Fa caldo, i pensieri si liquefano, avviene quasi il miracolo dell’ebollizione stile San Gennaro. Cosa posso fare per aiutarvi a leggere e digerire questo ennesimo pippone? Posso cercare di renderlo fresco e dissetante come un sorbetto al limone, senza troppo zucchero?

La vedo difficile, provo ad rendervi la lettura più leggera accompagnandola con una colonna sonora. Questa è adattissima, molto in sintonia col tema che tra qualche riga proverò a trattare: sviluppare un pensiero critico senza farsi strangolare dall’algoritmo.

Both sides Nowdi Joni Mitchell (NdR: Clicca con il tasto destro, oppure tieni premuto e scegli: Apri in una nuova scheda. (attendi lo slogan) Fai partire la canzone e torna a leggere).

 

…Adesso ho visto le nuvole da entrambi i lati

Dall’alto e dal basso, a ancora in qualche modo

Da sopra e sotto eppure in qualche modo

Non conosco per niente le nuvole

[…]

Adesso ho guardato la vita da entrambi i lati

Dal vincitore e dal perdente e ancora in qualche modo

Mi ricordo dell’illusione della vita

Non so assolutamente niente della vita…

 

In “both sides now” l’autrice medita sull’importanza di guardare eventi e vita da diversi punti di vista e prospettive, concludendo con una certa amarezza che della vita non è riuscita cmq a comprendere niente.

In “For free riflette auto-criticamente sul suo essere artista, famosa:

 

suono se hai i soldi

O se sei un mio amico.

Ma quel musicista solitario

Accanto al fast food

Stava suonando veramente bene, senza chiedere nulla.

Nessuno si fermava ad ascoltarlo

Anche se suonava con intensa dolcezza.

La gente sapeva che mai

Lo avrebbe visto in tv.

Così si lasciavano la sua musica dietro le spalle.

 

Sono pensieri validi in qualsiasi campo artistico, compresa fotografia. Da un lato, per produrre qualsiasi cosa, vediamo dal basso, dal punto di vista della vita che conduciamo, dall’altro lato è fondamentale estraniarci dal nostro operato, osservarlo come se non fosse nostro, per poterlo giudicare obiettivamente. Però alla fin fine cosa conta?

Se sei riuscito ad ottenere il successo sarai considerato artista… Puoi essere bravissimo ma se non ti conoscono, se non ti vedranno mai in TV non sarai mai nessuno. Tutto quello che produciamo, più o meno artisticamente, non è esente da condizionamenti.

Joni avrebbe dovuto cantare a Woodstock, l’inno del festival lo aveva composto lei. Il suo agente, Elliot Roberts, e il manager David Geffen, la convinsero a non partecipare, temevano che a causa del traffico bloccato non sarebbe riuscita a tornare in tempo a New York per una importante ospitata televisiva al Dick Cavett Show. Benché a sua partecipazione fosse stata annunciata in cartellone, dovette fare un passo indietro, la celebre canzone, inno di una generazione, non venne eseguita a Woodstock, fu incisa e resa famosa dai suoi amici Crosby, Stills, Nash & Young l’anno successivo (1970) nell’album Déjà Vu. A Woodstock Crosby, Stills e Nash cantarono altro.

Immagino sia stato doloroso per Joni Mitchell, però è così, le vie per il successo sono bizzarre, non solo in campo musicale, in ogni ambito artistico, assai spesso sono eterodirette. Rivoli che scorrono nell’ombra prima di emergere finalmente alla luce, a volte favoriti da fortunate casualità.

 

 

Molti famosi fotografi iniziarono nel reportage venendo pubblicati e diffusi da importanti riviste. Le riviste di moda, da sempre avide di novità lanciarono importantissimi fotografi, apprezzandone la visione.

