“L’uomo attore ecologico globale” con Pietro Greco

© Roberto Besana

 

L’uomo attore ecologico globale – Economia dell’uomo ed economia della natura

          L’uomo è diventato un attore ecologico globale perché la sua economia ha raggiunto il medesimo ordine di grandezza di quella della natura. O, più precisamente, della biosfera.

Sono almeno tre le prove provate di questo fatto che rende  l’uomo, per l’appunto, un attore ecologico globale, in grado di interferire con i grandi cicli biogeochimici dell’ecosistema Terra

  1. L’uomo utilizza del 25% della Produzione netta primaria (PNP) di energia, ovvero dell’energia solare trasformata dagli organismi capaci di fotosintesi (batteri, piante) e messa a disposizione del resto della biosfera. La percentuale sale al 40% se si considera la PNP delle terre emerse.
  2. Le emissioni di gas serra prodotte dall’uomo hanno fatto aumentare di quasi un grado la temperatura media alla superficie del pianeta rispetto a un secolo fa. A causa dell’uomo l’anidride carbonica in atmosfera è aumentata del 35% rispetto all’epoca pre-industriale e quella del metano del 150%. I prodotti di sintesi chiamati clorofluorocarburi che attaccano l’ozono stratosferico e contribuiscono all’effetto serra nella troposfera neppure esistevano cento anni fa. Oggi contribuiscono in maniera significativa all’inasprimento dell’”effetto serra” che surriscalda il pianeta.
  3. È in atto una erosione della biodiversità – una diminuzione del numero di specie viventi – che per velocità non ha pari nel ultimi 65 milioni di anni e, probabilmente, non ha avuto pari neppure nel corso delle cinque “grandi estinzioni di massa” che hanno costellato la storia della vita animale e vegetale negli ultimo 600 milioni di anni. L’uomo è la causa principale di questa rapida estinzione delle specie.

Accanto a queste prove scientificamente fondate, esiste un’intera costellazione di indizi convergenti. L’impronta umana sull’ambiente, già grande, tende a crescere e persino ad accelerare. Nel 2005 gli scambi internazionali di beni materiali, per esempio, hanno raggiunto i 10 miliardi di tonnellate in peso: in crescita del 350% rispetto al 1970. L’impronta ecologica complessiva – il rapporto tra l’uso delle risorse da parte dell’uomo e la capacità della natura di rigenerarle – era del 70% nel 1969 e ora ha raggiunto il 140%. Ciò significa che alla fine di luglio l’uomo ha già speso tutto il reddito che la natura gli offre gratuitamente ogni anno e già agli inizi di agosto inizia ad attingere al conto “capitali della natura” che ha depositato nella banca ecologica del pianeta Terra.

In poche parole: la nostra economia è sempre più ecologicamente insostenibile. Il fatto è che lo sappiamo. L’uomo è l’unico attore ecologico che ha consapevolezza della portata delle sue azioni: che ne ha un’”enorme coscienza”. Tant’è che all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso un’intera costellazione di eventi induce alcuni economisti a uscire dai binari classici della loro disciplina – che considera i “capitali della natura” gratuiti, illimitati e facilmente accessibili, quindi fattori che non influenzano l’economia umana – a prestare finalmente attenzione all’«analisi ecologica dei processi economici». Se ne parla prima in un «Seminario su ambiente e sviluppo» che si tiene a Founex nel 1971 e, poi, alla «Conferenza sull’ambiente umano» di Stoccolma del 1972. Se ne parla in un libro pubblicato nel 1971, La legge dell’entropia e il processo economico, in cui un economista, Nicholas Georgescu-Roegen, cerca di mettere in evidenza la connessione tra i vincoli, fisici, della termodinamica, i flussi energetici attivati dall’uomo e la crescita economica. Se ne parla, infine, nel 1972, in un altro testo paradigmatico, I limiti dello sviluppo, frutto di un lavoro di ricerca commissionato ai coniugi Meadows dal Club di Roma di Aurelio Peccei. In quel libro i ricercatori del Massachusetts Institute of Technology di Boston avvertono gli economisti che esistono dei limiti fisici alla crescita economica, a causa, soprattutto, della depletion, del progressivo e irreversibile esaurimento di molte risorse naturali considerate gratuite dall’uomo e non contabilizzate in alcun rendiconto economico.

Insomma, in pochi mesi nasce una forte consapevolezza della interconnessione che esiste tra ambiente fisico ed economia umana. La svolta culturale è tale che molti fanno risalire proprio all’inizio degli anni ’70 del XX secolo la nascita di una nuova disciplina, l’economia ecologica, il cui fondamento è, per l’appunto, l’analisi ecologica dei processi economici e la ricerca di uno sviluppo ecologicamente sostenibile. Al fondo dell’analisi c’è la semplice presa d’atto che l’economia dell’uomo è cresciuta tanto da raggiungere il medesimo ordine di grandezza dell’economia della natura. E che, dunque, i “capitali della natura” non possono più essere considerati né infiniti, né gratuiti, né facilmente sostituibili. Se non si prende atto di questa condizione nuova, a risentirne non sarà solo l’economia della natura, ma anche (e soprattutto) l’economia umana. In particolare occorre prendere atto che l’attuale modello di sviluppo, fondato sulla crescita della produzione e dei consumi di beni materiali in un’economia di mercato, risulta sia ecologicamente sia socialmente insostenibile.

