Tra foto-grafia e foto-pittura, il lightpainting e Giampiero Marchiori

19 agosto del 1826. Circa 8 ore di esposizione  e voilà,  ecco che  Nicèphore Niepce scatta e sviluppa “La cour du dolmaine du Gras”, “Vista dalla finestra a Le Gras” a tutt’oggi intatta. L’immagine fu catturata su una lastra di stagno di 20X25 cm. Qualcosa pare di vedere in effetti. C’è una  finestra aperta sulla sinistra, una colombaia e dietro un albero. Al centro spunta un tetto, alla sua destra un camino. È la prima fotografia della storia, più una eliografia che una fotografia ma vabbè accontentiamoci. Se non lui qualcun altro l’avrebbe inventata comunque questa  nostra amatissima fotografia. I tempi erano maturi, c’erano sufficienti  presupposti tecnologici, anche se ovviamente molto andava perfezionato e molto altro inventato.

Del resto ce ne sono di cose bizzarre nella storia delle invenzioni.

Intorno a 1799 quel geniaccio di Alessandro Volta giunse al “gran passo”, che lo condusse alla costruzione del nuovo apparato “scotente”. Aveva inventato la pila. Alzi la mano chi a scuola ha capito cosa cavolo gli servisse la pila. Fortuna che poi qualcuno inventò la lampadina, però ci vollero circa altri 100 anni. Il primo padre di questa piacevolissima e luminosa invenzione fu l’inventore britannico sir Joseph Wilson Swan, la brevettò nel 1878,  in seguito venne perfezionata da Edison.

Convenzionalmente si usa datare l’inizio della seconda rivoluzione industriale al 1870 con l’introduzione dell’elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio.

I progressi della fotografia intorno a quegli anni furono rapidissimi.

 

Joseph Nicéphore Niépce. Vista dalla finestra a Le Gras

 

Nel 1829 Charles Chevalier realizzò le prime lenti acromatiche composte da un elemento positivo e uno negativo con due vetri ottici di potere dispersivo uguale e contrario.

Il 1840 vide la nascita del primo obiettivo calcolato matematicamente da Joseph Petzval, di luminosità f/3

Nel 1847 il nipote di Niépce, Abel Niépce de Saint-Victor, produsse i primi negativi su vetro con un’emulsione all’albumina (bianco d’uovo) e alogenuro d’argento

A partire dal 1854 Nadar iniziò a dedicarsi alla sua prima opera fotografica significativa, il Panthéon Nadar, un’imponente galleria di foto dove passò in rassegna le maggiori personalità del tempo, come Charles Baudelaire, Gioachino Rossini ed Édouard Manet.

 

Nadar. Autoportrait tournant

 

Fu forse il primo fotografo professionista, creativo, consapevole del suo ruolo e di quello della Fotografia. Un suo celebre, tutt’ora validissimo, aforisma: «Non esiste la fotografia artistica. Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare». La tecnica necessaria la dava per scontata ma assolutamente non sufficiente a fare un buon fotografo.

Nel 1875 Leon Warnecke inventò già nel 1875 il primo magazzino per rullini, con della carta per negativi. All’inizio le macchine fotografiche utilizzavano la pellicola al collodio poi, dal 1881, ad emulsione di gelatina.

Il design di Warnecke fu di ispirazione per Eastman che realizzò il primo modello di macchina con rullino nel 1884. Sostanzialmente in meno di 60 anni la fotografia divenne un prodotto industriale e di massa.

Furono anni non solo di rapido sviluppo tecnologico ma anche concettuale, curioso come certe idee già chiarissime a Nadar siano tutt’ora oggetto di dibattito.

