Avviene in ogni campo ormai. Una nuova scoperta scientifica? Un ritrovamento archeologico epocale? Un reportage fotografico destinato a farci scoprire finalmente tutta la verità? Un film destinato a cambiare per sempre la storia mondiale del cinema? Una nuova canzone di un famosissimo rapper? La prima cosa che viene fatta è darne annuncio su un social, creare l’attesa.

Questione di marketing, come se tutto fosse solo un prodotto destinato alla vendita, del quale è opportuno che si inizi a parlare prima che venga lanciato sul mercato. Il “purché se ne parli” è fondamentale. Così è per l’ultima canzone di Fedez, sta già creando dibattiti, scalpore!

Cos’è un progetto? All’argomento ho dedicato un articolo alcuni anni or sono. Sui social appare non di rado come una dichiarazione di intenti che non arriveranno per lo più ad essere fatto tangibile, in una mostra, un libro, o almeno visibile, anche se solo su un social.

Ricordo che in tempi di chiusura da Covid uno fece un post annunciando pubblicamente che sarebbe uscito per fare un reportage su Roma deserta, nonostante fosse proibito. Si appellava con veemenza al dovere di cronaca, che non può essere limitato da proibizioni. Ovviamente era un free-lance, non aveva alcun commitment, nessun contratto di servizio, con definizione dei termini, di pagamento, di utilizzo delle immagini. Fu abbondante mente cazziato tipo “eh ma allora tutti possono fare tutto! Che differenza c’è tra te e me, anche io vorrei uscire a fotografare Roma deserta, e pubblicarle su Facebook, se è proibito è proibito!”  Comunque sparì, non se ne seppe più nulla. Altri sono più blandi, pubblicano su Facebbok una esposizione fotografica di “ferri e vetri” compresa penna stilo e una fida Moleskine, piccolo formato tipo taccuino di viaggio da grande esploratore, anche di questi in genere poi non si sa più nulla.

 

© Sossio Mormile

 

Deliziosi sono gli analogisti convinti che oltre alla fotocamera (deve essere o una minimalista Leica a telemetro o un banco ottico), espongono quintalate di pellicole appena estratte dal frigo, che nemmeno in un fornitissimo negozio on-line ne hanno tante in vendita. Sono in partenza per mete bizzarre, tipo la steppa pontico-caspica, dove documenteranno come vivono le popolazioni nomadi tatare, oppure raggiungeranno una qualche famiglia di Kazaki che, si sa, deve pur esserci, tutto sta trovarla. Altri ancora dichiarano che faranno e pubblicheranno uno scatto al giorno della pianura padana, però  solo durante l’autunno/inverno quando la nebbia è così fitta che nelle foto, abbondantemente sovraesposte, non si vede un tubo.

Sono tipici atteggiamenti da social, apparire per essere, li conosciamo tutti benissimo. Del resto è quasi normale sia così, non avendo nessun ingaggio spesso ci si deve arrangiare con un self-commitment esplicito e una bozza di progetto. Penso a tempi ormai lontani nei quali partivo per fare un servizio, partivo e viaggiavo solo soletto, perché era assolutamente normale. Ricordo un viaggio a Matera, treno più pullman stridente e vibrante, notte in alberghetto. Il giorno dopo 8km di bus malconcio per arrivare finalmente a La Martella e constatare che la chiesa realizzata da Ludovico Quaroni, che dovevo fotografare per una rivista, era semidistrutta causa terremoto. Telefono in redazione, spiego, mi dicono di tornare, in alternativa dovrò fotografare il nuovo tiburtino, sempre di Quaroni, ma a Roma. Ok bene così. Per la cronaca la rivista era Modo chiuse nel 2006, malauguratamente subito dopo aver pubblicato il mio servizio che di conseguenza non venne pagato. Incerti del mestiere. Commitment o meno, alla fin fine quello che conta è la valenza di un progetto.

