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The Upside, the Downside

Un martello è uno strumento, potete piantarci dei chiodi oppure darvelo sulle dita, come lo usate dipende solo da voi. Anche i social, in particolare Facebook sono strumenti, con caratteristiche positive o negative, dipende da come li usate. A volte li usate per il verso giusto a volte no, a volte tutto va bene e siete soddisfatti, avete amici, scambiate molto con loro, altre volte girate il foglio e cancellate tutti, fuggite. Ma poi ritornate, perché in fondo i social nel bene o nel male sono una piacevole droga a buon mercato.

Per quanto riguarda la Fotografia in generale come ho scritto in un recente articolo penso che i social siano un buon mezzo per diffondere la Fotografia che, attraverso contaminazioni, procede e si evolve.

 

 

Anche se poi ogni singola fotografia affonda rapidamente in poche ore, sparisce nel buio lascia comunque delle tracce e ciò porta la Fotografia a cambiare ed evolvere. Quindi secondo me esistono due aspetti diversi nell’occuparsi di fotografia nei social. Uno è quello della fotografia in generale, del suo fluire, anche indipendentemente dall’autore. L’altro aspetto è privato, dipende dalle interazioni dell’autore e dalla soddisfazione personale che desidera ricavarne. Può essere una semplice “pesca” di like, che può portare aumento dell’autostima come fotografo, oppure può essere una interazione verbale, più o meno profonda

Ora non ditemi che non vi interessano i like, anche un solo like può dare soddisfazione e se un assenso viene da una persona che conoscete come bravo fotografo, professionista o meno, vi farà sicuramente assai piacere. Dunque se vi piace far vedere le vostre immagini e ricevere consensi, tutto bene? Adesso non mi dite che dei like non vi importa assolutamente nulla, non vi credo. Like o non like il postare foto quotidianamente è una sorta di “dichiarazione di esistenza in vita” che ha ripercussioni sul nostro modo di fotografare. Si va spesso per foto singole, sperando che piacciano, a discapito di una progettualità a più ampio respiro. Una eventuale progettualità ne risente. Facendo un paragone, per quanto improprio, con la con la lingua parlata è come se sapessimo dire splendide parole ma fossimo meno capaci di un discorso articolato.

Recentemente ho curato circa 60 esposizioni personali per un evento di fotografia. Insieme ad altri amici riuniti in giuria, dovevamo scegliere e premiare il progetto migliore . È stato assai difficile, di tutti i progetti presentati pochi erano veramente perfetti. Alcuni difettavano per capacità di sintesi, troppe fotografie. In altri era la scelta delle fotografie a essere zoppicante, in altri ancora sbagliata la successione delle foto, o inadatta la stampa, troppo spesso di dimensioni stile lenzuolo, o carente in post-produzione, dato che la restituzione a stampa è assai diversa da quello che si vede a monitor.

Assai frequentemente era il testo allegato al progetto a essere inadatto,fumoso e pretestuoso. Non si riusciva a cogliere il nesso tra il discorso introduttivo ed esplicativo del progetto e le fotografie. Vero è anche che non tutti sono interessati ad elaborare progetti, a molti basta e avanza fotografare e condividere le proprie immagini nei social, è pur sempre un modo assai bello di esprimere se stessi. Tuttavia c’è anche altro. Quando si organizza un contest fotografico si detta in genere un tema al quale chi partecipa dovrebbe attenersi. Si specifica spesso che le immagini che vengono proposte oltre ad essere attinenti al tema dovrebbero essere state scattate per l’occasione, pensando a quel tema. Dopo poco gli aderenti al contest iniziano a scandagliare i propri hard disk e vengono postate le prime immagini.