In ambito più artistico altri furono portati al successo da influenti direttori di musei che avevano uno spazio di interesse per la fotografia. John Szarkowski del MoMA di New York, promosse per la prima volta come arte la New Color Photography, esponendo William Eggleston, Joel Meyerowitz e Stephen Shore.

In seguito arrivarono sulle riviste di fotografia che li promossero ulteriormente… Sono anche segno dei tempi quelle riviste, fecero conoscere in Italia autori davvero meritevoli, come Arthur Tress, Jeanloup Sieff, Guy Bordin, Duane Michals, ecc. Portarono al successo D. Hamilton con le sue bimbette flou e Irina Jonesco con la figliolina nuderella in mezzo a prostitute o succedanee.

 

 

Meritarono davvero il successo che ebbero? Le copertine di Photo, facevano concorrenza a Playboy, l’edicolante poteva proporlo come complemento di acquisto, il tutto ben incartato dentro “il manifesto”.

Belle foto di belle ragazze, utili per vendere la rivista, una scelta editoriale assai precisa. Tuttavia le foto di Hamilton, della Jonesco, di Mapplethorpe di altri, furono espressione di un preciso momento storico sociale, se venissero scattate oggi nessuno le pubblicherebbe.

 

Bruno Panieri. La mia fotografia umanista (cover)

 

Il libro fotografico era la consacrazione dell’autore, l’editore lo pubblicava perché era sicuro di venderlo. Oggi si tenta spesso la scalata al successo auto-pubblicandosi un libro fotografico. È come costruire un piramide partendo dal vertice. Il che non vuol assolutamente dire che un fotografo non sia bravissimo.

Bruno Panieri (per esempio, ma di esempi ce ne possono essere a centinaia) fa foto davvero splendide, se le avesse scattate un importante fotografo umanista potrebbero essere foto assai note, la firma conta più del contenuto.

 

© Bruno Panieri

 

Non tutte le sue foto sono splendide ovviamente, però molti famosissimi fotografi li conosciamo per un pugno di belle foto, non per il loro normale, a volte non eccellentissimo, lavoro professionale. Cosa, come, chi contribuì a dare un “valore” in termini economici, ma anche di fama a un fotografo l’ho scritto, ovvio anche situazioni di mercato e politico sociali.

È interessante cercare di analizzare la funzione della critica negli anni 60-80. Poteva servire a orientare il pubblico, conferiva un senso politico e sociale all’arte e alla letteratura, legittimava i nuovi movimenti di contestazione e le neoavanguardie rispetto alle tradizioni del passato. Poteva spingere all’acquisto di un disco o ad andare a vedere un film, il critico era cmq un esperto riconosciuto nel campo in cui operava. Spesso prese abbagli enormi, vuoi rimanendo attaccato a stilemi reazionari o all’opposto lanciandosi in elogi sperticati di un qualcosa che in seguito magari si sarebbe rivelata di scarsa importanza.

Ricordo Keith Jarrett per la prima volta al al Pescara Jazz Festival, nel 1974. Noi giovani ci siamo spellati le mani applaudendo, il giorno dopo in vari giornali i critici si domandavano se la musica che eseguì fosse o meno jazz. Qualche mese dopo, il 24 gennaio 1975, “The Köln Concert”. Divenne l’album di piano solo più venduto nella storia del jazz. Eppure i segni c’erano stati a Pescara. Il jazz festival aveva luogo all’aperto, a Le Naiadi, dietro il palco scorreva la linea ferroviaria. Ogni volta che passava un treno il gruppo che in quel momento stava suonando interrompeva l’esecuzione, la riprendeva a treno passato. Keith Jarret no. Sentì arrivare il treno in lontananza, attenuò la forza del tocco sui tasti, accompagnò il treno, ciondolando sui tasti, aumentò di nuovo il volume quando il treno passò più vicino, lo segui nel suo allontanarsi di nuovo, alleggerendo gradualmente il tocco, sino a quando il rumore del treno si estinse, riprese quindi la sua improvvisazione.