Se su commissione l’unica cosa importante era che il fotografico fosse in buona sintonia con la linea editoriale della rivista che conosceva bene il proprio target di lettori. Se non c’è alcun committente, autoproducendosi, si brancola nella nebbia, si cercano certezze, prima in un editor, poi magari in un lettore di portfolio. Infine, se tutto va bene, si stampa e espone il progetto da un corniciaio, nel bistrot di amici che è tanto carino e ci fanno degli spritz con stuzzichini ottimi, o nel circuito off di un festival.

 

© Sossio Mormile

 

Tutti ricordano il dialogo tra Berengo Gardin e Ugo Mulas a proposito della dicotomia bello/ buono in fotografia Il vero problema non è la distinzione tra fotografia bella e fotografia buona, il problema è l’osservatore, l’ambito socioculturale in cui un progetto  realizzato circolerà. Non esiste bello e buono in assoluto. Così i ritratti realizzati in un interessante progetto dall’amico Sossio Mormile, per quanto ottimamente realizzati, possono apparire di scarso interesse generale, visti qui sul monitor, intervallati dal testo dell’articolo. Nulla di nuovo, in effetti è difficilissimo fare qualcosa di nuovo in fotografia. Perché qui sono avulsi dal fruitore principale e soggetto al quale erano destinati i ritratti.

È facile ammirare gli scatti realizzati da Richard  Avedon a Marilyn Monroe. Lei è riconoscibilissima, è proprio lei e il famoso fotografo ne ha colto l’anima. Cosa ci dice, cosa ci comunica veramente il ritratto di Sandra Bennett a 12 anni (Rocky Ford, Colorado, 23 agosto 1980)? Non lo avesse scattato Avedon ma un qualsiasi fotografo ignoto potremmo anche criticare che le mani siano tagliate, fuori dall’inquadratura. Quella fotografia può essere percepita diversamente, acquista importanza, facendo  parte di un ampio progetto, “In The American West”. Ritratti dalla realizzazione tecnica unificante, un telo bianco che fa da sfondo, niente altro. L’insieme delle foto ci proietta in uno spazio/ tempo, in un ambiente lontano e remoto.

 

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È  quello che ha fatto l’amico Sossio andando a fotografare una piccola comunità in una isoletta greca. I ritratti che ha realizzato non sono dedicati a noi, sono stati regalati alla comunità di Ammouliani. Sono fotografie belle e buone, hanno creato un ponte di sensibilità tra l’autore, i soggetti ritratti e i fruitori, gli osservatori nella piccola comunità. Trovo che sia uno splendido modo di portare avanti un progetto, ricco di soddisfazioni personali che vanno ben oltre alla riconoscibilità dell’autore. Nessuno di noi è Avedon, ma non importa. Il quando, come, dove, perché stanno lì, nel rapporto che ha saputo creare Sossio con la comunità locale. Un caloroso abbraccio, nonostante le barriere linguistiche, la fotografia ha fatto da trait d’union, da ponte.

L’amico fotografo me ne ha parlato solo recentemente, a lavoro terminato  e fotografie esposte, catalogo pubblicato. Prima di realizzare tutto ciò non ha sbandierato su Facebook i suoi intenti, meglio fare direttamente che raccontare che si farà e poi non fare nulla. Quindi, per approfondire gli cedo la parola….

 

© Sossio Mormile

 

Il ritratto di Ammouliani: memoria, comunità e sguardi che uniscono

A settembre del 2023, grazie all’amico Claudio Carbone, storico presidente dell’Associazione Fotografica Colori Mediterranei di Salerno, ho avuto l’opportunità di fotografare la processione dedicata alla festa dei pescatori sull’isola di Ammouliani, in Grecia. Sin dai primi momenti, mi ha colpito il senso profondo di umanità che aleggiava tra le strade silenziose, nei volti, nei gesti. Era come se la bellezza di questo piccolo lembo di terra dell’Egeo si esprimesse più nelle persone che nei panorami. Una bellezza quieta, discreta, ma autentica. Mediterranea.

