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Lo sguardo si sofferma su due immagini, per così dire montane: una collinetta vagamente alberata e una montagna piena di sé, ma spoglia.
Ma quella collinetta c’è sempre stata? No. Sembra una presenza recente. E, allora, come è nata? Che cosa c’è sotto?
È una bella domanda che ha parecchie risposte. Ma una sola è sicura: non è la naturache l’ha fatta, ma è una “creazione” umana e vi sono, vi possono essere, anche rifiuti. Cose che non servono più.
Ormai da tempo i Paesi nei quali le cose una volta usate vengono rapidamente ritenute inutilizzabili sono sempre di più. È quello che con uno slogan che invitava all’acquisto, fu definito “usa e getta”. Ma getta dove? Dove è un problema perché si sa sempre meno come smaltirle. Queste cose, che non solo la società dei consumi propria dei Paesi economicamente cresciuti produce in quantità, riguardano non solo piccole cose come una penna biro o un rasoio con lametta, ma anche prodotti di grandi dimensioni come elettrodomestici o perfino automobili, che una volta inutilizzabili (o ritenuti tali) vanno “rottamati”. Allora? Queste “cose” che la legge obbligherebbe a smaltire secondo princìpi ben precisi dividendoli per categoria (umidi, solidi, carta, vetro, plastiche, metalli…) perchè non cumularle e poi coprirle con un po’ di terra? Senza sapere che cosa può succedere? Specialmente quando si tratta di rifiuti “speciali” perchè tossici e nocivi? E così si costruisce una nuova geografia: un grande invaso qua, una collinetta là.
Questo, però, non dovunque. Per esempio non in Olanda. Dove magari a scavare in profondità per buttarvi rifiuti c’è il rischio di trovare il mare… Non in Olanda, a Rotterdam, dove nel 2014 è stato avviato e realizzato un progetto, per recuperare i rifiuti plastici presenti nel fiume cittadino e trasformarli in un grande parco galleggiante. Il fiume è il Nieuwe Maas che è uno fra i più importanti fiumi europei nel quale si sono accumulati quintali di rifiuti plastici che inevitabilmente finiscono nel Mare del Nord. Per bloccare questa tendenza si è pensato di trasformare la spazzatura in una risorsa utile costruendo parchi galleggianti: piattaforme esagonali collegabili tra loro in grado di ospitare piante, animali acquatici e panchine a disposizione degli abitanti.
© Roberto Besana
Un’altra foto “illustra” una montagna. Non importa quale è e dove si trova. Perché una cosa è certa: non l’ha fatta l’uomo, ma la natura. L’uomo però può essere intervenuto (spesso lo fa e lo ha fatto) modificandone le forme e soprattutto il suo ruolo. Per esempio diboscandola e indebolendone le difese. Allora? Mettiamo sotto un bell’avviso avvertendo il pericolo di frana.
Se l’avessero messo sul monte Toc, prima di costruire la diga del Vajont sapendoquello che poteva accadere, forse quella tragedia del 9 ottobre del 1963 non ci sarebbe stata con il terribile costo di vite umane e la distruzione di interi paesi: Erto, Casso e Longarone.
Non vi sarebbe stata quella tragedia non perché con la presenza di quell’avviso come quello qui nella foto, ci si sarebbe scostati in tempo. No, certo. Ma perchè la consapevolezza di quello che sarebbe potuto accadere, tanto da avvertire i cittadini, avrebbe potuto e dovuto sconsigliare fortemente quella costruzione in quel luogo sotto quella montagna.
Sconsigliare. Molte cose la storia sconsiglierebbe di fare se solo si desse l’attenzione che merita al ricordo di eventi del passato anche recentissimo. Non è così e proprio le montagne sono tra le vittime maggiormente colpite da questo disinteresse degli insegnamenti della storia magistra vitae. Il che oltre che colpevole è anche stupido in un Paese come l’Italia che è attraversato in tutta la lunghezza dalla montagna (l’Appennino) e che da altre montagne (le Alpi) ha le spalle “guardate”. Ebbene in un Paese con questa geografia fisica e sostanzialmente con due sole grandi pianure (la ricca padana e la sitibonda pianura foggiana “tavoliere”) tutto il grosso degli insediamenti demografici e produttivi si è concentrato lungo il pianeggiante litorale costiero. Niente da dire se non ci si lamentasse della fragilità di questo litorale e delle alluvioni che si registrano con maggiore frequenza da quando il mutamento climatico ha accelerato gli eventi estremi. Ciò ignorando che la prima difesa della pianura avviene in montagna e che se le montagne vengono spogliate del verde arboreo e abbandonate dall’esodo prima a risentirne è la pianura costiera.
Ugo Leone










