© Roberto Besana
In questa immagine il primo impatto è semplice: una mucca in campo aperto, in uno spazio rurale poco caratterizzato, ripresa in bianco e nero. L’animale, guarda verso l’obiettivo apparentemente sorpreso dall’intrusione del fotografo. Sembra essersi fermato per osservarlo e pare quasi invitare l’umano a seguirlo nel suo percorso appena interrotto. L’immagine non è quindi statica come potrebbe sembrare a prima vista.
L’accento è tutto sul soggetto, che con il suo sguardo diretto instaura una relazione immediata con l’osservatore. Ne risulta una fotografia che va oltre il dato documentario e si avvicina alla dimensione simbolica del ritratto. Per forza di cose, dietro questa semplicità si cela una dinamica complessa di sguardi e intelligenze che comporta una stratificazione di significati.
La mucca non è un soggetto passivo: il suo sguardo è diretto, interrogativo, quasi valutativo. Non è la fissità di un animale indifferente, ma la postura di chi misura la presenza dell’altro, cercando di comprenderlo. Lo sguardo diretto dell’animale verso l’obiettivo costruisce un dialogo silenzioso con chi guarda. Non è uno sguardo ingenuo: c’è una sorta di interrogativo, un confronto reciproco tra due mondi, quello umano e quello animale, che si incontrano attraverso la mediazione dell’obiettivo fotografico.
In quel preciso momento, la relazione osservatore-osservato si inverte. Non è più soltanto il fotografo a catturare l’immagine dell’animale; è l’animale che cattura l’essenza dell’uomo, scrutandolo e restituendo dignità e individualità a un essere vivente che, nella nostra società, è visto solo come parte di un processo produttivo e di dominazione.
Chi osserva chi?
La risposta a questa domanda pone in luce una inversione che apre un parallelo inaspettato con l’epoca attuale, in cui l’intelligenza artificiale, frutto del pensiero umano, è divenuta capace di osservare, analizzare e interpretare il nostro stesso comportamento. Anche se non lo sa e non lo comprende, l’intelligenza artificiale, come la mucca, ci guarda. Senza consapevolezza e senza neanche la dignità di un essere che non sa di essere condannato a morte, ma lo fa. Lo fa attraverso i dati, i pattern, le tracce digitali che lasciamo dietro di noi. Noi cerchiamo di capirne e domarne il funzionamento, ma allo stesso tempo è lei a ricostruire un ritratto di noi stessi, talvolta più accurato di quello che potremmo disegnare da soli.
E’ un parallelo a tre livelli: l’animale rappresenta una intelligenza naturale, antica, non umana che ci osserva da una prospettiva esterna al nostro mondo simbolico. L’essere umano è l’osservatore che crede di avere il controllo, ma che nel momento stesso in cui guarda viene guardato e diventa vunerabile e rivelato. In una parola cara ai fisici, collassa nella realtà che credeva di dominare. L’intelligenza artificiale, che è una nuova forma di alterità sintetica che si specchia nella nostra mente per imitarla, amplificarla o deformarla. Magari, tra un pò di tempo, per comprenderla.
Questa fotografia, così riletta, non è più solo un documento rurale o un ritratto animale. Diventa una metafora potente dello scambio di sguardi che definisce ogni relazione tra intelligenze diverse, biologiche o artificiali. Ci ricorda che, in ogni atto di osservazione c’è un ritorno e che ciò che vediamo di fronte a noi è sempre anche uno specchio, capace di rimandare indietro qualcosa di noi stessi e dell’altro. Osservatore ed osservato in un tutto unico. Quella mucca ci guarda e ci pone la stessa domanda che tra un pò ci porrà il nostro cellulare ultimo modello:” Ma tu, che intelligenza sei?”
Paolo Foglio











