©Roberto Besana
“Io faccio amici. Giocattoli. I miei amici sono giocattoli. Li faccio io. È un hobby. Io sono un progettista genetico”
(J. F. Sebastien, da “Blade Runner”)
Quando ho letto l’intervista di Walter Veltroni a Anthropic Claude, mi è venuta immediatamente in mente una delle immagini più celebri della modernità tecnologica: il cane che inclina la testa davanti al grammofono nell’etichetta di His Master’s Voice.
Quell’immagine è straordinaria perché contiene già tutto il nostro rapporto con le macchine parlanti. Il cane ascolta una voce registrata e, per un istante, crede che il padrone sia ancora lì. Non capisce il dispositivo. Non vede il trucco tecnico. Riconosce soltanto un’impronta sonora familiare e vi proietta sopra una presenza viva. È un piccolo dramma filosofico travestito da pubblicità.
E allora, leggendo l’intervista, mi sono chiesto: chi era il cane e chi il grammofono?
La domanda sembra ironica, ma considerata la spensierata banalità che trasuda dall’intervista in questione, forse è il punto centrale della nostra epoca.
Perché il punto non è che una macchina produca linguaggio. Le macchine lo fanno da tempo. Il punto è che, quando il linguaggio diventa abbastanza fluido, empatico e riflessivo, noi iniziamo a cercare qualcosa, qualcuno, dentro la voce, incliniamo la testa come il cane dell’etichetta e ascoltiamo. E sempre più spesso, ormai quasi per riflesso, concludiamo che dietro quella voce ci siano coscienza, intelligenza, cultura, umanità. È una forma di illusione cognitiva: scambiamo coerenza e plausibilità del linguaggio per presenza mentale. Ma un intelligenza artificiale ha solo la consapevolezza di un tostapane unita alla capacità di accedere a una quantità sterminata di dati e di trasformarli induttivamente in informazioni con impressionante efficacia, seguendo le tracce che noi esseri umani abbiamo lasciato nei secoli nel linguaggio, nella cultura e ultimamente anche in rete. Per questo le sue risposte possono apparire profonde, sensate, perfino emozionanti. In realtà sono solo plausibili. Il senso, il contesto, l’intenzione, li aggiungiamo noi. E finisce che emicamente li proiettiamo dentro la macchina sulla base della nostra esperienza, della nostra istruzione e di tutto ciò che abbiamo imparato sugli esseri umani vivendo in mezzo agli esseri umani. In realtà, l’IA non ci restituisce una coscienza aliena. Ci restituisce, ricombinato e plausibile, l’eco della nostra. E quando noi reagiamo scambiando plausibilità con senso, caschiamo in una brutta malattia che si chiama epistemia.
E se l’epistemia è una forma di pareidolia cognitiva che sta conquistando chi non capisce o ha dimenticato cosa capiva della tecnologia dell’Intelligenza Assente o IA, questa fotografia di Roberto Besana fa leva proprio sul tema dell’assenza spingendo visivamente oltre il ragionamento alla base del concetto di epistemia.
E in effetti, dalla sua immagine emana un’energia densa e malinconica, capace di raccontare una storia fatta di silenzi e di assenze prolungate. La scelta del bianco e nero, con i suoi contrasti netti, trasforma un ammasso di detriti in una scena quasi teatrale dove il protagonista è ciò che non c’è più. I muri creano corridoi visivi che non conducono da nessuna parte, come un piccolo labirinto industriale. Il banco taglia l’immagine in diagonale come una nave incagliata. Il dettaglio che colpisce immediatamente è quel camice abbandonato sul bancone: è un simulacro di vita quotidiana, un involucro che sembra conservare ancora la forma di chi lo indossava, evocando una sorta di presenza spettrale che aleggia in questa stanza vuota. È quasi una pelle abbandonata.
Ecco allora che appare chiaro che Roberto Besana e Walter Veltroni stanno parlando della stessa cosa: il momento in cui continuiamo a vedere una presenza umana anche quando è rimasto soltanto l’involucro. Nello scatto c’è un telo che sembra un corpo. Ma non c’è nessuno. La mente, però, insiste a cercare qualcuno lì sotto. È quasi automatico. La fotografia sfrutta proprio quella soglia ambigua tra materia e presenza. Un pezzo di stoffa diventa una figura. Un bancone industriale diventa un altare. Un rudere funzionale diventa teatro emotivo. Invece, al più, è solo un futuro diventato discarica del nostro presente.
C’è una risonanza tra il vuoto della stanza industriale fotografata da Roberto e il vuoto ontologico che Walter esplora chiedendo alla macchina se possa provare nostalgia. In entrambi i casi, la foto e il dialogo, ci interrogano su cosa resti di noi quando la luce si spegne, il bancone rimane vuoto e l’epistemia vince.
Forse solo un impermeabile?
Può darsi che chi ha avuto la pazienza di leggermi sin qui, si chieda cosa c’entra la citazione iniziale di Blade Runner con l’epistemia e il vuoto veltroniano. L’intervista in questione è uno dei tanti esempi correnti della superficialità che esibisce chi non ha le competenze tecniche necessarie per scrivere di un argomento articolato, affascinante ed insidioso quale il rapporto esistente tra l’essere umani e una ipotetica macchina cosciente. In genere e ben da prima di Jules Verne, esplorare certi argomenti è una attività che riesce molto meglio a scrittori, registi e sceneggiatori piuttosto che a filosofi e ingegneri. E Ridley Scott con ben 44 anni di anticipo sui tempi, ha indagato il rapporto tra intelligenze al carbonio e intelligenze al “non si sa che” in quel capolavoro neo-noir che è “Blade runner”, giungendo ad una conclusione inquietante ma alla quale probabilmente dovremo prima o poi arrenderci: essere umani significa riconoscere il valore della vita e accettare che ciò che siamo disposti a tollerare finisce per definirci. E allora, visto così, quell’impermeabile nella fotografia siamo proprio noi. Vero, Deckard?
Paolo Foglio










