Su Fotografia e Università. Conversazione con Giacomo Daniele Fragapane

Come ho scritto sin dal mio primissimo articoletto su Sensei, comprai la mia prima fotocamera seria, una reflex Asahi Pentax SPF nel 1976. Avevo 26 anni. Era un bel poco di tempo che mettevo soldini da parte. Nel frattempo già da anni mi ero avvicinato in punta di piedi alla fotografia, come un orso attratto dal miele. Seguendo l’amico Piero che stampava e sviluppava avevo appreso i primi rudimenti, avevo letto scrupolosamente il Feininger.

Ero riuscito a farmi prestare qualche volta una Bencini, poi una Rolleicord, avevo comprato la Tank Paterson e sviluppato i primi rullini, avevo stampato a contatto i negativi 6×6 con un rudimentale bromografo, ancora prima di possedere una fotocamera. Dal 1971 circa avevo iniziato a comperare pacchi di riviste fotografiche, erano la mia fonte principale di informazioni, d’attualità, storiche, di tecnica. Credo sia stata importante per me quella iniziale lunga fase di sedimentazione culturale. Se non altro quando finalmente mi decisi per l’acquisto, anche se non sapevo esattamente cosa avrei fatto della mia fotocamera, sapevo bene quello che non avrei mai voluto o desiderato fare .

Due anni dopo, nel 1978 (dopo aver bighellonato alla facoltà di Medicina sostenendo pigramente alcuni esami) mi ero iscritto alla Facoltà di Psicologia, rimanendo subito incantato dalle lezioni del Prof Paolo Bonaiuto, docente di Psicologia Generale I. Nelle sue lezioni, attraverso una proiezione continua di slides, approfondiva tematiche di psicologia della percezione visiva, delle motivazioni, degli stili cognitivi, della creatività, con puntuali riferimenti alla psicologia dell’arte, del design e dell’architettura. Non credo abbia mai sfiorato tematiche direttamente inerenti la fotografia, eppure sentivo che tutto ciò era assolutamente vicino ai miei interessi. Del resto anche l’architettura mi era vicina, avevo vari amici iscritti alla facoltà, collaboravo spesso fotograficamente con loro nella preparazione di esami.

 

Giacomo Daniele Fragapane. Punto di Fuga. Bulzoni editore

 

Avrei dovuto continuare ma un mio amico, fotografo professionista, vedendo delle mie diapositive mi chiese se volevo andare a lavorare nella ditta dove lavorava. Pubblicità di campeggi e villaggi turistici in tutta Italia. Accettai, anche se non era esaltante. È strana la fotografia come professione, mi sentivo da una parte vicino a una meta e nello stesso tempo mi appariva lontanissima. C’è chi a questo punto fa una scelta precisa, decide di seguire solo se stesso. Non ne ebbi il coraggio. Compresi che avrei dovuto scindere totalmente quello che mi piaceva fare, per puro diletto e per, chiamiamola così, “ricerca”, da quello che facevo professionalmente.

Di libri sulla fotografia, salvo il Feininger, non ne lessi altri per moltissimi anni. Non avevo molto tempo per farlo e in ogni caso probabilmente, oltre ai libri di tecnica, in quegli anni in Italia non c’era granché.

Il mio piccolo bagaglio culturale crebbe gradualmente negli anni, grazie appunto alle molte riviste, e grazie anche ad architetti ed artisti importanti che ebbi modo di conoscere, avendo tutto il tempo di sedimentare.

 

Giacomo Daniele Fragapane. Realtà della Fotografia. Imagines Franco Angeli editore

 

La tecnica la dovetti apprendere in fretta, era indispensabile. Scattavo solo in diapositiva, mi ero dovuto comprare una Mamiya 645, vari obiettivi, un set di flash portatili con luce pilota, e molto altro. Dovendo comperare tutta quell’attrezzatura dove avrei  potuto trovare i soldini per comperare libri di fotografia, che fossero illustrati o concettuosi assai? Credo che il tempo per sedimentare quello che si è appreso sia importantissimo, almeno lo è stato per me. Del resto non so che altro modo di studiare fotografia, per me abbordabile, ci fosse a quei tempi in Italia. Dopo circa 30 anni di fotografia professionale e molte collaborazioni con riviste di giardini, paesaggio e architettura, principalmente a causa della crisi che colpì ogni settore dell’editoria smisi completamente di fotografare per alcuni anni.

