“Anno nuovo ti scrivo,così mi distraggo un po’

E siccome ti vedo confuso più forte ti scriverò

Da quando sei iniziato c’è una grande novità

L’anno vecchio è finito, ormai

Ma qualcosa ancora qui non va…”

 

Potrebbe essere una parafrasi odierna del celebre brano di Lucio Dalla, 1978/79. Gli anni di piombo erano agli sgoccioli, qualcosa stava cambiando, è ironico e positivo Dalla. Aveva dedicato il brano all’amico Giuseppe Rossetti, pittore di Bologna, finito ingiustamente in carcere a Dozza, per quelle che all’epoca erano normali retate contro gli estremisti di sinistra. Credo di avere ascoltato la prima volta quella canzone, strimpellata da un ragazzo a Varese, nella villa dei suoi genitori, chiamata “Hollywood”. Piscina, campo da tennis e da basket e quant’altro. Paradossi di quei tempi.

 

 

Io, 29 anni, abbandonata quasi la Facoltà di Psicologia, ero da poco fotografo professionista. Cosa mi aveva portato a quel passo? Forse un crescente dissenso verso una società, verso l’Università e una cultura troppo istituzionalizzata. Ero anche in ritardo, sentivo una urgenza, iniziava a starmi stretto quel “Giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose” del film “Ecce Bombo” (1978) di Nanni Moretti.

Fu una specie di onda lunga, che si protrasse sino agli anni ‘80, iniziata da quando ero al ginnasio, sentendo dischi all’uscita dalle lezioni, nei giardinetti accanto a San Giovanni. Tra giugno e luglio 1965, preparazione dell’esame di maturità… ballando Mr Tamburine Man eseguita dai Byrds. Oppure Eve of Destruction, probabilmente senza comprenderne a fondo il significato, risentendola oggi trovo tra i commenti: “it’s the same old place. Damn” (2 mesi fa), “Unfortunate time for the world to relate with this song again…” (3 mesi fa).

Sono commenti probabilmente di americani, circa della mia età, che in questi mesi sono andati a ricercare quella canzone. Modo di sentire analogo, vuol dire qualcosa? Non so quanto in quegli anni lontani fossimo effettivamente consapevoli, però in qualche modo eravamo coinvolti… alla base di tutto, nella nostra piccola Italia, quanto in Inghilterra e in America c’erano una infinità di canzoni, tra le quali (I Can’t Get No) Satisfaction dei Rolling e My Generation degli Who: I hope I die before I get old (Talkin’ ‘bout my generation)

Erano l’eco del vuoto e della frustrazione che molti giovani, figli del boom del dopoguerra, provavano di fronte a un mondo che prometteva il successo economico e la felicità materiale, ma che in realtà offriva solo un superficiale intrattenimento.

Scoprivamo che la guerra non era affatto finita, aveva solo spostato i fronti di conflitto. Eravamo comunque coinvolti. Mi sembra che sia una consapevolezza che sta di nuovo crescendo, sotto sotto, non può essere palese. Nel 1966 uscì “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” L’anno dopo la cantò Joan Baez, prima in Italia, poi in America.

…Veniva da gli Stati Uniti d’America. Cantava viva la libertà

Ma ricevette una lettera… Fu richiamato in America.

Una canzone nata in Italia? Sì, italo-americani,ispanici e neri li andavano a ricuperare ovunque, i ragazzi di buona famiglia americani non partivano. La guerra fredda iniziò subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. La lotta per il dominio fu espressa attraverso mezzi indiretti, come la guerra psicologica, le campagne di propaganda, lo spionaggio, gli embarghi di vasta portata, la rivalità negli eventi sportivi e la competizione tecnologica come la corsa allo spazio. Più o meno quello che sta di nuovo succedendo. L’affermarsi di un movimento pacifista a livello globale e la paura di una guerra nucleare spinse, a partire dagli anni 1970, entrambe le parti a intraprendere un processo di “distensione”. Può accadere di nuovo? Eravamo tutti comunisti? NO!

 

© Bill Hall

 

Nel 1968 l’URSS invase la Cecoslovacchia, circa 2 anni dopo uscì “Primavera di Praga” Il periodo della guerra fredda terminò con la caduta del Muro di Berlino (1989) e con la conseguente dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991). Eravamo “make love not War”, paciveri non pacifinti, in vagabondaggio e movimento costante. Naturalmente le guerre continuarono e continuano. Cos’è cambiato? Direi che sono cambiati i mezzi di comunicazione di massa, attualmente ognuno di noi partecipa più o meno attivamente alla comunicazione globale, può esserne attore anche se non usa correttamente il congiuntivo e non sa bene quando l’H ci vuole e quando no. In quegli anni ancora Internet non esisteva. C’era l’informazione dominante, attraverso giornali, riviste, telegiornali, ecc. C’era una controcultura e una controinformazione, arrivavano ovunque, rapidamente.

 

Credit/courtesy: Larry Burrows © Time-Life.
5 Ottobre 1966. Operation Prairie vicino alla DMZ, Viet Nam del Sud. Sommità del “Crinale di Mutter”.

