“Derrière la gare Saint-Lazare” fu scattata a Parigi nel 1932. Henry Cartier Bresson continuò a fotografare a Parigi negli anni ’40, durante la liberazione della città nel 1944. “Rue mouffetard”, alla quale ho dedicato un lungo articolo fu scattata nel 1954. Il “bacio della liberazione” a Parigi è una immagine iconica, un soldato americano che bacia una donna francese durante la liberazione della città il 25 agosto 1944. Scattata da Robert Capa, cattura l’euforia e la gioia del momento, simboleggiando la fine dell’occupazione nazista e il ritorno alla libertà. Robert Doisneau, 9 marzo del 1950, realizzò “Le Baiser de l’hotel de ville”. Che sia una foto staged non ha la minima importanza, attorno ai protagonisti ruota un mondo vero, sereno, non è solo una foto: è un’icona, un sogno, un simbolo. L’uscita dalla guerra, verso la ricostruzione.

Ce ne sarebbero altre degne di nota, ma quello che conta è lo spirito del tempo in cui vennero realizzate. Tempi che ovviamente non ho vissuto direttamente, ne ho vissuti di parzialmente simili quando tra la fine degli anni ‘70 ed inizio ‘80 stavamo uscendo dagli anni di piombo. Ricordo Garibaldi, mitico trombettista ambulante di quegli anni. Entrava nei ristorantini di Trastevere, di Testaccio, faceva un breve giro tra i tavoli, suonando ‘bandiera rossa’ o altro. Ricordo negli stessi ristornantini “la morte in vacanza” emaciato, forse emo ante litteram, vestito di un nero sul polveroso, con una chitarra semisfondata, con 4 o 5 corde scordate. Non sapeva suonare, però (secondo lui) sapeva cantare. Terminava ogni canzone con un acuto lancinante, sbattendo le tremule palpebre. Si dava qualche soldino anche a lui, purché andasse a cantare altrove. Senza nemmeno accorgercene volevamo bene ad entrambi.
Come del resto ho voluto bene ad Alfonso Perrotta, barbone, filosofo alcolizzato. Personaggi del genere sono praticamente estinti in città, forse ad aver fortuna se ne trovano in qualche periferia o paesino. Era un sereno ‘bien vivre’, nel rispetto reciproco, bastava poco.
Guardo le molte foto di molta street odierna, è un triste e cupo fluire affrettato di gente al quale non riesco a dare un senso. Forse però il senso profondo è non avere alcun senso, non c’è alcuna prospettiva positiva, nessun ‘bien vivre’. Il ‘bien vivre’ è un’espressione francese che si traduce letteralmente con “vivere bene” o “vivere felicemente”. In generale, si riferisce a uno stile di vita armonioso, confortevole, e soddisfacente, che può includere sia il benessere materiale che quello interiore.
Siamo una umanità sempre più incattivita, sempre meno umana, molte foto street lo testimoniano inconsapevolmente. In più in social quanto nel reale, ho la sensazione che veniamo istigati ad odiarci a vicenda, ad odiare il diverso, in fondo a isolarci, pur stando in una massa.

Non c’è la serena coralità di viversi vicini, gioiosamente, scambiando magari quattro parole con un qualsiasi passante. Vogliamo continuare così? È indispensabile uno ‘slow down’, dobbiamo rallentare in questa corsa assurda che ci fa stare male tutti. A volte penso che la pace piacevole si possa raggiungere solo nell’intervallo tra due guerre. Davvero ci vuole una bella guerra per sfogarci ben benino e poi riscoprire la serenità? Penso che il pericolo sia dentro noi, non fuori!
Per fortuna non tutti tutti i fotografi documentano questo stato di cose, alcuni riescono ad evadere in modo piacevole, trovano nicchie, in Italia o all’Estero dove può esserci ancora un sorriso e ce lo fanno vedere. Credo che un fotografo debba prima di tutto trovare la strada per se stesso, attraverso le sue scelte, nel rapporto con gli altri, per poterla indicare e condividere con le sue fotografie.
Mi è capitato spesso di osservare quel “bien vivre” nelle foto di Francesco Ruffoni che ho conosciuto al Semplicemente Fotografare Live del 2017 in occasione di una sua esposizione. Ormai da anni si è trasferito a Chiang Mai, ne seguo le fotografie su FB. Mi colpiscono per la capacità di Francesco di entrare in punta di piedi nel caos sereno della vita che scorre, tutta in strada, in quella città.