Mi ritrovo a praticarla da una decina di anni, per diletto personale, in uno scenario del tutto cambiato, molto spontaneista, pervaso da social che hanno sostituito quasi ogni committenza. Il dibattito culturale sulla Fotografia che una volta era portato avanti da persone assai competenti su Progresso Fotografico, su Diaframma Fotografia Italiana, su altre riviste, ora si svolge su FB ma è per lo più mainstream.

Mi ritrovo da alcuni anni a scrivere di fotografia, qui sulle pagine liquide di Sensei, cercando una forse possibile via di mezzo, cercando di costruire un piccolo, accessibile, guado tra il web e il mondo reale. Cerco di traghettare un poco di sano dibattito culturale, senza che si impantani nel detto e ridetto.

Esistono nel reale, lo sappiamo bene, innumerevoli corsi di fotografia, pubblicizzati sui social, spesso da fotografi autoreferenziati. Capisco bene che chi desidera fare il fotografo di professione dopo un poco si metta a insegnare. Ci sono anche molte scuole, di diverso livello. Una diversa consapevolezza della valenza della fotografia, nei suoi molteplici aspetti, da circa 20 anni è iniziata a crescere anche in ambito accademico, all’Università.

 

© Giorgio Rossi. Al bar

 

Ho parlato dello “stato delle cose”, nel passato, nel presente, in un recente incontro con il prof. Giacomo Daniele Fragapane.

È stato un incontro molto informale, seduti ad un bar al centro di Piazza Bologna a Roma. Abbiamo iniziato a conversare piacevolmente di infinite tematiche, dell’evoluzione della fotografia che abbiamo vissuto entrambi in settori di attività diversi. Avessi registrato tutto ne sarebbe uscito materiale interessante per altri articoli… ma avrei rischiato di ritrovarmi il cellulare scarico proprio quando  gli ho chiesto di raccontare per i lettori le sue esperienze…

“Il rapporto tra l’Università e la Fotografia, nella mia personale esperienza è stato molto complesso, negli anni travagliato. All’inizio degli anni 2000, quando ho iniziato il dottorato di ricerca nella Facoltà di Lettere, alla Sapienza dove mi sono laureato, il disinteresse nei confronti della fotografia era pressoché totale.

Ero appassionato di fotografia, all’epoca facevo anche il fotografo, lavoravo, volevo fare quello, volevo portare la fotografia dentro l’Università, mettendo anche le mie conoscenze tecniche in aggiunta alle mie competenze di studioso, storiche, filologiche, teoriche.

Alcuni professori di quegli anni avevano veramente un atteggiamento di totale noncuranza per il mezzo fotografico. Uno mi rispose: “la fotografia non è interessante perché le fotografie non si muovono”, una frase che testimonia di un pregiudizio nei confronti del mezzo che ha in realtà una radice antica.

Ieri ho fatto un intervento su un libro (L’evento nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, di Tommaso Pincio) che in sostanza parla della ricezione di Walter Benjamin nella cultura italiana degli ultimi anni, e già nel celebre saggio sull’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica di Benjamin trovi questa idea del cinema come superamento tecnologico della fotografia. In realtà Benjamin non dice questo ma tendenzialmente per chi si occupa di immagini in movimento la fotografia è stata vista come una cosa arretrata e superata rispetto al cinema, alla video arte, al video, al documentario. Cioè tutte le forme che usano l’immagine tecnologica come narrazione. L’idea di usare un mezzo tecnologico (ovvero non il disegno o la pittura) per produrre immagini singole, sintesi temporali, ci ha messo, nella mia esperienza, molti anni per essere accettata all’Università (per fortuna oggi le cose sono molto diverse).

