“Me ne dispiace fino all’anima” con Marta Morazzoni

© Roberto Besana

 

“Me ne dispiace fino all’anima, e tengo per fermo che una maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere” dice l’islandese quando scopre che la gigantesca, terribile  figura in cui si imbatte in una regione desertica subequatoriale altri non è che la natura.

E dal suo punto di vista il personaggio della più famosa operetta morale di Leopardi ha cento buonissime ragioni per essere sconfortato alla vista della sfinge dalla gelida indifferenza, quella madre di parto e di voler matrigna, ingannevole e lusingatrice cui deve tutte le sue sofferenze.

Questa riflessione ci rimane scolpita in mente, come succede di tutta la grande musica leopardiana, ma immaginiamolo riscritto oggi, quel dialogo tra un uomo e la natura: oggi potrebbe capovolgersi la prospettiva e quel dispiacere che affonda nell’anima starebbe bene sulle labbra della natura nel vedere approssimarsi l’uomo con le sue macchine, indispensabili certo!, trivelle, motori, caldaie, con gli strumenti per scavare, costruire anche là dove un senso residuo di rispetto dovrebbe fermarlo.

Costruire il più possibile vicino al mare, perché nessuno gli rubi lo spettacolo, o  più in alto, sopra l’ultima casa edificata, perché il panorama si apra senza limiti.  Eccolo ancora, l’uomo silenziosamente in cerca di un punto sotto l’epidermide della terra in cui nascondere scorie, veleni, malefici da streghe di Macbeth. Come sarebbe diverso il dialogo tra la natura e l’uomo, se lo considerassimo da questo orizzonte! Ne verrebbe una interpretazione nuova, e qualche altra domanda su come gestire un equilibrio tra lei e noi.

E allora, affondando nel tempo oltre le riflessioni di uno spirito romantico, bisognerebbe incamminarsi verso il principio delle cose: nel racconto favoleggiante dei sette giorni della creazione si narra che Dio mise Adamo, appena fatto, al centro del Giardino e gli disse: “Ora da’ tu il nome alle cose!” Fu un azzardo. O la prima, grande tentazione. Cominciò lì a formarsi nella testa dell’uomo l’idea intrigante di essere il signore di tutte le cose, era lui che stava dando i nomi e questo è un atto dichiarato di dominio.

Non ci è passata ancora adesso questa sensazione di signoria sul mondo e di diritto inalienabile esercitato a volte, molte volte!, con l’arroganza un po’ grossolana di chi non ha dubbi sull’estensione del proprio possesso. Che la natura se ne dispiaccia a sua volta fino all’anima lo leggiamo nei dissesti del terreno, nelle frane che distruggono case e strade, nel ghiaccio che si scioglie e alza il livello degli oceani, negli uragani che squassano interi paesi. Allora l’homo sapiens (che ci sia dell’ironia nel nome?) si guarda intorno, osserva le macerie costernato, offeso e vittima di nuovo.

Abbiamo ingaggiato una battaglia sorda ed è il caso di domandarsi se ci sarà mai  un vero trattato di pace nel segno del rispetto e dei limiti territoriali. Ci costa molto, sembra, essere meno avidi, occupare meno spazio e usare con prudenza le risorse, ci costa molto andare più in bicicletta e meno in auto, tenere più basso il termostato di casa e scaldarsi con un maglione pesante.

Ci costa anche oggi, in un tempo che vanta una maggior consapevolezza e legge segni più espliciti di questa necessità. Sono segni che potrebbero significare anche altro, e senza catastrofismi: magari ci dicono che anche la natura invecchia, con tempi ben più lunghi rispetto ai nostri, ma con una accennata fragilità cui ci toccherebbe pensare con affetto meno egoistico.

Ha i suoi eoni anche lei, la grande madre Gea.

 

Marta Morazzoni 

 

Testo di Marta Morazzoni, Fotografia di Roberto Besana

 

Marta Morazzoni, nata a Milano nel 1950, vive a Gallarate. Ha pubblicato il primo libro di racconti La ragazza col turbante” nel 1986 per Longanesi, editore cui è rimasta legata fino al 2010 pubblicando La nota segreta”. Ha vinto il Super Campiello nel ’97 con “Il caso Courrier”, e nel 2018 le è stato conferito il Campiello alla carriera. Nel 2014 ha pubblicato il racconto saggio “Il fuoco di Jeanne”, edito da Guanda, come l’ultima raccolta di racconti “Il dono di Arianna”(premio Cocito 2019). Collabora con il Domenicale del Sole 24ore.  

 

 

 

 

 

Roberto Besana (1954), nasce a Monza, risiede a La Spezia. Un lungo passato da manager editoriale giunto sino alla Direzione Generale della De Agostini, coltiva la sua passione per la fotografia operando per lo sviluppo e realizzazione di progetti culturali attraverso mostre, convegni, pubblicazioni. Nella sua fotografia riverbera la sensibilità ai temi ambientali per i quali è attivo nella diffusione di conoscenza e rispetto. Le sue immagini sono principalmente “all’aria aperta”, dove lo portano i passi. Ambiente e paesaggio sono i suoi principali filoni di ricerca. I suoi lavori fotografici sono presenti in libri e quotidiani, siti web, riviste. Al suo all’attivo innumerevoli mostre personali e collettive. Dirige o collabora alla realizzazione di eventi e festival culturali. Membro del comitato scientifico del periodico culturale Globus, curatore editoriale della collana “Fotografia e Parola“ di Oltre Edizioni, ha una rubrica fissa sul periodico .eco e NOCSensei I suoi ultimi libri pubblicati - L’albero, dialoghi tra fotografo e scrittore, 2020 - Il Paesaggio, dialoghi tra fotografia e parola, 2021 - La Sfilata del Palio del Golfo, 2021 - L’acqua, dialoghi tra fotografia e parola, 2022

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