Qualche giorno fa ho letto in un post su Facebook: “ragazzi vado a Pisa, che mi porto?” ad illustrare il post c’erano due Leica, una analogica, una digitale. Eh l’imbarazzo della scelta! Immagino le abbia fotografate con una terza fotocamera digitale, non credo che per fotografare due fotocamere, con quel che costa la pellicola si usi scattare in analogico. Mi sono domandato se il vero senso del post fosse semplicemente quello di dimostrare il possesso di ben due Leica o se veramente chi aveva postato si attendesse suggerimenti per la scelta. Essere o avere? o avere per essere? This is the question.
Mi venne da consigliargli di portare con se una bottiglietta da mezzo litro di acqua minerale, che nei dintorni alla torre di Pisa le vendono a 5 €. I suoi amici si prodigarono in consigli. Vai a sapere quale sia stato l’esito fotografico di tale scelta, tornai a cercarlo e non trovai nulla di nulla.
Ho ripensato a quel post per scegliere due progetti che mi sono stati proposti. Entrambi sono stati realizzati con uno smartphone. Sappiamo tutti benissimo che ormai da molti anni lo smartphone è stato sdoganato anche nella fotografia professionale. Non è dunque questo a colpirmi, è l’atteggiamento riguardo il nostro hobby preferito: scattare fotografie. Anche riguardo la progettualità. Si pensa anche troppo a come realizzare un progetto, partendo dal mezzo fotografico che si adotterà in ripresa, poi scervellandosi su cosa mettere nel progetto. Non è che sia un modus operandi sbagliato, la scelta del mezzo ha sempre influenza sul risultato. Una fotocamera non vale un altra.
A volte il problema è la scelta del soggetto da raccontare in un progetto, c’è il rischio di non “sentirlo”, di non riuscire ad entrarci veramente dentro, come se il realizzare un progetto fosse una forzatura, un qualcosa che comunque prima o poi dobbiamo realizzare per sentirci fotografi. Enrico Amati e Mauro Franzini non sono andati lontani nel cercare il tema conduttore del loro progetto, l’hanno trovato nel raccontare la loro vita quotidiana.
Di Enrico Amati, dell’uso dello smartphone anche per fotografare seriamente, ho parlato tempo fa in un articolo. Chi volesse risalire la corrente come un salmone per ritrovare un altro suo progetto può farlo. Nelle sue prime realizzazioni esagerava alquanto con una postproduzione attuata dal telefonino, gli ho consigliato di limitarla, il contenuto degli scatti era tuttavia interessante. Mi ha ascoltato.

“PESCA AMATORIALE” è il titolo del progetto di Enrico Amati, basta leggerlo e osservare le foto per capire, di cosa si tratta. Salta immediatamente agli occhi che la barca da pesca è un pedalò con scivolo, tra gli astanti uno indossa una maglietta con scritto “staff”, evidentemente non sono pescatori abituali. Le foto del progetto sono 6 non 7, bastano a raccontare quanto accadeva. Passo a leggere la descrizione del progetto:
“Anche questa stagione balneare è finita. Un silenzio surreale caratterizza la fine di settembre. Un sole gentile illumina i nostri sorrisi e come da tradizione bagnini, spiaggini, baristi, camerieri, ormai liberi da ogni responsabilità lavorative allo stabilimento, possono finalmente abbandonarsi a questa ludica attività.
Tutti proviamo a pescare qualcosa ,ma la vera felicità non è determinata da un eventuale cenetta tutti insieme, ma dalla sorpresa che si prova a riascoltare finalmente il rumore del mare.”

Torno a osservare con più attenzione le foto del progetto, soffermandomi su ognuna. Tutto combacia con testo che accompagna il progetto. Nella prima foto degli uomini stanno spingendo un pedalò oltre la successione di secche vicino a riva. Un altro corre in loro aiuto. La luce è morbida, dalle ombre è apparentemente tardo pomeriggio, il cielo è nuvoloso ma non minaccioso, in lontananza si vede il centro abitato. Il luogo è Nettuno, Comune di Roma. So che lo stabilimento dove lavora Enrico è lì ma al fine del racconto è ininfluente.

Nella seconda foto uno di loro, restato sulla spiaggia, li osserva allontanarsi. Bello il particolare delle scarpe abbandonate momentaneamente sulla sabbia. Le ritroveremo nella terza e quarta inquadratura. Sono una sottile allusione, rappresentano simbolicamente la presenza del fotografo?
Mi piace crederlo anche se è solo una illazione un poco romantica. Certo è che Enrico le ha incluse nelle inquadrature, avrebbe potuto evitarle, invece quelle scarpe sono in qualche modo protagoniste.
Nella terza foto i “pescatori amatoriali” rientrano, l’omone sulla spiaggia li vede arrivare, indossa una maglietta bianca con la scritta staff, evidentemente lavora allo stabilimento. Nella quarta inquadratura sono cinque a spingere il natante sulla riva. Si capisce che è un piccolo mondo di uomini soli, amici nel duro lavoro di rendere piacevole la permanenza in spiaggia ai vacanzieri. Si intuisce che è a fine stagione, la spiaggia intorno appare deserta. Si avvicendano in confusione per estrarre i pesci pescati dalla rete. È entrato in scena un sesto personaggio, non sono mai tutti compresenti nelle inquadrature.