Questo nello specifico del contesto accademico, nella mia esperienza, negli ultimi 10-20 anni. È il periodo in cui la fotografia si è costruita un riconoscimento accademico. Prima c’erano alcune figure importanti che hanno lavorato in questa direzione, storicamente uno è stato Ando Gilardi.

Claudio Marra negli anni della mia formazione è stata una figura di riferimento, però erano dei singoli. Marra da storico dell’arte ha avuto sempre un interesse per la fotografia e quindi in quel caso ha lasciato anche un’impronta nell’accademia. È stato uno studioso per me molto influente quando ero studente, mi ha aperto gli occhi su tutto il mondo della teoria fotografica.

Lo stesso si può dire di Marina Miraglia, che però ebbe un impatto minore sull’accademia e un riconoscimento più tardivo in quanto si occupava principalmente dell’Ottocento.

Con la mia tesi di laurea, dedicata al regista polacco Kieslowski e in particolare a un suo cortometraggio intitolato appunto La fotografia, ho cominciato a capire che esisteva un campo di studiosi, storici, teorici della fotografia, e che la fotografia era un mondo che come il cinema, come l’arte contemporanea, come la letteratura, aveva i suoi casi di studio, la sua estetica, i suoi dibattiti critici, e da lì è un poco partito tutto.

Come dicevo, il percorso è stato tortuoso. Dapprima, malgrado cercassi in ogni modo di occuparmi di fotografia, per un paio di anni ho insegnato nell’area, all’epoca pionieristica, delle nuove tecnologie digitali. Il corso si chiamava Teoriche dell’immagine elettronica per lo spettacolo.

 

Giacomo Daniele Fragapane. Brecht, la Fotografia, la Guerra. Postmedia data editore

 

Poi ho iniziato a collaborare con Marina Miraglia che insegnava Storia della fotografia a Roma 3, ed essendo una importante filologa e ottocentista, tramite Marina ho scoperto tutta la fotografia storica, le tecniche dell’ottocento, i fotografi artigiani, gli strumenti arcaici, cosa si poteva fare con le emulsioni artigianali, con i viraggi e via dicendo.

In quegli anni ero anche assistente del fotografo di architettura e paesaggio Roberto Bossaglia, marito della Miraglia e docente all’Accademia di belle arti di Roma.

Gradualmente, nella mia esperienza, la fotografia, da un ruolo quasi di paria nel contesto delle immagini, è diventata un territorio di contesa tra differenti ambiti disciplinari, ognuno dei quali rivendicava una sorta di diritto di proprietà su quel campo di studi.

 

Giacomo Daniele Fragapane. Davanti a una Fotografia. Bonanno editore

 

Quali sono questi ambiti disciplinari? In sintesi, il primo raccoglie naturalmente, a buon diritto, gli storici dell’arte, i contemporaneisti in particolare, che hanno considerato la fotografia una naturale filiazione della storia dell’arte  moderna. Il che è paradossale perché per un verso è vero ma è anche vero che alle origini della fotografia, Baudelaire ce lo insegna, furono proprio artisti e storici dell’arte a disprezzare il mezzo fotografico perché la tecnica uccideva l’aspetto ideale della creatività artistica.

Fatto sta che oggi gli storici dell’arte si occupano spesso, anche molto bene, di fotografia e l’hanno rivendicata sin dall’inizio come un loro territorio.

Poi ci sono gli storici del cinema, tra l’altro è un contesto al quale io appartengo perché mi sono formato in quell’ambito lì, diciamo i Dams: la fotografia rientra nella denominazione dell’ambito disciplinare anche se di fatto siamo pochissimi a occuparci di fotografia. Negli ultimi anni qualcuno di più. Quando ho iniziato ero praticamente l’unico, grossi riconoscimenti accademici non si sono visti nel tempo. C’è poi una pletora di studiosi che, chi per un motivo, chi per un altro, e anche poggiando su tradizioni importanti, ad esempio i sociologi, penso a Bourdieu, gli antropologi, penso ai tanti casi di uso della fotografia in contesto antropologico dall’ottocento in avanti, dalla fotografia positivista in poi, i mediologi, gli storici, che ovviamente tendono a considerare la fotografia un documento d’archivio utile per ricostruire eventi e si preoccupano della fotografia come fonte storica più che come pratica autoriale.

