Vedo spesso reportage realizzati in luoghi lontani e sperduti, a cavallo tra Romania e Ucraina, o ancora più lontani, in Nuova Guinea, tanto per dire solo di alcuni. Mi domando se chi ha realizzato questi reportage ci sia arrivato da solo. Indagando scopro che esistono tour operator anche in quei luoghi e, collegati ad agenzie italiane o conosciuti per passaparola, organizzano viaggi alla scoperta. Le frontiere che delimitano dove possa arrivare il turismo sono labili. Sappiamo da notizie recenti che tra il 1993 e il 1995 una organizzazione orrenda ha portato danarosi turisti italiani a uccidere esseri umani a Sarajevo, esibendoli come fossero trofei di caccia in un safari.
Sappiamo che esistono safari di caccia ad animali in via d’estinzione considerati illegali a livello internazionale. Sappiamo che esiste un diffuso turismo sessuale, a volte tutto sommato lecito, meno lecito se si tratta di soddisfare desideri sessuali e mettere in atto pratiche che sarebbero punibili con il carcere nei Paesi d’origine dei turisti. Tutto ciò è chissà cos’altro è reperibile nel deep o nel più accessibile dark web.
Esiste naturalmente un turismo fotografico assolutamente lecito e alla portata di tutti, è facile scoprire come arrivare ai margini delle terre conosciute, smettendo di pensarsi turisti, sentendosi esploratori.
Hic sunt leones – mi dice la IA (Intelligenza Artificiale) – è una locuzione latina che significa “qui ci sono i leoni”. Nell’antica Roma, era utilizzata sulle carte geografiche per indicare aree inesplorate al di là dei confini conosciuti, che si immaginavano abitate da pericoli come leoni, mostri e barbari. Sono passati oltre 2000 anni, davvero esiste ancora qualche sperdutissimo angoletto del nostro pianeta ancora da esplorare e scoprire?
E scoprire per quale ragione? Per portar loro il nostro benessere, la nostra civiltà? Ricordo ancora durante un viaggio in Africa a seguito di una rivista le mercanzie di piccoli commercianti locali sparse per terra, al sole… c’erano mucchi di saponette Palmolive (si vede che a quei tempi era passato un poco di moda come sapone), cumuli di tessuti leggeri, luccicanti di mille colori, materiali sintetici per dare modo ai locali di lavarsi, di confezionare i loro abiti tradizionali, con gli scarti della nostra società.
IA: Ernesto de Martino è considerato il padre dell’etno-antropologia italiana moderna, fondando la disciplina non solo attraverso la critica dello storicismo crociano e delle scuole etnologiche europee, ma soprattutto con le sue spedizioni sul campo in Lucania e Salento (anni ’50), dove studiò il folklore magico, i riti di passaggio e la “crisi della presenza” contadina, introducendo l’approccio di un “umanesimo etnografico” basato sull’incontro reale con le culture del Sud Italia, segnate dalla precarietà e dall’oppressione, per una comprensione storica e non solo descrittiva dei “primitivi”.
Quanti anni sono passati da allora! La sua lezione, la sua metodologia, quella dei molti che indagarono seguendone i principi, come Diego Carpitella e Alan Lomax, credo la conoscano pochi di quelli che attualmente fanno reportage in terre lontane. Mi domando se alla fin fine esplorare fotograficamente, filmare, registrare “sul campo” non sia stata comunque una invasione di scienziati e studiosi in guanti bianchi. Sempre meglio del colonialismo alla National Geographic di Steve mcCurry. “La poesia di Steve McCurry nella mostra “Icons” trovo scritto… ma quali icone??? Quale poesia?
Eppure c’è di peggio. Quanti ritratti a colori vivacissimi di vecchi santoni indiani, copie di copie eseguite dai fotografi “ricercatori” più recenti! Fotografie del genere vengono premiate in concorsi. Fortunatamente i santoni indiani sono saggi e dietro l’obolo di qualche “Paisa” si fanno fotografare con benevolenza, sperando di raggranellare quanto basta per andare a spararsi un “Maharaja Mac” veg al mcDonald’s locale.