Apparentemente non esiste una privacy da salvaguardare, non c’è motivo di proteggerla, nessuno giudica l’altro, ci si vive accanto serenamente, ognuno fa disinvoltamente quello che gli va di fare, senza disturbare altri, sempre rispettandoli. Percepisco in molte sue foto una sorta di ‘coralità’ che da noi in Italia abbiamo per lo più perso. La ricuperiamo solo talvolta in certe processioni o eventi legati al sacro, ma è una parentesi nel corso di un anno. Così ho contattato dopo anni Francesco Ruffoni, gli ho chiesto di raccontarsi con parole e fotografie…..

“Chiang Mai e’ una città che si trova fra le montagne del nord della Thailandia, ha un piccolo centro storico e in pochi giorni di cammino si può visitarla tutta. La prima volta che venni qui fu il 2016 durante uno dei miei viaggi in Asia che facevo quasi annualmente allora quando ancora vivevo in Italia. Fin da subito questa città mi colpì e impressionò per la sua urbanistica che assomiglia alla mia città natale, Bologna. Il centro storico di Bologna è all’interno di mura e porte costruite durante l’epoca medioevale, anche Chiang Mai ha il centro storico (anche se più ristretto) all’interno di mura e porte storiche.
Queste due città hanno un’altra cosa che le accomuna: Bologna ha come belvedere la chiesa di San Luca da dove si può ammirare l a città’ dall’alto, Chiang Mai ha un tempio buddista il Wat Doi Suthep posizionato anch’esso sulla cima della montagna circostante da dove si può ammirare la città dall’alto.

Questa situazione di somiglianza strutturale mi ha creato un forte impatto emotivo facendomi sentire subito a casa, riflettendo fra me e me mi dissi: chissà se un giorno avrò la possibilità di vivere qui, allora ero ancora in alto mare per quanto riguarda molteplici situazioni ma giorno dopo giorno ho creduto nel mio progetto di spostamento e come dicono gli inglesi “The Dream Come True”…
Cosi’ nel 2019 ho preso la decisione di trasferirmi qui a Chiang Mai per 6 mesi, che poi con il passare del tempo sono diventati quasi 6 anni ad oggi. Giorno dopo giorno ho realizzato un progetto fotografico a lungo termine, in bianco e nero, cercando di raccontare attraverso la fotografia la quotidianità delle persone locali. Senza esasperazione o fretta, usando rispetto e senza avventarmi sulle scene cerco di seguire il flusso della vita lenta thailandese, ancora originale.
Mi diverto molto a fotografare le persone, le loro azioni, i loro modi di essere, le espressioni e tutto ciò che attira la mia curiosità, molte volte mi capita di non fotografare nulla, mi basta il momento di essere lì e vivere situazioni semplici così da riempirmi il cuore, l’anima e fare il pieno di energia positiva. Amo camminare a lungo con la fotocamera al collo. Li chiamo “chilometri di fotografie” perché in questi anni ho solcato le strade di questa città centinaia di volte fra mercati, templi, celebrazioni, perdendomi molte volte con piacere fra le sue piccole vie.
Per fotografare una città bisogna viverci, solo cosi’ si può entrare davvero nella realtà che ci circonda, respirare i profumi, provare il loro cibo, parlare con gente sconosciuta che si incrocia per strada, così facendo creo la sinergia giusta fra me e i miei soggetti. Con questa mentalità e voglia di mettermi in gioco divento uno di loro e tutto diventa più facile, le persone mi vedono passare tutti i giorni e alla fine si crea una connessione di “affidabilità reciproca” che mi permette di essere quasi invisibile e poter scattare senza deturpare la scena naturale.
Non mi sento un fotografo di strada ma solo un grande appassionato di fotografia, le mie prime foto ‘serie’ ho iniziato a farle alle etnie tribali del Myanmar circa 10 anni fa con dei ritratti di viaggio.
Mi ricordo che allora preparavo i miei viaggi diversi mesi prima, studiavo attraverso ricerche approfondite le condizioni sociali, ambientali e culturali del paese che avrei visitato, cercando di capire il più possibile che cosa mi aspettava in loco e questo mi servì e mi serve ancora oggi come miglior approccio ad una cultura diversa dalla mia. In seguito ho sviluppato alcuni progetti fotografici più consistenti come “Un Battito d’ali” e “Sepak Takraw”.
Per me la Fotografia e’ una sola. Può comprendere in sé diverse tipologie ‘umanistiche’ se così le posso definire, come i ritratti, story telling, reportage, street photography. Vanno tutte a braccetto, possono dialogare fra loro senza necessariamente fare classificazioni.
Un’altra cosa fondamentale che non cambierei con nessuna altra cosa di valore al mondo e’ il tempo…Mi aiuta a capire le persone, entrare nella cultura e ragionare più razionalmente sulle scelte che faccio ogni giorno. Prendere coscienza del tempo che ho a disposizione mi rende più libero, più rilassato, mi da inoltre la possibilità di tornare in un posto più volte se ritengo che li potrebbe venire fuori una buona fotografia.
Esco tutti i giorni a fotografare, vagabondo per la città quando sono stanco mi siedo, mi riposo, amo mangiare frutta esotica per poi ripartire a camminare ancora… Come se avessi una voce interiore che mi spinge a tutto ciò, come un ossessione compulsiva per la fotografia, che mi fa stare bene con me stesso, mi da soddisfazione e riempie le mie giornate.