Come ho detto la fotografia è stata e parzialmente continua a essere contesa tra differenti ambiti.

Ci sono stati nel tempo diversi convegni dedicati a questo problema, che hanno tentato di sviluppare approcci interdisciplinari al medium; un primo evento importante, intitolato Fotografia e Università, si è svolto a Cinisello Balsamo nel 2008, al Mufoco Museo di fotografia contemporanea.

 Poi c’è stato un convegno a Noto, in Sicilia, nell’ottobre 2010 organizzato dalla Società italiana per lo studio della fotografia (SISF). All’epoca ne facevo parte e ho partecipato all’organizzazione del convegno e alla cura degli atti. Poi ce ne sono stati  vari altri; ad esempio uno a Ravenna nel 2013, e due nel 2017, a Roma e Urbino, sulla didattica della fotografia.

In tutti questi convegni tendenzialmente si partiva sempre dallo stesso concetto. Venivano coinvolti studiosi di differenti aree che avevano fatto ricerca sulla fotografia e in sostanza ognuno tirava l’acqua al suo mulino, presentava i suoi casi di studio e alla fine si tiravano le somme, auspicando ecumenicamente che nascesse un’area disciplinare specifica per la fotografia e che finalmente le fosse riconosciuto quanto le spettava.

 

 

Giacomo Daniele Fragapane. Paolo Gioli. Cronologie. Johan & Levi editore

 

 

Fino ad ora nessuno di questi auspici è stato tradotto in pratica. Aggiungo (nel mio caso è una esperienza tardiva) che negli ultimi anni ho riscontrato interesse nell’ambito degli architetti e del design. Il design in particolare legato alla comunicazione visiva, per esempio la grafica, la progettazione editoriale, la storia dell’editoria, ecc. Giocoforza a un certo punto ci si è dovuti accorgere che la fotografia era un gigante ignorato, e negli ultimi anni più di una volta ho incontrato studiosi che da questo ambito si stanno sempre più orientando verso la fotografia e considero tutto questo un segnale molto positivo, nella direzione di un approccio interdisciplinare che nella mia formazione e per il tipo di studi che ho fatto ho sempre considerato l’ambito tipico in cui la fotografia si deve esprimere.

La fotografia per me è un mezzo per definizione interdisciplinare ovvero che mette in connessione conoscenze e ambiti diversi (in alcuni scritti l’ho definita un terreno di “snodo”) e pretendere di metterci sopra un diritto di prelazione è un approccio che secondo me non va a vantaggio della fotografia, ma semplicemente la limita e ne ritarda l’affermazione come ambito culturale in senso lato. Nelle grandi università di tutto il mondo, esistono non solo corsi di storia della fotografia ma addirittura dipartimenti incentrati su questo medium esemplare della modernità, e quindi non avrebbe senso in Italia chiudersi su questioni disciplinari specifiche, mancando un’occasione storica in cui si assiste a un riconoscimento universale.

Il mio bagaglio di conoscenze, e la convinzione profonda che si possa affrontare, insegnare e dall’altro versante, dalla parte degli studenti, apprendere la fotografia solo in un ambito di studi interdisciplinari, ho cercato di metterlo a frutto nell’ultima fase della mia esperienza didattica.

Ho tenuto un insegnamento di Fotografia a Siena nell’ambito della Scuola di specializzazione in beni storico-artistici che è una specialistica in storia dell’arte molto avanzata con una grande attenzione alla fotografia, specie la fotografia storica, (prima di me l’insegnamento era stato tenuto da Marina Miraglia). Mi sono trovato in un contesto ottimale per quanto riguarda gli studenti nel senso che non avevano nessun problema a studiare libri di fotografia, ad approcciare la teoria, a conoscere le tecniche dell’ottocento; però lì il problema subentrava con la pratica. Nel senso che non avevano la minima idea di come si usasse una macchina fotografica. Cioè le competenze storiche, filologiche e teoriche nell’Università  sono sempre state per lo più considerate qualcosa di separato, di sganciato dalla pratica fotografica, cosa che invece oggi per il mio modo di insegnare è fondamentale.

