
© Roberto Besana
Nell’acqua scura
s’intrecciano ricami
Come racconti
In questa mattina silenziosa e grigia, abbarbicata come l’edera al simulacro di un inverno mite ma apparentemente eterno e spiazzante, mi tuffo con lo sguardo in questa splendida immagine lacustre di Roberto Besana, e inizio a percorrerla fino a raggiungere la Darsena – che è fuori campo, ma io so che c’è! – dove sveglierò una a caso tra le barche dormienti, per chiederle di condurmi fra i sentieri incerti dell’acqua che s’insinuano tra il canneto e le cataste di rami precipitati qua e là dagli alberi, dopo l’ultimo temporale violento della scorsa estate.
Le barche dei pescatori del Lago sono sempre molto gentili con me, perché mi conoscono da sempre, da quando ero bambina e il mio papà mi portava in giro tra i canali per farmi conoscere le piante acquatiche e la fauna del Lago, insegnandomi a riconoscere gli uccelli dal loro canto, e i piccoli animali come rane e bisce dai loro tuffi in acqua e frusci sottili tra le tife e i giunchi.
In lontananza si udiva, come una sinfonia di sottofondo, l’insieme delle voci dei pescatori vicini e lontani, e i colpi secchi con cui battevano le reti sul bordo delle barche per liberarle dalle alghe prima di issarle a bordo e poi tornare a riva.
In questo navigare sognante, assorta nei miei ricordi antichi, d’improvviso ritrovo la gioia limpida di com’era il mio Lago tanto tempo prima, quando gli inverni erano rigidi e piovosi, con la tramontana che ti tagliava come una lama il viso e anche le orecchie, se non avevi l’accortezza di coprirti bene, e l’estate asciutta e rovente come una lingua d’inferno non faceva comunque in tempo a prosciugare la riva prima dell’autunno, quando sarebbero giunte abbondanti le nuove gocce salvifiche dal cielo.
Questo ciclo armonioso purtroppo si è drammaticamente alterato negli ultimi tre anni, e dei ricami formati dagli alberi precipitati accanto alla foresta di pennacchi morbidi dei fiori delle canne, a fine estate non restano che tristi distese di detriti parzialmente inghiottiti dal fango e dalle alghe, disseminate qua e là di scheletri di barche incastrate sul fondo del Lago, tra le canne.
Donatella Sarchini










