“Antropocene” con Pietro Greco

 

Oggi, tre anni addietro, veniva a mancare nella sua Ischia, Pietro Greco, comunicatore di scienza e cultura, ma soprattutto grande amico di molti di noi. La fotografia che posto racchiude tutta la tristezza che si prova oggi, un grande MAESTRO che non è più con noi.  A suo ricordo, un pensiero che racchiude il lascito che mi ha fatto

  • La realtà , molti modi di guardarla; quello che Pietro ha sempre fatto nella sua attività di comunicatore e scrittore: mai fermarsi alla prima impressione di quanto abbiamo sotto gli occhi ma approfondire, studiare, analizzare, spacchettare i contenuti, cercare quanto ci dicono per poi ritornare a guardare il tutto con maggiore conoscenza e consapevolezza.

e la prima parte di un articolo che aveva scritto per darci consapevolezza dell’Antropocene, che racchiude tutta la sua abilità di scrittore e ricercatore nel sapere per offrirci spunti di approfondimento, consapevolezza e soprattutto conoscenza.

 

L’uomo attore ecologico globale

L’antropocene.

 

È stato il biologo americano Eugene Filmore Stoermer il primo a proporlo, negli anni ’80 del secolo scorso. Ma è stato il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, nell’anno 2000, a rilanciare il termine “antropocene”, per indicare una nuova era geologica del pianeta Terra segnata dalla presenza dell’uomo.

Il termine ha poi avuto fortuna. È stato adottato dai mass media. E ormai lo usano anche molti ricercatori, non solo in opere di divulgazione ma anche in articoli tecnici, pubblicati su riviste con peer review.

Ma il termine “antropocene” ha una qualche reale valenza scientifica? Davvero il pianeta mostra evidenze geofisiche, geochimiche e biologiche così significative della presenza della specie Homo sapiens sulla sua superficie, soprattutto negli ultimi duecento anni (gli anni della rivoluzione industriale), da caratterizzare una nuova epoca geologica?

A questa domanda – dalle implicazioni profonde – hanno cercato di rispondere i membri di un gruppo di lavoro, la Subcommission on Quaternary Stratigraphy, dell’International Union of Geological Sciences. Tutti concordano nel ritenere che gli elementi che provano l’esistenza di una massiccia impronta umana sull’ambiente ci sono, sono tanti, di diversa e indipendente natura, e sono tali da segnare una soluzione di continuità nell’Olocene: la “dolce” era geologica post-glaciale iniziata circa 12.000 anni fa. Tutti concordano, in altri termini, sul fatto che l’uomo è diventato il principale fattore di cambiamento dell’ambiente in cui vive, la biosfera.

Su Nature, una rivista scientifica tra le più prestigiose al mondo, si è fatto interprete di questa posizione Jan Zalasiewicz, un esperto di stratigrafia dell’Università di Leicester (Gran Bretagna), indicando i principali “segni” dell’antropocene.

  1. Oltre la metà delle terre emerse libere da ghiacci è utilizzata dall’uomo: sia attraverso il processo di urbanizzazione sia attraverso la progressiva estensione delle terre coltivate.
  2. La concentrazione crescente di anidride carbonica in atmosfera porterà, entro la fine del secolo, a un aumento dell’acidità degli oceani compreso tra 0,3 e 0,4 unità di pH (na misura, appunto, dell’acidità). Il che determinerà la dissoluzione delle conchiglie di molti specie marine con effetti che si protrarranno per almeno un millennio. Una condizione simile si è avuto solo durante il Massimo Termico del Paleocene-Eocene 55 milioni di anni fa, quando la temperatura media del pianeta aumento di 6 °C in circa 20.000 anni.
  3. Entro la fine di questo secolo potremmo trovarci proprio in quelle condizioni: la gran parte degli scenari di previsione dei cambiamenti climatici sostiene che l’aumento della temperatura media alla superficie del pianeta potrebbe essere di quell’ampiezza.
  4. Il 20% delle specie viventi su larghe aree è invasiva. Vengono chiamate “specie aliene”, proprio perché vi sono giunte di recente da altre aree. E questa è una condizione nuova, rispetto al passato.
  5. Se la liste delle specie considerate a grave rischio di sparizione si trasformerà in una lista delle specie scomparse, ci troveremmo nel pieno di una nuova estinzione di massa: la sesta negli ultimi 600 milioni di anni.

Poiché tutto questo è causato dall’uomo, sostiene Zalasiewicz, è giusto definire “antropocene” l’era geologica in cui viviamo.