Passano anni prima che gli economisti classici prendano sul serio questo allarme. Nel frattempo gli studiosi dell’economia ecologica fanno in tempo a dividersi in almeno tre diverse scuole di pensiero, che indicano tre diverse vie per raggiungere lo sviluppo sostenibile.

La prima è quella che, nei fatti, continua a ritenere che «non c’è sviluppo possibile senza crescita». E che, di conseguenza, c’è un conflittualità latente tra sostenibilità ecologica e sostenibilità sociale. L’una può essere perseguita solo a scapito dell’altra. La insostenibilità sociale può essere recuperata solo attraverso un costante aumento dei beni materiali prodotti. Solo una maggiore ricchezza è compatibile con una migliore distribuzione della ricchezza. In questo quadro, i vincoli ambientali vanno certo tenuti in conto, ma sono subordinati alla priorità assoluta della crescita. Assicurato il benessere a tutti, la domanda di qualità ambientale si imporrà da sola.

Una seconda posizione (che è già minoritaria) non nega la necessità di diminuire subito, qui e ora, l’impatto umano sull’ambiente. Nega che ci sia bisogno di un cambiamento del modello di sviluppo. Molti economisti attenti ai problemi dell’ambiente propongono la «crescita compatibile». Sostengono, cioè, che la crescita nell’ambito di un’economia di mercato non può né deve essere fermata; può essere però resa compatibile con l’ambiente e la giustizia sociale. In particolare la compatibilità tra crescita economica e ambiente sarebbe resa possibile dalla diminuzione dell’intensità di materia e dell’intensità di energia: in un’economia di mercato avanzata, infatti, per produrre un dollaro di ricchezza occorre sempre meno materia e occorre sempre meno energia.

La terza posizione, più radicale o semplicemente più consapevole, sostiene la necessità inderogabile di cambiare il modello economico e propone, quindi, uno «sviluppo senza crescita». La diminuzione dell’intensità di materia e di energia infatti non è sufficiente a rendere ecologicamente sostenibile la crescita economica: perché l’aumento rapidissimo dei consumi sta determinando comunque un aumento della quantità di materia e di energia usati dall’uomo, ovvero un aumento dell’«impronta umana» sull’ambiente. Inoltre il modello fondato sul valore assoluto del mercato sta dimostrando di essere incapace di ridistribuire in modo equo la ricchezza e recuperare l’insostenibilità sociale della crescita. Insomma, se vogliamo perseguire la sostenibilità ecologica e sociale dell’economia dobbiamo abbattere il mito della crescita. E sostituirlo con un nuovi valori.

Pietro Greco

 

Pietro Greco, comunicatore di scienza e cultura, ma soprattutto grande amico di molti di noi.  A suo ricordo, un pensiero che racchiude il lascito che mi ha fatto

  • La realtà , molti modi di guardarla; quello che Pietro ha sempre fatto nella sua attività di comunicatore e scrittore: mai fermarsi alla prima impressione di quanto abbiamo sotto gli occhi ma approfondire, studiare, analizzare, spacchettare i contenuti, cercare quanto ci dicono per poi ritornare a guardare il tutto con maggiore conoscenza e consapevolezza.

questa è la seconda parte di un articolo che aveva scritto per darci consapevolezza dell’Antropocene, che amio avviso  racchiude tutta la sua abilità di scrittore e ricercatore del sapere per offrirci spunti di approfondimento, consapevolezza e soprattutto conoscenza.

 

 

 

 

 

 

Roberto Besana (1954), nasce a Monza, risiede a La Spezia. Un lungo passato da manager editoriale giunto sino alla Direzione Generale della De Agostini, coltiva la sua passione per la fotografia operando per lo sviluppo e realizzazione di progetti culturali attraverso mostre, convegni, pubblicazioni. Nella sua fotografia riverbera la sensibilità ai temi ambientali per i quali è attivo nella diffusione di conoscenza e rispetto. Le sue immagini sono principalmente “all’aria aperta”, dove lo portano i passi. Ambiente e paesaggio sono i suoi principali filoni di ricerca. I suoi lavori fotografici sono presenti in libri e quotidiani, siti web, riviste. Al suo all’attivo innumerevoli mostre personali e collettive. Dirige o collabora alla realizzazione di eventi e festival culturali. Membro del comitato scientifico del periodico culturale Globus, curatore editoriale della collana “Fotografia e Parola“ di Oltre Edizioni, ha una rubrica fissa sul periodico .eco e NOCSensei I suoi ultimi libri pubblicati - L’albero, dialoghi tra fotografo e scrittore, 2020 - Il Paesaggio, dialoghi tra fotografia e parola, 2021 - La Sfilata del Palio del Golfo, 2021 - L’acqua, dialoghi tra fotografia e parola, 2022

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