Questa foto è stranamente stata ritagliata rispetto le altre, ha un formato diverso. Non mi disturba più di tanto, evidentemente Enrico voleva mettere un poco di ordine “estetico” in quella confusione di gesti che ha una bella tridimensionalità. Con la ripresa è entrato molto dentro alla scena. Sono inquadrature possibili solo con lo smartphone, che ha una estesissima profondità di campo. Ecco qui forse un’altra fotografia sarebbe stato un piacevole completamento, anche se non se ne avverte più di tanto la mancanza.

Nell’ultima foto si vede il pescato sulla sabbia. Ovviamente non è un film, quello che esattamente è successo tra una foto ed un altra, dalla prima all’ultima, non si saprà mai esattamente, però lo possiamo immaginare.
Uno degli scopi della fotografia è raccontare sinteticamente e asciare immaginare. Creare suggestioni. Nel raccontare Enrico è vicino a quella dolce, serena, partecipazione tipica del primo neorealismo cinematografico. È presente ma in punta di piedi, in un certo senso è didascalico ma va benissimo così.
Quanto tempo è passato tra il primo fotogramma e l’ultimo? Possiamo ipotizzarlo, non lo saperemo mai.

Il secondo progetto è stato realizzato da Mauro Franzini per partecipare a questa mia sorta di lettura, le foto sono state scattate nell’arco di due giorni dal 16/10 al 17/10 2025. Non è una sequenza nel tempo del tutto facile da stabilire, i dati exif sono lacunosi vi sono vuoti tra uno scatto e il successivo. Indicano che l’autore ha fatto una selezione precisa. Sono impressioni di momenti diversi delle giornate di lavoro di un camionista.
Le scorro visivamente e vado alla descrizione del progetto: IO, UN CAMIONISTA
“È buona educazione presentarsi, ma diventa difficile, siamo veramente in tanti in questo lavoro. Comunque sono Mauro, uno dei tanti. Fare questo lavoro è semplice e difficile al tempo stesso. È il lavoro delle contraddizioni. È amore, paura, solidarietà, solitudine, a mio avviso è un viaggio all’interno di noi stessi. Introspezione in movimento. Sono in mezzo alla gente e solo al tempo stesso.
A me piace definirmi un cittadino del mondo che corre dietro al tempo che passa senza mai raggiungerlo, perché quando lo avverti, quando lo vedi km dopo km, lui ha già attraversato lo spazio del finestrino… è dietro di me, è già nel passato…. Ed io continuo a correre… prossimo km… arrivo.”

Mauro, l’ho conosciuto vari anni or sono a un nostro Live, ama fotografare, è dotato di una buona reflex digitale, tuttavia per questioni di praticità questi scatti li ha realizzati con uno smartphone Oppo.
Sono scatti emozionali, nei quali la tecnica passa del tutto o quasi in secondo ordine di importanza.

Credo che molti di noi normalissimi automobilisti abbiamo un poco in antipatia i camionisti, li vediamo pericolosi quando ci sorpassano, lenti ed ostacolanti in salita. Ci riportano alla mente il film Duel di Spielberg. È come se noi nelle nostre automobiline avessimo una personalità, una dignità, una individualità e l’altro fosse solo un enorme camion senza guidatore. Non ci importa minimamente se lo guidi un qualcuno, per noi è solo un fastidio o un pericolo. Ecco le foto, ecco la presentazione di Mauro Franzini orgoglioso del suo lavoro: Io, un camionista.
Ci dovrebbero indurre a pensare a questo lavoro in modo diverso. Non ci sono lavori di serie A e di serie B, la fatica è fatica.
Mi piace immaginare gli scatti in quest’ordine:
- mattina prestissimo, praticamente per noi è ancora notte
- arrivo ad una stazione di servizio, sosta
- sul piazzale accanto ad altri camion
- operazioni di scarico
- cena preparata in cabina
- sveglia al mattino dopo
- di nuovo in viaggio, in fila sotto il sole con millanta altri, A22 verso il Brennero.

Sono fotografie come Mauro ne potrebbe fare ogni giorno o quasi, da un lato è un lavoro ripetitivo, dall’altro ogni scatto è un momento diverso di vita. Una vita intensa, molto lontana dalla nostra vita abituale, ma vissuta con serenità tra solitudini e compagnie, attimo dopo attimo.

Non so perché né come, mi torna alla mente il testo di una canzone di Guccini, e non so più bene chi sono, se sono il cantautore o invece il pensionato.
…Io ascolto e non capisco e tutto attorno mi stupisce
la vita, com’è fatta e come uno la gestisce
e i mille modi e i tempi, poi le possibilità,
le scelte, i cambiamenti, il fato, le necessità…
Ma poi mi accorgo che probabilmente è solo un tarlo
di uno che ha tanto tempo ed anche il lusso di sprecarlo:
non posso o non so dir per niente se peggiore sia,
a conti fatti, la sua solitudine o la mia…

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