Nel commentare i progetti che ho ricevuto, questo è il primo, mi preme sottolineare una cosa, per me importante. Non intendo assumere il ruolo di lettore o di critico, sarei troppo personale, preferisco cercare di calarmi nei panni dell’osservatore. Magari un osservatore con una certa cultura ed esperienza in campo fotografico, ma pur sempre osservatore. Non dissimile ad una moltitudine di osservatori che visitano una esposizione, ognuno con i suoi gusti, conoscenze ed esperienze pregresse.
Ritornando ai miei anni, lontani nel tempo, di collaborazione con varie riviste, era il caporedattore o il direttore la persona alla quale proponevo un progetto. Potevo avere un rapporto di amicizia, di dialogo, con loro, ci conoscevamo reciprocamente. Però nell’esaminare una mia proposta tutto ciò cadeva in secondo ordine. Contava solo che con quel progetto potesse essere raggiunto il target, il lettore e osservatore. Il e la persona preposta potevamo avere gusti e pensieri simili ma era ininfluente.
L’obiezione più diffusa a questo modus operandi è: se un autore cerca di soddisfare il fruitore perde se stesso, appiattisce il suo operato per seguire gusti correnti o mode. Può in effetti succedere, ci sono in ogni campo creativo autori “piacioni”, riescono a raggiungere il successo, va bene così. Altrimenti è un equilibrio non semplice tra l’esprimere se stessi e il riuscire comunque a comunicare, dato che il fine è quello. Dunque il mio fine, esaminando i progetti che mi vengono proposti e il cercare di capire se possono arrivare, essere recepiti dall’osservatore.

Mi è capitato spesso in esposizioni realizzate con amici, o in mostre visitate, di soffermarmi ad osservare il fruitore. Addirittura talvolta, se ero io ad esporre, di provocarlo sottilmente, in fondo ogni opera deve almeno un poco provocare. Non di rado gli osservatori sono bulimici, divorano rapidamente con gli occhi specie in quest’era di fotografia liquida che vede scorrere migliaia di foto in un social per affondare rapidamente. Il tempo di attenzione può essere anche dell’ordine di pochi secondi. Vi sarà certo capitato di leggere articoli su riviste on-line, all’inizio del testo si trova spesso scritto: tempo di lettura 3 minuti. Allucinante? Sì, allucinante.
Nel reale non è molto diverso, quindi è imperativo riuscire a suscitare la curiosità, a catturare l’attenzione dell’osservatore entro il più breve tempo possibile. Prima di tutto l’osservatore in una mostra da una rapidissima occhiata alle fotografie esposte, si e no si ferma a leggere il titolo di un progetto. Se è incuriosito, ritorna, si sofferma, osserva nuovamente e legge il testo esplicativo. Se il testo è troppo lungo passa oltre, cerca di capire lo stesso. Per questo ho chiesto di limitare la spiegazione di ogni progetto a pochissime righe. Il curriculum dell’autore in questa sede è almeno inizialmente poco importante, può essere una conferma della validità e preparazione dell’autore o utile per comprenderne meglio le tendenze artistiche.

