Tra il Far West e la spiaggia, documentazione fotografica, racconti e storytelling,  

Mettetevi comodi se potete… eh già lo so che molti di voi, dopo una non frugale colazione, sono spiaggiati su un lettino in riva al mare, immersi negli effluvi di olii e creme solari, con un buon rapporto protezione UVB/UVA, che sovrastano quel vago odor di salsedine tipico del fronte mare, 10ma fila di ombrelloni.

Mettetevi comodi, vi vedo in difficoltà a seguire questi miei pensierini sbilenchi sullo smartphone, scrollando velocemente col pollice (eh che deliziosa parola scrollare!), mentre tra l’accaldato, l’annoiato e l’ansioso  pensate “ma questo quanto ci mette ad attivare al dunque,  a scrivere un qualcosa di inerente la fotografia?”

 

© Lia Alessandrini. Ostia

 

Eh avete anche ragione, quindi cercando di smettere di divagare, direziono il timone per arrivare a un dunque.

Non credo di dire qualcosa di nuovo se affermo che ad un certo punto noi fotografi veniamo colti da una sensazione di vacuità e inutilità della foto singola, ci sentiamo spinti verso più alti intenti, ci prende la smania di documentare un qualcosa.

Oppure almeno di  metterci alla prova con un raccontino fotografico, uno storytelling.

Non voglio qui entrare del discorso sul valore documentale della fotografia, è un terreno vischioso, sono state spese tonnellate di parole per cercare di venirne a capo, da persone molto più intelligenti di me.

Diamo quindi per scontato (anche se probabilmente non è del tutto vero) che la fotografia in qualche modo possa documentare qualcosa, o almeno raccontare un qualcosa. Da qui in poi iniziamo a fantasticare di viaggi avventurosi in terre lontane, sono un ottimo alibi per dire a noi stessi che siamo qui spiaggiati e non c’è nulla di avventuroso da documentare e raccontare, poi fa caldo, magari sarà per l’estate prossima, “non ora, non qui”, mentre  ci scorrono nella mente ricordi lontani  tra il dolce il triste e il mieloso.

Forse il problema è qui:  il quando, in che modo, e il cosa? Una questione di approccio, di metodo,  di intenzione, di direzione e verso.

Non viviamo solo di rapidi click, non viviamo solo istintivamente, “de panza” come si dice a Roma. Non in tutti ma sicuramente in alcuni c’è una intenzionalità, nella vita quotidiana quanto nello svago fotografico, di andare al di là dell’immediato e contingente. Dell’hic et nunc.

Tuttavia per conseguire un risultato soddisfacente, per  concedere una qualche più ampia e profonda validità al nostro fotografare non è disdicevole tentare di seguire passo passo esperienze già fatte positivamente da altri.

Viaggiando a ritroso nella storia della fotografia, tra innumerevoli viaggi possibili, giusto oper non fermarci al conosciuto e ovvio, è magari interessante fermarci per una tappa nel Far West. Sì, perché no, dopotutto in genere le nostre conoscenze  visive di quell’epoca derivano dalla serie televisiva di Rusty un piccolo orfano, i suoi genitori erano stati uccisi durante un assalto indiano al treno su cui viaggiavano. Fortunatamente venne accolto nell’accampamento di Fort Apache insieme al suo fedele amico, il pastore tedesco Rin Tin Tin.

Come ce l’hanno raccontata in modo distorto quell’epopea di corsa alla terra e ricerca dell’oro risalendo il fiume Klondike, nel Fosso del Coniglio (Rabbit Creek). Roba di rudi cow-boy e buonissimi soldati, di crudeli e pennuti indiani, mica si pettinavano i bisonti a quei tempi!

Solo intorno agli anni ‘70 iniziò a diffondersi una narrazione diversa, forse con “Piccolo Grande Uomo”, al quale seguirono altri interessanti film e finalmente capimmo che i pellirossa si potevano anche chiamare nativi americani.

Solo qualche mese or sono Papa Francesco è andato a chiedere scusa, ammettendo  la complicità della chiesa nella “colonizzazione” e nel “genocidio culturale” degli indigeni nord americani, perdurata nei secoli…  sino a 1998.

Quanto è facile dimenticare, quanto è difficile andare a togliere la polvere nascosta sotto al tappeto!

 

© Edward Sheriff Curtis

 

Sta di fatto che nel 1868 nacque a Whitewater (Winconsin) Edward Sheriff Curtis. “fu esploratore, etnologo e fotografo. Legò il suo nome allo studio dell’epopea del Far West e dei nativi americani, popolo del quale è stato un profondo conoscitore e studioso.