Durante i preparativi della festa, ho percepito con chiarezza la forza di una comunità coesa, orgogliosa della propria identità. Ognuno contribuiva, in silenzio e con dedizione, affinché la festa fosse un momento pienamente condiviso da tutti. La mattina seguente, mentre facevo colazione con Claudio, un’idea ha preso forma nella mia mente: realizzare una serie di ritratti agli anziani dell’isola.

 

© Sossio Mormile

 

Pur non essendo un genere che pratico abitualmente, in quel contesto il ritratto avrebbe assunto un significato del tutto nuovo: fermare nel tempo una storia viva, una memoria collettiva in cammino. Per la prima volta, le emozioni che solitamente cerco negli oggetti legati alla storia si sarebbero rivelate direttamente negli sguardi, nelle rughe scavate dal sole, nei sorrisi di chi vive la propria esistenza circondato dal mare. Ogni fotogramma avrebbe racchiuso e raccontato un passato, un’identità, un’appartenenza.

Proposi l’idea a Claudio, la accolse con entusiasmo e la condivise subito con Nikitas Martigakis, presidente della Pro Loco dell’isola. Anche lui ne fu subito conquistato. Così decidemmo di organizzare le riprese nel settembre dell’anno seguente, durante la successiva edizione della festa, in parallelo alla mostra fotografica dedicata alla processione.

 

© Sossio Mormile

 

Quando, nel settembre 2024, tornai sull’isola per allestire la mostra, portai con me soltanto l’essenziale: la fotocamera, un telo nero da usare come sfondo e il desiderio di ascoltare, attraverso lo sguardo, il racconto di tante esperienze di vita.

Domenica 15, all’esterno del museo storico dell’isola, sistemai il telo e attesi. L’idea iniziale si ampliò. I primi abitanti, non solo anziani, si presentarono con timidezza, ma lentamente l’atmosfera si sciolse. Nonostante il muro dovuto alla lingua, cominciarono a nascere dei ponti silenziosi: i volti parlavano chiaro, si offrivano alla fotocamera con fiducia e dignità. In tanti mi ringraziavano con un “Sas efcharistó” altri con un sorriso, accompagnato ad una pacca sulla spalla, altri con un semplice “Thank you”.

A metà mattinata, un’automobile arrivò nella piazzetta. Ne scese un uomo anziano, elegantissimo, in un completo beige con cappello di lino e bastone. Scoprii poi che era il più anziano dell’isola. Dopo essersi fatto fotografare, mi chiese da dove venissi. “Italia, Napoli” risposi. Mi guardò, sorrise, e posando la sua mano sulla mia spalla disse: We are brothers.

 

 

Quelle parole, semplici e potenti, ancora oggi mi fanno salire un nodo alla gola. Sono diventate il senso stesso di questo lavoro.  In quel momento ho compreso che non stavo semplicemente realizzando dei ritratti, ma partecipando a un rito di fratellanza. Condividevamo una terra madre: il Mediterraneo.

Ammouliani è un fazzoletto di terra bagnato dal Mar Egeo, poco distante dal Monte Athos, e la sua gente vive immersa in una religiosità naturale, in una quotidianità essenziale e solidale. Da questo progetto è nata una mostra fotografica e un volume fotografico (il catalogo della mostra) con i quali ho voluto rendere omaggio al legame che oggi sento vivo con quest’isola e i suoi abitanti. Siamo Mediterranei. Siamo brothers.

Per cogliere al meglio l’anima dei soggetti, ho scelto la semplicità: uno sfondo nero, luce naturale, tre scatti al massimo per ciascun ritratto. Inoltre ho deciso di realizzare tutti gli scatti in bianco e nero per due ragioni che sento profondamente. La prima è personale: è la dimensione in cui mi riconosco, la mia cifra stilistica, quella in cui sento di poter esprimere al meglio la mia visione. La seconda è legata al linguaggio stesso dell’immagine: il colore, pur nella sua bellezza, racconta troppo, troppo in fretta. È descrittivo, esplicito, restituisce la realtà così com’è.