 

Va sottolineato che l’industria discografica, il cinema, ed altri avevano capito benissimo che qualche soldino in tasca lo avevamo, forse anche per questo appoggiarono il movimento.
Il megaraduno di Woodstock, avvenne tra il 15 al 17 agosto 1969, meno di un mese dopo lo sbarco sulla Luna. Joni Mitchell, autrice della canzone emblema del festival, non partecipò, la sua casa discografica era contraria. Anche Beatles, Rolling Stones, Doors, Dylan, per dire solo di alcuni, non parteciparono. Tuttavia molti di quegli anni lontani sono rimasti assolutamente coerenti.

Neil Young al Live at Farm Aid, ha ancora cantato “Heart of gold”

Voglio vivere, voglio dare

sono stato un minatore (alla ricerca) di un cuore d’oro

Sono quei modi di essere che non esprimo mai

che mi fanno proseguire la ricerca di un cuore d’oro

E sto invecchiando (cercandolo)

L’intento della manifestazione è quello di aiutare a salvare le piccole aziende agricole familiari, per certi versi vicino a quello della Farm Security Administration, però nella FSA fu documentazione fotografica, il Live Aid è un concerto di beneficenza. Un impegno politico e sociale, antirazzista. Ha attraversato tutta la vita di Neil Young, da Soutern Man a Alabama. Un impegno che continua, tutt’oggi Young è contro a multinazionali e anti-Trump. Attualmente ogni intellettuale viene colpevolizzato, non ci sono poteri economici a sorreggerlo come avveniva in quegli anni con l’industria discografica e cinematografica.

Nel 1970 Nash compose “Teach your Children” La canzone voleva insegnare la comprensione tra chi aveva passato l’inferno della II guerra mondiale (l’inferno dei padri) e chi stava passando l’inferno della guerra nel Vietnam (l’inferno dei figli).

Nash, fotografo e collezionista di fotografie, nel corso di una intervista ha affermato che l’ispirazione per comporre quella canzone gli venne da una celebre fotografia di Diane Arbus “Child with Toy Hand Grenade in Central Park.” Ovviamente se parlo di Richard Avedon e di musicisti il loro rapporto è chiaro, però per esempio Stephen Shore che rapporto ha avuto con la musica?

 

© Stephen Shore

 

Tra il 1965 e il 1967, Shore, ancora adolescente, frequentò regolarmente la Factory di Andy Warhol a New York. Lì fotografò assiduamente la vivace scena artistica e musicale, inclusi ritratti iconici di musicisti come Lou Reed e Sterling Morrison dei Velvet Underground, oltre ad altre figure chiave dell’avanguardia.

Successivamente con “Uncommon Places”, anni ‘70, inizio ‘80, divenne noto per l’esplorazione del paesaggio americano e della vita quotidiana. Usava pellicola Kodachrome, scattando con fotocamere 35mm per lavori più spontanei e fotocamere di grande formato per i suoi progetti più noti come “American Surfaces” e “Uncommon Places”. Catturava scene banali e quotidiane come stanze d’albergo, angoli di strada, parcheggi e ristoranti lungo la strada, affrontandole con uno stile freddo e obiettivo. Erano quei colori intensi che piacevano anche a Paul Simon, dedicò una canzone alla Kodachrome nel 1973

Kodachrome

They give us those nice bright colors

Give us the greens of summers

Makes you think all the world’s a sunny day, oh yeah

I got a Nikon camera

I love to take a photograph

So mama, don’t take my Kodachrome away

“For Free” di Joni Mitchell in fondo è una fotografia di Shore… O, viceversa, l’aver ascoltato “For Free” potrebbe aver influenzato Shore.

…Il vento spazzava la città sporca

Ed i bambini uscivano da scuola.

Me ne stavo in un rumoroso angolo

In attesa di poter attraversare…

Si possono cogliere affinità tra la fotografia di Shore e il film Alice’s Restaurant (1969) un lucido affresco degli Stati Uniti d’America contemporanei in dissoluzione, alla ricerca di una nuova chiave di lettura del sogno statunitense. Si può andare anche a ricercare, nel1967, il rapporto che unì Patti Smith a Robert Mapplethorpe, si conobbero al Chelsea Hotel di Manhattan dove prima o dopo passarono tutti, ma proprio tutti quelli destinati a essere famosi, in letteratura, arti varie, musica.

 

 

Ci vorrebbero migliaia di tasti battuti sul pc per descrivere più o meno cosa avvenne nella East Coast, principalmente a NY e cosa nella West Coast, San Francisco, c’erano flussi culturali costanti lungo la 66, cmq tutti arrivarono al Fillmore Eas. Interessante sul finire di quell’era, Hotel California, Eagles, 1976, e la copertina scattata dal fotografo David Alexander. Il batterista degli Eagles Don Henley, autore principale dei testi: “è un album che parla anche della perdita dell’innocenza, dello scontro tra illusione e realtà che tutti stavamo osservando alla fine degli anni 60”

In Italia? Luigi Ghirri autoprodusse “Kodachrome”, nel 1978, e uscì per la casa editrice Punto e Virgola, che lui aveva fondato a Modena con la moglie Paola Bergonzoni.