Mise la sua macchina fotografica al servizio dello scopo primario della sua esistenza: fotografare i volti e le situazioni che segnavano la forzata decadenza dei nativi americani appartenenti alle ottanta tribù ancora esistenti fra la fine dell’Ottocento e gli albori del XX secolo. Il suo scopo essenziale fu quello di documentare nella maniera più ampia, servendosi non solo della fotografia, gli usi e i costumi in via di estinzione del popolo degli indiani d’America”.

Una discreta galleria di immagini si trova qui.

 

 

 

Non fu sicuramente l’unico né il primo ad usare il mezzo fotografico per documentare, e raccontare, ma il fatto che fosse oltre ad esploratore e fotografo anche etnologo ha una certa rilevanza. Detto per inciso è buona cosa non confondersi tra enologia ed etnologia. Quest’ultima è una branca dell’antropologia che si occupa di studiare e confrontare le popolazioni attualmente esistenti nel mondo. Rispetto all’antropologia culturale l’etnologia ha tradizionalmente fatto un maggior utilizzo della comparazione tra le diverse culture.

Indubbiamente il dotarsi di un sia pur lieve bagaglio culturale, di una metodologia più o meno scientifica nell’approccio documentario utilizzando la fotografia come mezzo non è un male.

 

 

Di Edward Sheriff Curtis scrissero: è diventato come un indiano. Ha vissuto, ha parlato come un indiano; è stato una sorta di “grande fratello bianco”. Ha passato i migliori anni della sua vita – al pari dei rinnegati di un tempo – fra gli indiani. Ha scoperto vecchie abitudini tribali e resuscitato i costumi fantastici di un tempo ormai passato.

Non so quanto fosse esattamente vero, mi piace crederlo. Fu in ogni caso un pioniere.

“La fotografia documentaria è un’attività foto-giornalistica che si propone di riprodurre oggettivamente la società attraverso la cronaca per immagini della realtà quotidiana.

 

 

 

Nacque più ufficialmente in Inghilterra nel 1877, come racconta Angelo Ferrillo, ad opera di John Thomson e Adolph Smith, due reporter londinesi che immortalarono i quartieri più poveri della città tra le pagine del volume Street life in London.

 

 

Il libro riscosse grande successo, anche grazie alla particolare pubblicazione delle fotografie, stampate con la tecnica della woodburytipia.

Qui potete trovare varie immagini tratte dal libro.

Durante gli anni venti Lewis Hine si dedicò a delle serie di work portraits, sottolineando il rapporto tra uomo e macchina nella COSTRUZIONE del progresso.

 

© Lewis Hine

 

Negli anni trenta Walker Evans, pioniere della fotografia sociale, documentò nei quartieri poveri di New York anni difficili per gli Stati Uniti, nei suoi ritratti di vita quotidiana nelle fabbriche, nei campi di lavoro. I suoi Subway portraits (1938-1941) sono una testimonianza del disagio della popolazione meno abbiente, contenendo peraltro una bellezza espressiva che ne legittima la rilevanza artistica. La fotografia documentaria “acquistò grande rilevanza a partire dagli anni trenta, negli Stati Uniti.

Il presidente Roosevelt in persona istituì nel 1937 la Farm Security Administration (FSA), un centro di committenza fotografica che rilanciava l’esperienza dell’agenzia Rural Resettlement Administration, fondata nel 1935 allo scopo di documentare la recessione agricola dilagante nel Paese. La FSA si trasformò in una fucina collettiva di istantanee di povertà: operò fino al 1943, suscitando nel mondo fotografico la nascita di una vera e propria corrente di fotoreporter: Arthur Rothstein, Gordon Parks, Dorothea Lange, Todd Webb, Ben Shahn, Carl Mydans e Walker Evans furono solo alcuni tra i grandi fotografi che collaborarono al progetto. I negativi sono attualmente conservati presso la Library of Congress di Washington.”

E’ interessante notare come zingari, poveri, indiani indiani, “indiani” non indiani, mendicanti, aborigeni, ecc. sono stati da sempre i soggetti preferiti del fotografo documentarista. Si vede che i poveracci sono più interessanti da documentare dei ricchi!

Chi oggi come oggi fotografa ancora la povera vecchina mendicante col braccio teso, dovrebbe avere una qualche ragione per farlo, che non sia solamente la “denuncia sociale”, sappiamo ahimè che tutto ciò esiste. Dunque torno all’approccio, al metodo.

Inizialmente la visione teorica fu quella degli antropologi “evoluzionisti”, britannici e americani. Erano convinti dell’esistenza di un progresso nella storia dell’uomo, e in ciò probabilmente non sbagliavano del tutto. Vedevano la storia della società umana come il prodotto di una sequenza di stadi di sviluppo, culminante nella società industriale di metà Ottocento. Le società contemporanee più semplici non avevano ancora raggiunto gli stadi culturali più elevati del progresso e potevano essere ritenute simili alle società più antiche. I popoli “selvaggi” sparsi sui vari continenti potevano aiutare ad illustrare le condizioni di vita degli uomini preistorici, antenati della nostra civiltà. Le società non europee venivano viste come dei “fossili viventi” di stadi di evoluzione sorpassati dalla civiltà occidentale e che potevano essere studiati per gettare luce sul passato di quest’ultima.