 

 

Il bianco e nero, invece, nasconde per rivelare. Non dice tutto, ma suggerisce. Lascia spazio all’immaginazione, al silenzio, all’ambiguità. E’ nel bianco e nero che l’immagine si fa più interiore, evocativa, capace di attivare lo sguardo e la sensibilità di chi osserva. In assenza del colore, l’occhio è invitato a indugiare, a leggere tra le pieghe della luce e dell’ombra, ad ascoltare con più attenzione ciò che l’immagine sussurra. Volevo che ogni volto emergesse senza distrazioni, che ciascuno potesse mostrarsi per quello che è. Penso fermamente che chi si è lasciato fotografare abbia voluto affermare, con lo sguardo e con la propria presenza, che esiste, che è esistito.

Riprendendo le parole di Saramago: “la natura umana ha un’anima tanto più grande quando è condivisa; la vita comunitaria si accende nella partecipazione; e scegliere di metterci la faccia è il gesto più vero per dire che esistiamo. Il risultato di tutto questo è una lunga sequenza di immagini in bianco e nero: un viaggio visivo, un film silenzioso che fissa nel presente la bellezza dell’umanità. La stessa umanità che, troppo spesso, dimentica la propria forza. Quella forza che la rende invincibile”.

 

 

Alla fine del progetto mi sono reso conto che con un semplice clic, insieme ai miei soggetti ho compito un viaggio tra tempo e memoria. Ho realizzato il ritratto di una comunità, Il ritratto di Ammouliani. Il 12 settembre scorso è stata inaugurata sull’isola di Ammouliani la mostra fotografica accompagnata dalla presentazione del volume che raccoglie tutti gli scatti esposti.

Circa ottanta fotografie disposte l’una accanto all’altra, in sequenza continua, come a comporre un’unica lunga stampa con una scelta compositiva particolare: tutti i ritratti sono stati collocati in modo che gli occhi dei soggetti si trovassero sulla stessa linea orizzontale, a disegnare un filo invisibile che li lega l’uno all’altro. Nessuna cornice intorno alle stampe, avrebbe interrotto il flusso.

 

 

Questa scelta si è trasformata in un simbolo potente: gli sguardi, messi sullo stesso livello, raccontano l’unità di una comunità che, cento anni fa, ha ricominciato a vivere insieme sull’isola. Un significato che assume ancora più forza se si pensa che proprio quest’anno ricorre il centenario della nascita della comunità di Ammoulianì. La storia di Ammouliani è infatti segnata da eventi intensi.

Fino ai primi decenni del ’900 era una dipendenza agricola del Monastero di Vatopedi sul Monte Athos, abitata da pochi monaci. Dopo la catastrofe dell’Asia Minore e lo scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia, nel 1922 centinaia di famiglie greche furono costrette a lasciare le proprie case nelle isole della Propontide, nel Mar di Marmara.Tre anni più tardi, nel 1925, Ammouliani fu assegnata a quei profughi, che qui trovarono un approdo sicuro e la possibilità di ricostruire la propria vita. La pesca divenne il cuore dell’economia locale, mentre i nuovi abitanti portarono con sé tradizioni, canti, sapori e una profonda coesione comunitaria. Oggi, a distanza di un secolo, questa comunità continua a custodire la memoria delle proprie origini e a celebrarla con fierezza, anche attraverso le immagini della mostra.

Dopo il taglio del nastro, quasi tutti i protagonisti dei ritratti sono accorsi alla sala espositiva. Molti mi hanno salutato con un abbraccio, come si fa tra vecchi amici; altri hanno voluto posare accanto alla propria immagine. È stato un momento di intensa condivisione, «un tripudio di emozioni non solo per me, ma anche per l’intera comunità».

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 


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