Dei tuoi lavori Roberto, tra le tante inquadrature così puntuali, sono queste quattro ad aver invitato la mia attenzione per la sottile affinità alla quale sottendono, per il mio leggerle. Quindi le investo con un unico titolo:
“inquadrature dell’anima”.
Pure queste sono calibrate con il bisturi dell’occhio che nulla concede ad un’eventuale svista dovuta al viaggio di una chiocciola, ma l’anima va oltre, l’anima cerca una via, un orizzonte verso il quale proiettarsi.
Succede però nel palcoscenico – in realtà in tutte queste quattro fotografie lo sono di un’anima attenta – accade che l’orizzonte, via per antonomasia, sia sbarrato.
E’ l’andare oltre sbarrato la ragione profonda di questa scelta?
Posso toccare con un dito i pali delle porte di un campo da gioco, ma le possenti montagne chiudono già un primo obiettivo che potrei raggiungere.

Così mi è impedito il procedere.
Uno sperone roccioso mi porta al limite estremo, sul baratro celato da nebbie fitte: un muro ovattato, denso, mi preclude la possibilità di vedere, di conoscere, di andare. Mi devo fermare?

La terza inquadratura, nella sua silenziosa staticità, è la più drammatica. Vere e proprie barriere materiche, che si differenziano per le necessità/costrizioni, respingono qualsiasi idealizzazione di un orizzonte da perseguire.

Il dramma sta nell’inamovibilità orizzontale… tranne…
Tranne nella quarta e ultima inquadratura risolta in una suddivisa campitura assai povera di elementi, ma sufficiente per un racconto di vita. E’ quasi un ritorno, una fuga all’indietro, il tornare da dove (chi ?) era partito verso un orizzonte che qui non c’è se non verso un possibile conosciuto dentro nel quale ci si può rifugiare, ci si può ritrovare senza la necessità di cercare (cosa ?) oltre gli spazi altrimenti vissuti, oltre le cime summit di altri mondi, oltre le distinzioni e le barriere del potere. Rimane quasi un intruso, la presenza del drappo. E’ un segnale ? E’ un altro racconto di una vita dimenticata per intraprendere quel desiderato viaggio verso un nuovo orizzonte?

Lo voglio leggere pensando com’era forse: un drappo intensamente colorato, un drappo segnale in questa intrusione di campiture senza forme umanizzanti, ma umanizzate dal raccontare, come invito per chi ancora non ha abbandonato la/le chiusure, per avviarsi altresì verso un mondo in movimento, una possibilità che le nuvole – la loro presenza nelle tre fotografie precedenti, non può che essere spazio in movimento – siano un segno
Giovanna Zorzenon