 

© Edward Sheriff Curtis

 

Tutto bene sino a quando, tra il 1890 e il 1940, si iniziò a gettare le basi dell’antropologia come scienza oggettiva, assumendo una posizione critica nei confronti del modello evoluzionista, ponendo al centro dell’attività la ricerca sul campo e la riflessione sulle questioni di metodo. Edward Sheriff Curtis non aveva forse del tutto chiare le idee ma comunque andò avanti con impegno, diamogliene atto.

Qualche piccolo cenno c’era già stato ma solo in seguito alla fine della scenda guerra mondiale, leccandosi le ferite, facendo un mea culpa, si diffuse tra pensatori studiosi una concreta revisione. Non solo continuando a criticare l’evoluzionismo, ma andando oltre, rendendosi conto del nostro “etnocentrismo culturale”.

Corpo di un cane, ma cos’è questo “etnocentrismo”?

Beh in soldoni è l’egoismo del singolo elevato a potenza. L’etnocentrismo è la diffusa tendenza a giudicare le altre culture ed interpretarle in base ai criteri della propria proiettando su di esse il nostro concetto di evoluzione, di progresso, di sviluppo e di benessere, basandosi su una visione critica unilaterale.

 

© Giorgio Rossi. Ostia.

 

L’approccio etnocentrico si fonda sul confronto tra società moderne e società tradizionali. Queste ultime vengono considerate sottosviluppate, ma l’errore sta nell’utilizzare per il confronto i parametri tipici del sistema socio-economico occidentale, il reddito pro-capite, la produzione, l’alfabetizzazione, ecc. Non è detto che le ipotesi elaborate per spiegare il processo di industrializzazione delle società occidentali possano valere ugualmente per lo sviluppo nei Paesi del Terzo Mondo, oggi principali serbatoi di cosiddette società tradizionali. L’etnocentrismo attribuisce al progresso e allo sviluppo un valore a cui nessuna società può sottrarsi. In nome di questa eccessiva fiducia nei propri modelli evolutivi, negando validità a quelli altrui, sono state compiute azioni eticamente inaccettabili.

Credo che la critica all’etnocentrimo culturale possa essere facilmente condivisibile. Però un qualche dubbio può nascere spontaneo. Per esempio, a proposito della F.S.A. Sappiamo che l’istituzione fu fortemente voluta dal presidente Roosevelt. I fotografi che vi parteciparono lavorarono in perfetta autonomia e consapevolezza di pensiero o furono uno “strumento” per dimostrare ciò che premeva al presidente? Che l’America era grande, poteva farcela ad uscire dalla recessione agricola, magari puntando ancora di più sull’industrializzazione.

 

© Giorgio Rossi. Ostia.

 

Però sono dubbi inutili, forse peccano dello stesso errore commesso dall’etnocentrismo culturale. Considerare quella cultura, quel momento, a partire dalla nostra di adesso. Certo che questo etnocentrismo culturale è una brutta bestia, bisogna farci i conti. Ma non ora, non qui. Ora siamo qui spiaggiati su un lettino con tettuccio basculante a tendina sopra la testa per non farci bollire i pensieri.

 

 

Però a pensarci un poco potremmo diventare “spiaggio-centrici”. Magari con un pizzico di sano obiettivo distacco mentale che ci porti ad osservare da estranei, non coinvolti. Ci sono peculiarità, storico/sociali, culturali, riti comunitari o quant’altro, in questo nostro essere spiaggiati, tali da rendere differente l’essere spiaggiati in uno stabilimento di Ostia o in un bagno di Rimini?

 

© Giorgio Rossi. Ostia

 

Documentare o raccontare fotograficamente significa solo riprendere persone sdraiate a prendere il sole come noi o immerse nell’acqua? Spesso penso che le persone ritratte distolgano dall’attenzione a quanto le circonda.

O forse bisognerebbe trovare a tutto ciò un sano equilibrio, magari approfondendo la conoscenza e l’evoluzione dei luoghi, per riuscire a documentare  a raccontare.

 

 

Potrebbe nascere proprio qui sulla spiaggia, o nel circondario e non in un qualche improponibile lontano Far West un qualcosa di fotograficamente interessante. Il quando, in che modo, il cosa, il perché, sono una questione di approccio, di metodo, di intenzione, di direzione e verso che dobbiamo trovare ancora prima di iniziare a scattare, o che forse troveremo gradualmente, riflettendo sui nostri scatti per poi proseguire con ulteriori click.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

© Giorgio Rossi. Ostia.

 

 

 

 

 

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