Furono anche anni di sperimentazioni di tutti i generi, portate avanti anche da scienziati e artisti non solo da fotografi. Per esempio la doppia esposizione. Poteva succedere a tutti in quegli anni, era un banale quanto frequentissimo errore. Molti ci lavorarono su per rendere il risultato più voluto che casuale. La sperimentazione ha attraversato tutta la storia della fotografia, con contaminazioni incrociate tra scienziati, artisti, pittori e fotografi. Oggi come oggi i limiti dei rispettivi campi d’azione sono sfumati, si parla di arti visuali. Si sperimentò e si sperimenta tutt’ora molto la luce, elemento ovviamente indispensabile alla fotografia.  Anche il movimento.

In un’intervista con la curatrice museale Katherine Kuh, Marcel Duchamp parlò del suo Nudo che scende le scale n. 2 e del suo rapporto con il futurismo e degli studi sul movimento fotografico di Muybridge e Marey: “Nel 1912 … mi interessava particolarmente l’idea di descrivere il movimento di un nudo che scendeva al piano inferiore utilizzando dei mezzi visivi statici. Il fatto che io avessi visto le cronofotografie degli schermitori in azione e il galoppo a cavallo (quello che oggi chiamiamo fotografia stroboscopica) mi ha dato l’idea del Nudo. Ciò non significa che io avessi copiato queste fotografie. Anche i futuristi erano interessati alla stessa idea, sebbene non fossi mai stato un futurista. E, naturalmente, anche i film con le loro tecniche cinematografiche si stavano sviluppando. L’intera idea di movimento, di velocità, era nell’aria.»

 

Pablo Picasso. ‘Draws’ a centaur in the air with light

 

Tra i vari campi di sperimentazioni il lightpainting è indubbiamente assai interessante. La luce  “pennellata”, può essere essa stessa il soggetto principale della fotografia  oppure in modo assai diverso può essere usato un pennello di luce per illuminare un soggetto.

 

Man Ray. Space Writing (Self Portrait) 1935

 

Picasso, Matisse, Man Ray, Veronesi e altri usarono un pennello di luce come soggetto, dipingendo in aria. Per lo più ne uscirono scarabocchi più o meno piacevoli. Altri usarono il lightpainting per illuminare in modo uniforme architetture, specie interni di vaste dimensioni, come cattedrali. Ancora oggi in fotografia digitale  tale tecnica viene usata spesso professionalmente  per fotografia di interni e arredamento.

 

 

In era analogica sarebbe stato quasi impossibile, specie fotografando in diapositiva dove un minimo errore di esposizione è fatale e oltretutto assai costoso in tempo e materiali sensibili. Uno dei plus importantissimi della fotografia in digitale è che il costo di uno scatto è praticamente zero e che, controllando  immediatamente lo scatto appena eseguito, si può  ripeterlo correggendo eventuali possibili errori di illuminazione. Ah, devo chiedervi scusa se molti link rimandano a pagine e testi in inglese, il puzzo di aria fritta di molti siti italiani è insopportabile.

 

© Giampiero Marchiori

 

Tra gli fotografi che si occupano di light painting c’è un mio caro amico, Giampiero Marchiori, lascio la parola a lui per introdurre l’utilizzo del Lightpainting nello still life, in particolare nella fotografia food:

“Classe 1953, ho iniziato a fotografare all’età di nove anni, a livello amatoriale fino al 1982, quando mi si presenta l’occasione di un assistentato a Milano e quindi, il passaggio alla professione vera e propria. Appartengo a quella categoria di “vecchi” fotografi che si son fatti le ossa in camera oscura da una parte e incollati al banco ottico dall’altra. Nei miei “primi 40 anni” di carriera, oltre al lavoro di studio, mi sono dedicato alla fotografia sportiva, seguendo per diversi anni il Mondiale Superbike, agli sport del ghiaccio, pattinaggio velocità e figura oltre che alla fotografia di Danza e alla ritrattistica.

 

 

L’avvento del digitale, con la possibilità di visionare immediatamente gli scatti, ha permesso a chiunque vi si voglia cimentare, di accedere ad una tecnica fotografica, decisamente difficile nella realizzazione, prima di allora: il Light Painting.

La tecnica.