Vi sono alcuni scettici, tuttavia, che oppongono almeno due argomenti molto importanti. Primo di tutto questo nelle rocce e negli strati geologici non c’è traccia. In altri termini i cambiamenti, quando ci sono davvero, sono troppo recenti per poter trarre conclusioni. Inoltre la gran parte dei cambiamenti sono previsioni, non fatti attuali. Insomma, potremmo entrare nell’era dell’antropocene. Ma non abbiamo prove scientifiche sufficienti per dire che in questa nuova era segnata dall’uomo siamo già entrati.

Ma negli ultimi anni la proposta di Eugene Filmore Stoermer rilanciata da Paul Crutzen sta convincendo una quantità crescente e ormai largamente maggioritaria di donne e uomini di scienza. Oggi in discussione non è più “se” viviamo nell’antropocene, ma “quando” è iniziata la nuova era geologica segnata dalla presenza umana.

Quando l’uomo è diventato un “attore ecologico globale”? Anzi, il “maggior attore ecologico globale”?

Vi è una scuola di pensiero che individua l’inizio dell’antropocene in un periodo compreso 8.000 e 10.000 anni fa, quando l’uomo ha smesso di sostenersi con la raccolta e la caccia, come tutti gli altri animali, è ha inaugurato la stagione dell’agricoltura e dell’allevamento.

E, in effetti, un’intelligenza aliena che avesse osservato il pianeta 12.000 anni fa e poi 2.000 anni fa, avrebbe notato differenze macroscopiche. Enormi estensioni di foreste abbattute e trasformate in campi arati; incendi e fumi inusuali; luoghi (le città) a elevato tasso di elementi che avrebbe tranquillamente definito inquinanti.

Una seconda scuola di pensiero fa iniziare l’antropocene in epoche molto più recenti, all’inizio dell’Ottocento e della prima rivoluzione industriale, quando l’uomo ha iniziato ad alterare la composizione chimica dell’atmosfera e a proporsi come il maggior fattore di perturbazione del clima. Alcuni invece ritengono che l’antropocene è iniziato solo dopo Hiroshima e Nagasaki, quando l’uomo ha immesso una serie di elementi (radioattivi e non) finora sconosciuti alla biosfera.

Lasciamo che siano gli scienziati a sbrogliare l’intricata faccenda. Per ora osserviamo che tra l’uomo “attore ecologico globale” di 10.000 anni fa e l’ uomo “attore ecologico globale” c’è una differenza. Anzi, una differenza decisiva.

I primi allevatori e agricoltori erano un fattore di forte perturbazione dell’ambiente, anche a scala globale. Ma non lo sapevano. Potevano rendersi conto che stavano modificando l’ambiente tra il Tigri e l’Eufrate, lungo il Nilo o nell’Attica. Ma non avevano idea che la loro azione poteva avere un impatto sull’intera biosfera. Biosfera di cui non avevano, peraltro, cognizione alcuna. Agivano anche globalmente, ma pensavano necessariamente localmente.

Oggi l’uomo non è solo un attore ecologico globale. Sa di esserlo. È il primo fattore di cambiamento nella storia della biosfera ad avere coscienza di essere. Il che lo pone in una condizione assolutamente inedita. Può agire per evitare gli scenari di cambiamento peggiori. Può costruire un futuro ecologico desiderabile.

Se l’antropocene è già iniziato, la sua causa scatenante, Homo sapiens, ha la possibilità – come nei vecchi film sui viaggi nel tempo – di riavvolgere, almeno in parte, il film della storia, ritornare indietro e intraprendere un altro cammino. E questo è qualcosa che non è mai avvenuto in passato. Abbiamo tra le mani una grande opportunità. E, anche, una grande responsabilità.

[parte prima]

 

 

 

 

 

 

 

Roberto Besana (1954), nasce a Monza, risiede a La Spezia. Un lungo passato da manager editoriale giunto sino alla Direzione Generale della De Agostini, coltiva la sua passione per la fotografia operando per lo sviluppo e realizzazione di progetti culturali attraverso mostre, convegni, pubblicazioni. Nella sua fotografia riverbera la sensibilità ai temi ambientali per i quali è attivo nella diffusione di conoscenza e rispetto. Le sue immagini sono principalmente “all’aria aperta”, dove lo portano i passi. Ambiente e paesaggio sono i suoi principali filoni di ricerca. I suoi lavori fotografici sono presenti in libri e quotidiani, siti web, riviste. Al suo all’attivo innumerevoli mostre personali e collettive. Dirige o collabora alla realizzazione di eventi e festival culturali. Membro del comitato scientifico del periodico culturale Globus, curatore editoriale della collana “Fotografia e Parola“ di Oltre Edizioni, ha una rubrica fissa sul periodico .eco e NOCSensei I suoi ultimi libri pubblicati - L’albero, dialoghi tra fotografo e scrittore, 2020 - Il Paesaggio, dialoghi tra fotografia e parola, 2021 - La Sfilata del Palio del Golfo, 2021 - L’acqua, dialoghi tra fotografia e parola, 2022

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