Ok, possono anche essere aderenti al tema ma non sono state certo scattate per l’occasione. Non di rado sono invece palesemente “tirate per le orecchie” pur di farle rientrare nel tema. Altra situazione. In un gruppo viene lanciata una proposta. Scattare tre foto e raccontare con quelle tre foto una piccolissima storia. A tema libero, è sufficiente che le tre foto abbiano una logica che le unisce. Buio quasi totale nelle risposte. Insomma gli stimoli ci sono ovunque, in modi assai diversi, ma spesso manca l’impegno vero, la capacità di mettersi in gioco, che secondo me dovrebbe essere una molla importante per fare fotografia. Va bene che c’è una notevole differenza tra fare fotografia a livello professionale e farla per semplice passione e divertimento. Chi lo fa per professione deve essere capace di produrre quello che gli viene chiesto, deve sapere rimanere nel tema e svolgerlo al meglio. Chi fa fotografia per passione è totalmente libero, ma mi sembra che agendo così si perda molto del possibile divertimento. Si resta fermi al palo la propria fotografia non evolve.

Si potrebbe anche pensare che molti siano solo attratti dal mezzo fotografico, dalle sue potenzialità, dall’apparente facilità di esprimere se stessi attraverso il mezzo fotografico utilizzato, o che molti amino sentirsi parte di un gruppo ove aderiscano a un gruppo incentrato su un brand o su una specifica fotocamera. Non è sempre così per fortuna, molti anzi si interessano approfonditamente di fotografia, leggendo una marea di testi, visitando mostre, partecipando a dibattiti. Però viene a mancare il salto, “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare.” Così si va avanti e si cerca un altro gruppo nel quale postare le proprie foto, e un altro ancora e ancora. Oppure per sentirsi più considerati e al centro dell’attenzione si apre un proprio gruppo. Si detta una sorta di “manifesto” del nuovo gruppo, si tirano dentro gli amici, che ne tireranno dentro altri ancora. Tutti inevitabilmente proporranno nel gruppo le immagini di repertorio del loro hard disk.

Ecco che una stessa immagine iniziate a trovarla in molti gruppi, moltiplicata x volte. Molti gruppi si conoscono tra loro, dato che gli aderenti continuano a far parte del gruppo originario dal quale ne sono derivati molteplici altri. Il “crescete e moltiplicatevi” forse era nelle intenzioni consapevoli di Mark Zuckerberg, inventore insieme ad altri di Facebook. Sta di fatto che alla fine tutto diventa circolare, si ripetono sempre gli stessi pensieri, si pubblicano le stesse foto, si fanno gli stessi commenti.

Cambia forse leggermente la forma, non la sostanza, non il proprio approccio. Ho il dubbio che in questo modo la Fotografia non evolva più. Apparentemente ogni secondo vengono postate migliaia o milioni di immagini, ma non poche sono copie di copie di copie. Un gruppo di 10 o 20.000 aderenti, se tutti collaborassero attivamente, potrebbe avere un peso enorme e portare novità ed evoluzione. Se si frammenta in mille rivoli, nessun gruppo farà mai niente di positivo e concreto. Tutto diventa allora solo ansia e desiderio di apparire, ovunque. Apparire per essere.

Rimane al palo non solo il singolo fotografo ma anche la Fotografia.

L’immagine di apertura è tratta da un disegno di Gustave Verbeek, olandese/americano di origini, celebre illustratore dei primi ‘900, uno dei primissimi a pubblicare comic strip   nel “New York Herald”. Erano simpatici e surreali raccontini illustrati. Leggevi in un verso osservando i disegni. Arrivato alla fine giravi il foglio di 180° e le immagini assumevano un altro significato, che prima non avevi assolutamente notato o men che meno creduto possibile, e venivano commentate da un altro testo.

Ecco il mondo della fotografia oggi mi sembra così, upside down, senza un univoco senso di lettura, tutto può essere vero e anche assolutamente vero può essere l’esatto contrario.

Spetta ad ognuno di voi trovare il suo senso, sempre che abbia voglia di fermarsi un poco a cercarlo.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

La strip prosegue capovolgendo il foglio a testa in giù.

 

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