Per realizzare una immagine in Light Painting, la cui “luce Caravaggesca” ben si adatta allo still life in genere ed in particolare al food, occorre operare al buio totale, fotocamera sul cavalletto, tempi di alcuni secondi e di conseguenza, diaframmi chiusi  e “pennellare” la luce sul soggetto, utilizzando una semplice torcia elettrica; in tempi analogici, esisteva un accessorio, la Light Brush che, utilizzando un fascio di fibre ottiche attaccate ad una fonte luminosa, permetteva di pennellare la luce sul soggetto.

 

© Giampiero Marchiori

 

Una tecnica, all’epoca, alquanto dispendiosa, sia per il costo dell’accessorio in se, sia per il costo vivo dei materiali ( si lavorava quasi esclusivamente in banco ottico), utilizzando diverse pellicole e solo un Polaroid come riscontro; si doveva, inoltre, essere dotati di buona memoria, per ricordare quanti passaggi, in che punti e per quanti secondi, se il polaroid era accettabile. Questa tecnica, troppo complessa (e costosa) per utilizzi commerciali, venne relegata ad un utilizzo prettamente artistico.

È una tecnica semplice, ma non facile. Grazie al digitale, ha trovato in Renato Marcialis il suo maggior rappresentante nel nostro paese, ci regala lavori di alto livello, quali la serie “ Caravaggio in cucina”.

 

© Giampiero Marchiori

 

Mi sono appassionato a questa tecnica (nata con scopi tutt’altro che artistici, nel lontano 1914, con Frank Gilbreth e sua moglie Lilian, che la utilizzarono per studiare il movimento dei lavoratori della propria azienda, attaccando piccoli globi luminosi al corpo dei loro dipendenti) a seguito del mio lavoro in still life e food, indirizzandola a scopo prevalentemente didattico, essendo docente di fotografia nella locale Università Popolare e, per interesse personale.

Utilizzando, come fonte luminosa, una torcia elettrica, risulta decisamente importante il bilanciamento del bianco, sia in ripresa sia in post produzione. 

La luce led presenta dominanti cromatiche fredde che, renderebbero poco gradevoli immagini che prediligono toni neutri o leggermente caldi.

 

© Giampiero Marchiori

 

Nonostante la possibilità di visionare gli scatti subito dopo la loro realizzazione, bisogna comunque prestare molta attenzione a come si indirizza la luce sul soggetto, cercando di mantenere sempre la stessa direzione, per evitare la formazione di doppie o triple ombre, poco gradevoli alla vista ed innaturali.

Per realizzare immagini in Light Painting, non è necessaria una attrezzatura particolare: un buon cavalletto, una semplicissima torcia led da pochi euro, una fotocamera che permetta l’utilizzo in manuale, anche una buona compatta con un piccolo zoom e… tanta pazienza.

 

© Giampiero Marchiori

 

E’ altresì possibile applicare questa tecnica alla fotografia architettonica, sfruttando il crepuscolo ed in particolare la cosiddetta “ora blu”; uno dei primi esperimenti si deve, diversi anni fa, ad un fotografo del National Geographic, durante un servizio sui castelli scozzesi; volendo ottenere un’immagine particolarmente accattivante di un castello in perfetto stato di conservazione, munì alcuni assistenti di flash e comunicatori e, durante l’ora blu, appostato sulla collina di fronte, ordinò agli assistenti di correre attorno al castello, sparando lampi al suo comando.

Anche nella ritrattistica, se si dispone di una modella o modello particolarmente “statuari” nel senso della capacità di rimanere completamente immobili per diversi secondi, si possono ottenere immagini di un certo effetto.

Il dipingere con la luce si presta di conseguenza  a svariati esperimenti e divertissements nella completa libertà creativa del fotografo, anche se il suo utilizzo principe, per me rimane sempre lo still life.

Buon divertimento a chiunque vi si volesse cimentare!”

Giampiero Marchiori,

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

© Giampiero Marchiori

 

 

 

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