Nell’introduzione Ghirri scrive: “Il senso che cerco di dare al mio lavoro è quello di verificare come sia ancora possibile desiderare e affrontare la strada della conoscenza, per poter infine distinguere l’identità precisa dell’uomo, delle cose, della vita, dall’immagine dell’uomo, delle cose, della vita”.

 

 

Luigi Ghirri collaborò con il gruppo musicale CCCP – Fedeli alla linea, realizzando la fotografia di copertina del loro ultimo album, Epica Etica Etnica Pathos, nel 1990, immortalando la band a Villa Pirondini. Per la serie fotografica di Epica Etica Etnica Pathos, usò Kodachrome, come in Viaggio in Italia.

 

 

Altri autori nello stresso libro usarono il negativo colore. Perchè? Le riprese in negativo colore, come il Kodacolor erano più “malleabili” si potevano per filtratura ottenere stampe fotografiche dalle sfumature più aderenti ai propri gusti. Ottenere buone stampe da diapositive Kodachrome era possibile, su Cibachrome (successivamente Ilfochrome), i colori venivano riprodotti fedelmente ma i supporti davano sensazioni orrende come se si maneggiasse un foglio di plastica/ alluminio, non di carta.

Sono passati in un soffio quegli anni. Ascoltando oggi “Canzone di notte n°2”, il testo ci sembra profetico. Guccini ce la presentò in anteprima nel ‘76 dopo un concerto. Enzo Castella , poi fotografo lo aveva conosciuto tempo prima a Bologna.

…“Ma i moralisti han chiuso i bar

E le morali han chiuso i vostri cuori e spento i vostri ardori”…

“Ma adesso avete voi il potere

Adesso avete voi supremazia, diritto e Polizia

Gli dei, i comandamenti ed il dovere

Purtroppo, non so come, siete in tanti e molti qui davanti

Ignorano quel tarlo mai sincero

Che chiamano pensiero”

Erano gli anni di piombo, però sento che quelli anni stanno tornando, forse perché li ho un poco vissuti, nel bene e nel male. Si può vedere solo quello che si conosce già.

Malgrado enormi avversità, nel sottobosco delle coscienze cresceva in quegli anni una consapevolezza diffusa, ogni arte contaminava l’altra. Bastava aprire gli occhi e le orecchie e qualcosa entrava. C’erano vivissimi flussi culturali e contaminazioni, tutto fluttuava, si diffondeva e arrivava anche senza internet. Oggi viviamo immersi nell’era della comunicazione di massa…

In cui ciascuno chiude la sua pena

In cui ciascuno è da solo con sé stesso

A dir, “Dove ho mancato, dov’è stato?”

A dir, “Dove ho sbagliato?”

Però una sana autocritica e una critica mancano. Soffriamo spesso di solitudine pur dialogando costantemente con mille più o meno come noi. I pensieri che leggo attualmente intorno alla fotografia sono per lo più luoghi comuni ripetuti sino all’estenuazione. Dimostrazioni di cultura appresa su libri e non vissuta. Pensieri circolari limitati a pochi partecipanti, sempre gli stessi, lo sguardo per lo più non si allarga né in profondità per cercare di capire il passato, né in ampiezza per cercare di vedere quello che succede altrove nel mondo fotografico.

Ancora ci sono analogisti convinti che l’unica vera fotografia possibile sia quella analogica. Ma svegliatevi! Il digitale è ormai da tempo l’unica fotografia professionale possibile. Poi che per diletto si pratichi la fotografia analogica benissimo, nessuna tecnica deve andare perduta. Continuare a sbraitare contro lo scatto non consapevole e compulsivo dei fotografi digitali è semplicemente sciocco. Cerchiamo piuttosto di dare un senso e un contenuto alle nostre fotografie, analogiche o digitali che siano.

 

 

Vedo ancora chi sovraespone di due stop uno scatto digitale, pensando di avvicinarsi all’estetica di Ghirri senza saper nulla del Kodachrome. C’è corpo e materia nelle foto di Ghirri, in quei rossi, quegli azzurri, tipicamente Kodachrome, non è vuota evanescenza. Sono gli stessi colori di Stephen Shore. C’è anche uno sguardo alla Pop Art.

Ancora ci sono giudici in contest che premiano con menzioni ritratti scattati in India stile McCurry… “ah sì bravissimo McCurry!!!” Ma qualche numero di National Geographic lo hanno mai letto fotografi e giudici?

È scomparsa l’idea del fotografo come professionista che risponde ad una committenza mettendoci possibilmente del suo. Avviene forse perché giudichiamo il passato con gli occhi di oggi, dei social, è una sorta di gatto che si morde la coda. Così i famosi fotografi di anni or sono sono tutti artisti o maestri, diventano divinità iperuraniche, irraggiungibili.
Sì, qualcosa ancora qui non va! Però sono fiducioso, credo ancora nell’umanità, forse mi sbaglio, vedremo. L’umanità siamo noi, ognuno con le sue piccole scelte.

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 


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