© Roberto Besana
Alberi spogli
un fiume assopito
sotto la bruma
Diagonali convergenti in un punto, diagonali reali e illusorie di nebbie novembrine, di rami addormentati bramanti luce tesi verso un sole che forse non c’è più, di argini madidi, di acque lentissime e inarrestabili. Diagonali convergenti in un punto di fuga concreto e ideale; c’è, è laggiù, dove finisce il visibile, un punto, certo, ma non solo, è anche una voglia di fuga.
Il punto di fuga è l’elemento basilare della prospettiva figurativa – la tecnica riscoperta da Giotto agli inizi del 1300 nei Coretti della Cappella degli Scrovegni; riscoperta perché già i greci, soprattutto nelle scenografie teatrali, e poi dimenticati artigiani romani realizzarono perfette fughe prospettiche che non lasciano alcun dubbio sulla padronanza dei principi teorici che ne sono alla base –, ma lo è anche in senso figurato: per avere una prospettiva di possibili sviluppi futuri, di eventi non ancorapalesati, occorre lasciarsi una porta aperta, è quindi essenziale avere un punto di fuga.
Un punto, sì, una cosina da nulla (con le sue innumerevoli accezioni), ma potrebbe anche essere “la”via di fuga.
Cosa c’è laggiù, oltre il visibile?
Lasciandoci condurre dal lento scorrere dell’acqua o camminando sul ciglio, magari contando e carezzando tutti quegli esili eleganti alberi, a cosa arriveremo?
C’è il nulla laggiù, nascosto in quel biancore? Una sorta di inferno silente e vuoto più terribile di quello di cui ci parla Matteo “ove sarà pianto e stridor di denti”? È il Nulla il luogo verso il quale siamo diretti, quello che ci siamo conquistato con il nostro sconsiderato agire? Gli auspici propendono per il sì, e se così sarà ce lo saremo meritato. Troppi segnali continuano ad avvisarci, troppi segnali rimangono inascoltati. Stupidi ciechi guidati da falsi maledetti ciechi…
O forse laggiù dove tutto è sfumato c’è bellezza e canto, poesia e cieli a volte azzurri a volte delle cento eleganti tonalità del grigio. Laggiù, dove tutto è tenue, c’è semplicemente la vita?
Solo avviandoci lo sapremo, l’immobilità è già l’inferno.
Beppe Mecconi