Letizia Rostagno, diplomata all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ha esposto in mostre collettive e personali, si è dedicata all’organizzazione e cura di mostre, progetti artistici ed editoriali.
“War. Il gioco della guerra” è un progetto finito, già esposto, recensito, tuttavia mi piace cercare di parlarne, a modo mio.
Inizio dal titolo, senza leggere la descrizione, scorro visivamente le foto. Capisco che è un progetto concettuale, a partire dalle foto deve suggerire riflessioni sulla nostra situazione attuale. Ormai da anni siamo immersi in un clima di guerra, catturati nostro malgrado nel gioco perverso della guerra che viene rappresentato fotograficamente. Sembra, già visivamente, che non possa esistere una logica diversa da quella della guerra, anzi peggio si tratta di soppressione, resa e annientamento del debole. Una guerra si combatte ad armi pari. Qui c’è un forte e un debole, ha un perverso fascino il potere, ha mille arti per esercitare la sua supremazia, travalica ogni possibile etica, non c’è alcun valido motivo se non quello del potere per il potere.
La rappresentazione del potere viene messa in scena attraverso il burlesque, un genere di spettacolo satirico nato in Inghilterra nel XVIII secolo. Il fascino della divisa, del potere, dalla parte opposta l’ingenua malleabilità del goffo elefantino rappresenta il popolo inerme che non può opporre alcuna reazione.
Passo quindi a approfondire il testo esplicativo del progetto.
“Guerra giusta, strategica, dei nervi, dei sessi, commerciale, di religione… con la divisa, di pensiero, in qualsiasi forma e anche sotto mentite spoglie, guerre di ogni tipo e forma hanno luogo ogni giorno e a ogni latitudine sotto il nostro cielo.
Nonostante i diversi pretesti che vengono portati a giustificazione, POTERE e DENARO rimangono le due sole e vere motivazioni e mai come oggi la massima di Tucidide secondo cui “i forti fanno ciò che devono fare e i deboli accettano ciò che devono accettare” è una minaccia per la sopravvivenza della specie umana.”
Il progetto è organizzato in tre dittici, più una foto singola staccata dalle altre, la conclusione. Ogni foto ha il calce un commento testuale.
Regole del gioco:
- 1- Individuare il soggetto più debole.
- 2- Fargli paura con i metodi più diversi, con convinzione e fare autorevole, e sventolandogli davanti più pericolose conseguenze.
- 3- Se ciò non basta, minacciarlo personalmente e in modo inequivocabile.
- 4- Se necessario alla riuscita dell’operazione, procedere senza scrupoli alla soppressione perché sia di monito per altri.
- 5 e 6- Dopo la vittoria rassicurare i vinti e mostrarsi amici e collaborativi, desiderosi di instaurare buoni rapporti e, se possibile, far dimenticare il passato.
- 7- Essere sempre pronti a ricominciare il gioco se utile.
A questo punto analizzo la relazione tra ogni foto e la sua didascalia esplicativa.
Devo dire che la prima foto non mi convince appieno, e nemmeno mi convince la didascalia. Nell’inquadratura il debole è rappresentato in un angusto territorio delimitato da sbarre. È un terrazzino o un ballatoio ma il significato è quello di una prigione ineludibile. Bene, però secondo me stride con ‘Individuare il soggetto più debole’. Se penso all’individuare mi viene in mente un riconoscere in una moltitudine, come quando in mezzo ad una folla si riconosce, si individua tra altri, un amico. In questo caso non c’è secondo me una individuazione, non ci sono possibili alternative. Capisco la necessità di una astrazione mentale per comprendere, non era facile mettere in atto la rappresentazione di quell’individuare in un’altra location.
Visivamente, concettualmente, avrei preferito che l’elefantino, il soggetto più debole fosse identificato in una moltitudine. Tipo in attesa alla fermata di un autobus, in fila alla cassa di un supermarket. Ovviamente a portare a passeggio con sé un gigantesco pelouche di elefante, vestendo panni militareschi, si rischia l’intervento di una qualche ambulanza del centro salute mentale. Anche se credo che in una città tollerante, aperta al nuovo e all’arte come Bologna una performance del genere potrebbe passare inosservata.
Resta il fatto che, guardando con gli occhi dell’osservatore non con quelli del critico, correlando la prima foto della serie alla sua didascalia, trovo l’insieme debole, ed è un peccato perché si tratta della foto di apertura. Forse, non potendo ambientare la rappresentazione altrove si potrebbe risolvere semplicemente modificando la dida: “emarginare il soggetto più debole”. L’inquadratura rende il senso dell’emarginazione.
Le foto 5-6 e relative didascalie in verità mi suscitano un poco di perplessità: “Dopo la vittoria rassicurare i vinti e mostrarsi amici e collaborativi, desiderosi di instaurare buoni e, se possibile, far dimenticare il passato”.
La 4 foto e dida spiegavano: “Se necessario alla riuscita dell’operazione, procedere senza scrupoli alla soppressione perché sia di monito per altri.” Se si opta per una lettura didascalica, appare che il debole sia stato soppresso, ma i vinti debbano essere rassicurati, la vita continua. Insomma sembra un poco incongruo, di non facile interpretazione.
A pensarci una delle due figure rappresenta tutti i poteri possibili, l’altra tutti i deboli possibili, ne viene soppresso uno ma restano gli altri. Ad essere pignoli, troppo con i piedi per terra, si possono percepire delle incongruenze, dal un punto di vista concettuale, simbolico, più astratto dal contingente, il progetto è di forte impatto emozionale.
La foto n.7 è perfetta, molto forte, il potere punta la pistola contro l’osservatore, sarà una possibile prossima vittima… “Essere sempre pronti a ricominciare il gioco”, se utile.

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