È importante che uno studente conosca la storia della fotografia o si faccia un’idea di cosa è la teoria fotografica, legga che ne so “La Camera Chiara” o appunto i saggi di Benjamin, o approfondimenti tematici più recenti, se vuole lavorare su ambiti particolari, se non ha mai letto nulla, e a tempo stesso si misuri col mezzo, con la tecnica per produrre qualcosa di originale. Questa libertà di azione e anche apertura da parte degli studenti l’ho trovata negli ultimi anni insegnando in un contesto differente. Ma forse è solo un segno di come i tempi siano cambiati.

Ora insegno in un dipartimento di Design nella Facoltà di Architettura, sempre alla Sapienza, e in molti casi trovo studenti che per formazione comprendono questa idea, perché ne conoscono i fondamenti: per esempio il disegno tecnico, la prospettiva, la storia della riproducibilità tecnica, dei mezzi connessi alla progettazione architettonica, anche del banco ottico, degli strumenti storici che gli architetti hanno sempre utilizzato per tradurre i loro edifici in immagini che fossero fedeli ai disegni originari, quindi in bolla, col controllo degli assi della prospettiva, ecc. Gli architetti capiscono che c’è una tecnologia fotografica che risale agli apparecchi ottici dell’800, e prima ancora alle tecniche del disegno architettonico, che è complessa e che presuppone anche una conoscenza delle teorie della prospettiva, della matematica, dei principi geometrici che ci sono dietro.

Questa cosa la intuisce anche uno studente di architettura alle prime armi, e quindi è più ben disposto ad un approccio diciamo così complesso alla tecnica fotografica rispetto ad uno studente di aree meno vincolate da strumenti tecnici e che tende a pensare che alla fine oggi col telefonino possiamo fare qualunque cosa, con Photoshop possiamo correggere qualunque cosa e quindi non vale la pena di fare la fatica di imparare la fotografia, analogica o digitale che sia (i principi di fondo sono gli stessi, soprattutto in senso tecnico).”

D: Puoi accennare al tuo attuale metodo didattico?

“Come sintesi estrema, quello che chiedo agli studenti, il mio esame, consiste in questo: presentare un progetto fotografico, ovvero presentare un’idea, che può essere la più vaga possibile, dal ‘voglio fare fotografia di strada nella via dello shopping della mia città’, al ‘voglio fare un lavoro di ritratto di adolescenti’, oppure fotografare oggetti appartenenti a una certa tipologia (etnici, tecnologici, ecc.) o anche, al limite, usare la fotografia ‘per raccontare un certo periodo della mia vita’, e via dicendo, insomma qualunque cosa, purché il progetto sia documentato e originale. Stabilito il tema, lo studente deve fare una piccola ricerca bibliografica per capire che cosa è stato pubblicato su quel tema. Molte volte sono io a suggerirgli dei testi, e deve scegliere un libro per approfondire il tema. Dopo aver studiato questo libro che diventa materiale d’esame, il progetto viene messo a punto, con la sua bibliografia, dopodiché comincia a scattare e l’esame consiste semplicemente nelle varie revisioni del progetto; durante le revisioni si ragiona sulla composizione, sull’editing, su come costruire una sequenza, come fare una didascalia, come impaginare.

Generalmente sprono a lavorare non sulla singola fotografia ma su una simulazione di libro fotografico, ovvero su una idea di fotografia che si misura con una sequenza di immagini e sviluppa un discorso articolato e complesso.

Alla fine l’esame non è altro che una discussione sul progetto a partire dal libro che è stato approfondito. In sintesi cerco di integrare teoria, storia e pratica fotografica, nel modo più semplice  possibile per uno studente alle prime armi.”

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

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