Quando fotografo cerco di mettere un’idea all’interno del fotogramma, cerco di dare un’impronta a ciò che vedo, a ciò che vivo, alle volte immagino una scena mi fermo aspetto, proseguo, ritorno, magari quella scena non esce ma ne esce un’altra diversa altrettanto forte, oppure lascio stare se vedo che e’ solo una forzatura… Cerco di mettere dentro alle mie fotografie ciò che sono, ciò che sento e quando tutto confluisce è pura magia.
Ho sempre avuto la sensazione che fotografare qui a Chiang Mai e in Asia sia più facile che in Italia e in Europa, qui le persone sono più aperte mentalmente nei confronti di una persona che sta facendo foto in mezzo ad una strada, alle volte sono quasi disinteressati perché magari presi da cose più importanti.

Quando invece fotografo in Italia vedo e sento le persone più schive, pensano che le fotografie chissà dove vanno a finire. Mi approccio sempre delicatamente e col sorriso, tuttavia un paio di volte in Italia ho avuto qualche problema con alcuni individui che non stavo nemmeno fotografando. A volte ci penso e rifletto ma poi mi dico non sto facendo niente di male a nessuno e continuo per la mia strada.
Penso anche che un buon occhio allenato possa aiutare nella fotografia, soprattutto al mattino o nelle prime ore che scatto il mio cervello è più riposato e più propenso a captare, come se fosse un radar c14 che registra ciò che mi accade attorno. Cerco di sfruttare queste ore al meglio perché secondo me sono quelle che danno i migliori frutti fotograficamente parlando.

Per quanto riguarda la mia attrezzatura fotografica è minimale, composta da un solo corpo macchina e da un solo obbiettivo grandangolare, lo zoom sono le mie gambe, non sono mai stato un appassionato dell’ultimo modello o di avere grandi quantità di lenti, le mie ultime macchine fotografiche sono state delle entry level. L’importante che la macchina funzioni e scatti poi il resto viene da se…
Per quanto riguarda la post produzione in bianco e nero delle mie foto tendenzialmente mi piace che i grigi vengano fuori il più possibile, così si da la possibilità a chi guarda le fotografie di “vedere” tutto ciò che l’occhio umano può trasmettere al cervello. Secondo la mia opinione per esempio, se in post produzione si usano i neri molto forti, a volte abbiamo il soggetto o l’azione principale nella foto che vanno ad impattare troppo sullo sfondo che magari è nero pure quello, facendo perdere così la forza della foto stessa, creando confusione al fruitore. I grigi un po’ aperti aiutano a delineare i particolari soprattutto su una foto con più ‘centri’ di interesse. Poi i gusti sono gusti…
Un’altra ruolo non meno importante quando fotografo lo gioca la fortuna, aiuta molto, non è un fattore da sottovalutare. Essere presenti in un determinato posto, in un momento specifico che non si ripeterà mai più con la macchina fotografica al collo non è roba da tutti i giorni… Poi sta in noi avere la capacità’ di vedere la foto e scattare.
Credo ancora fortemente nella stampa fotografica, non c’è cosa più bella del potere toccare e osservare le foto su carta e sfogliare libri fotografici. per poter condividere la mia esperienza con altri.”

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