’ergonomia.

Con l’indice che cadeva naturalmente sul pulsante di scatto e poteva anche ruotare la ghiera dei tempi senza acrobazie. Gli obiettivi erano costruiti egregiamente, non solo dal punto di vista ottico.

La ghiera di messa a fuoco morbida, graduale e ben frizionata non ha mai richiesto nelle mie ottiche alcuna revisione, quella dei diaframmi aveva un leggero clic al mezzo diaframma, ove per esempio il mezzi diaframma degli obiettivi Nikkor era aleatorio.

Eh certo che, rivedendo le foto, la mia SPF forse avrebbe bisogno di un bel maquillage, però mi piace così, vissuta, ha lavorato in situazioni non sempre facili, ha fatto e continua fare il suo dovere, e dopo 43 anni un po’ di rughe le ho anche io.

Giorgio Rossi

Semplicemente Fotografare

 

2 Comments

  1. roberto ceccarelli

    Anche mio padre ne aveva una, ma la vendette (pentendosi successivamente) per una K2 che ebbi il piacere di usare per parecchi anni poi sostituita da una ME. Mi sono divertito molto anche con la 645 e quando sono passato al digitale ho preso una Kx. Pentax ti rimane nell’anima….

  2. Davide Tambuchi

    Ho una Pentax MX che meccanicamente ricorda le belle KX e K1000, col vantaggio di essere molto più piccola e leggera. E’ praticamente indistruttibile, e conserva l’anima delle vecchie macchine serie K con un’elettronica davvero minimale (la batteria è utilizzata solo per l’esposimetro a LED). Abituato sin da ragazzo ad usare Praktica e Zenit, sulle Pentax posso montare alcuni obiettivi russi (ad esempio lo straordinario Mir 20mm) M42 semplicemente con un anellino adattatore. Come sulla OM-1n ho montato il vetrino senza stigo a immagini spezzate nel mezzo, che distrae dalla composizione. A far compagnia alla MX ho anche una ME Super (che è stata recentemente revisionata perchè questa serie elettronica soffre di blocco dell’otturatore causato da delle guarnizioni microscopiche in gomma – negli anni si sciolgono e vanno tolte o sostituite). Non ha l’anima di una meccanica, ma mi piace perchè è davvero una reflex piccolissima; davanti al volto ti lascia scoperto l’altro occhio come in una macchina a telemetro. Se vi piacciono queste macchine vi consiglio 3 obiettivi straordinari: SMC-M 28/3.5 (nitidissimo ma soprattutto senza distorsioni ai bordi, decisamente migliore del già ottimo 28/2.8), quello della serie K (35/3,5), nettamente superiore al corrispondente della serie M e il piccolo, “corto” SMC-M 100/2.8 (pochi millimetri più lungo dell’ottimo 50/1.4).

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