Chiunque sappia almeno un poco di blues e di jazz conosce l’importanza che il treno ha da sempre avuto tra tematiche di quella musica. Sarebbe dovuto bastare quel circa un minuto di esecuzione, accompagnando il treno, per non avere alcun dubbio sul fatto che Jarret stesse suonando jazz.

Nel 1975 il critico musicale Riccardo Bertoncelli stroncò “Stanze di vita quotidiana” accusando Francesco Guccini di essersi imborghesito, erano anni in cui era richiesto un esplicito impegno politico. Guccini gli rispose ne L’avvelenata:

 

…”tanto ci sarà sempre, lo sapete

un musico fallito, un pio, un teorete

un Bertoncelli, un prete a sparare cazzate”…

 

Noi giovani da che parte eravamo? Beh lo si vede in questo video… E Bertoncelli? Bertoncelli chi? Noi giovani allora una coscienza, più o meno ad ampio raggio, ce la stavamo formando. Non furono anni facili gli anni di piombo, Tano d’Amico seppe benissimo da che parte stare. Chi era la “Ragazza e carabinieri” nella foto del 1977 di Tano? Era Simonetta, Fiamma, Luana? Era tutte le ragazze di quegli anni.

 

© Tano D’Amico

 

Del resto la diatriba innescatasi attorno a Guccini è ancora viva, basta seguire le recenti critiche di Mike Jagger e De Gregori all’attivismo politico di Bruce Springsteen. Oggi che importanza ha la critica? Nel mondo virtuale, ha una qualche rilevanza solo nel momento in cui viene espressa, poi affonda. Nel mondo reale per lo più non ci sono critici sufficientemente referenziati, né media giornalistici stampati nei quali la critica possa essere salvata dall’impermanenza.

Chi o che cosa orienta oggi gusti e tendenze? Trovo una interessante risposta in un articolo di Artribune: “Ecco come gli algoritmi stanno cambiando il mondo dell’architettura”. So perfettamente che non andrete a leggerlo, peccato, è un articolo assai interessante, la situazione in fotografia è assolutamente analoga. E vabbé mi tocca farvi un riassunto.

Nel web, nei social “L’immagine precede il giudizio. La notorietà arriva prima della critica. Non è soltanto un cambiamento nei mezzi di comunicazione. È una rivoluzione nella produzione stessa del gusto […] Oggi il ruolo (della critica) è assunto dalle piattaforme digitali, governate da algoritmi che selezionano gli edifici (= le fotografie) per la loro capacità di catturare l’attenzione.

Dietro ogni scelta esisteva una responsabilità culturale. L’algoritmo, invece, non argomenta. Non interpreta. Non costruisce genealogie. Ordina le immagini sulla base di probabilità statistiche. Non chiede quale edificio sia più importante, ma quale fotografia abbia maggiori possibilità di trattenere il nostro sguardo per qualche secondo. Per la prima volta nella storia della disciplina il principale dispositivo che produce visibilità non nasce all’interno della cultura architettonica (o fotografica). È stato progettato per un altro scopo: massimizzare l’attenzione […]

Ogni progettista osserva ciò che circola, che viene pubblicato, che viene premiato, spesso senza rendersene conto. Interiorizza un lessico, una sensibilità, un modo di costruire le immagini. È sempre accaduto. Cambia però la velocità del processo. Se nel Novecento occorrevano anni perché un linguaggio si affermasse, oggi bastano pochi mesi… Ma, se prima era il direttore a decidere quali opere meritassero attenzione, oggi il ruolo è affidato a sistemi automatici che nessuno percepisce come soggetti culturali. La selezione continua a esistere, cambiando natura. Non avviene più attraverso un giudizio esplicito; avviene attraverso il calcolo delle probabilità. L’algoritmo non afferma che un edificio sia migliore di un altro. Si limita a renderlo più visibile. E, in un ecosistema dominato dalla sovrabbondanza di immagini, la visibilità finisce per coincidere sempre più spesso con il valore […]

Nessuno decide consapevolmente di progettare “per l’algoritmo”. Ma tutti finiscono inevitabilmente per lavorare dentro un ambiente culturale modellato dall’algoritmo… Ogni linguaggio di successo genera inevitabilmente imitazioni. La differenza è che oggi il processo si svolge con una velocità (sinora) sconosciuta. Ed è proprio l’imitazione, più ancora dell’algoritmo, il vero pericolo.

È qui che la critica torna a essere necessaria. Non per difendere nostalgicamente il mondo precedente, né perché possa competere con la velocità delle piattaforme. Sarebbe una battaglia persa in partenza. Il suo compito è un altro. Fare ciò che l’algoritmo, per sua natura, non può fare. Rallentare l’immagine e accelerare la consapevolezza.

Rallentare l’immagine e Accelerare la Consapevolezza.

Eh già.. peccato che molti critici su FB o altri social facciano esattamente il contrario, pubblicano ogni giorno un post su un nuovo autore, tessendone le lodi con parole meravigliosissime. Ovviamente è un genere di critica molto gratificante per chi ne è oggetto, solo sul momento, tutto sparirà ne gorgo al massimo due giorni dopo. Chi viene effettivamente referenziato non è il fotografo, è il critico ad auto referenziarsi.

 

© Bruno Panieri

 

Siamo dunque prigionieri dell’algoritmo? Credo che molti pensino che avvenga esattamente così. Può accadere che l’algoritmo venga strumentalizzato, usato per proprio interesse da una qualche potente entità politico/economica? Può tranquillamente accadere, ma a questo punto si rischia di cadere in un complottismo del quale siamo tutti vittime più o meno inconsapevoli. Tuttavia la colpa non è dell’algoritmo, è solo uno strumento. Inizia a girare perché siamo noi, più o meno consapevolmente, a dargli la prima spinta, poi prende a girare più vorticosamente, rischia di risucchiarci. Siamo noi a dovere accorgercene e a dover uscire dalla giostra, se abbiamo sufficiente senso critico per comprendere che sta accadendo.

 

© Bruno Panieri

 

Il problema è avere gli strumenti cognitivi necessari per farlo, se non li abbiamo sta a noi cercare di formarceli. Ci potrebbero volere anni ma non è mai troppo tardi per iniziare a farlo.

Un banalissimo esempio. Da qualche giorno la home di Facebook che condivido con Lia Alessandrini è invasa da pubblicità di materassi. Così chiedo a Lia: “devi comperare un materasso? hai cercato su Google?”. Lia mi risponde: “Eh sì!”. E io: “ah, ecco!”. Tra 2-3 giorni al massimo, smettendo di cercare il materasso, la ricerca e le conseguenti proposte spariranno dal binocolo dell’algoritmo…

Don’t feed the bear! l’algoritmo è voracissimo, siamo noi a nutrirlo e farlo crescere. Ognuno nelle sue piccolissime scelte è responsabile di quello che gli succede intorno.

 

© Bruno Panieri

 

A 50 anni da quando ho iniziato a scattare molti degli argomenti che ruotano intorno alla fotografia sono rimasti gli stessi: meglio la fotocamera x o la z? Quanto vale la mia collezione di fotocamere? La tecnica è più importante del contenuto o viceversa? Meglio le focali fisse o gli zoom? Ecc. ecc. non è che l’arrivo dell’algoritmo abbia peggiorato la situazione.

La fotografia continua a essere come il gioco del monopoli, ci sono imprevisti e probabilità, può essere solo in caso o l’algoritmo a guidarvi?
Ora potrei approfondire il rapporto tra inconscio personale e inconscio collettivo, ma siccome fa veramente troppo caldo ve lo risparmio. Mi limito a consigliare di cercare, ognuno di noi, l’orso che ritiene opportuno nutrire.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 


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