È per dire che anche andiamo in visita solo per curiosità e desiderio di conoscere comunque possiamo portare inconsapevolmente squilibri non da poco, inducendo magari dei locali a smettere la loro vita quotidiana normale e a travestirsi alla “buon selvaggio” perché così facendo faticano meno e guadagnano di più. Nulla di nuovo sotto il sole.
Cesare Pascarella “La scoperta dell’America” pubblicato nel 1894:
XXIX
“- E quelli? – Quelli? Je successe questa:
che mentre, lì, framezzo ar villutello
cusì arto, p’entrà ne la foresta
rompeveno li rami cor cortello,
veddero un fregno buffo, co’ la testa
dipinta come fosse un giocarello,
vestito mezzo ignudo, co’ ‘na cresta
tutta formata de penne d’ucello.
Se fermorno. Se fecero coraggio…
– A quell’omo! je fecero, chi séte? –
E, fece, chi ho da esse? Sò un servvaggio.
e voi antri quaggiù chi ve ce manna?”…
Nel contempo in Italia si parla di immigrati clandestini venuti a delinquere. Il mio benzinaio Bangla preferito ha iniziato aiutando automobilisti notturni a fare benzina, ha successivamente avuto in dono la pompa dal precedente titolare andato in pensione, vive in Italia e paga le tasse da oltre 20 anni! Quanti sproloqui indegni dettati dall’ignoranza, eppure basta guardare attorno a dove viviamo per capire quanto la situazione reale sia lontana da quella che ci raccontano i politici.
Del resto anche io da Roma andando al nord da parenti rischiavo di essere definito “terrone” in Friuli, sono stato sdoganato e accettato solo perché le mie origini erano veneto/friulane, non fosse stato così avrei potuto controbattere che Roma civilizzò il Friuli, in epoche remote attraverso la fondazione di colonie.

Tuttavia qualche cambiamento è iniziato su al nord già molti anni or sono in molte cittadine, come a Treviso. Ed è quello che ha cercato di documentare Marcello Marotto in “Sette fotografie per un progetto”. Dico ‘cercato di documentare’ perché in effetti 7 scatti sono drammaticamente pochi per rendere bene la situazione attuale, però mostrano da parte dell’autore una attenzione che trovo molto importante, si intuiscono le potenzialità di un racconto che può essere ampliato.







Quartiere Di San Liberale. Treviso
Il quartiere, modello degli anno ’60, fu costruito nel 1958 perché Treviso – bombardata nel corso della seconda Guerra Mondiale – non aveva più case per ospitare gli abitanti della città. Per anni è stato abitato da operai benestanti che lo fecero divenire un quartiere modello, copiato da altre città come ad esempio Padova.
Era stato concepito per essere in piena autonomia completo di tutte le attività e dei servizi necessari quali ad esempio la farmacia ( il farmacista è un punto di riferimento importante per la comunità), il distributore di benzina, un supermercato. Gli abitanti di allora sono invecchiati, i loro figli si sono spostati in altre zone/città. Oggi il quartiere è popolato da immigrati, molti si sono inseriti nel sociale con le proprie attività.
Letto il testo di introduzione al progetto ne scorro le foto, qualcosa mi sembra di intuire, ci sarebbero volute delle dida sintetiche ma esplicative e un testo introduttivo leggermente più approfondito.
L’idea di edificare un agglomerato abitativo in quella zona nasce nel secondo dopoguerra per ospitare i residenti della zona di San Nicolò, rimasti senza-tetto a causa del bombardamento del 7 aprile 1944 che distrusse buona parte del centro storico. L’insieme delle foto mi ha incuriosito a tal punto di volere cercare autonomamente di saperne di più, quello che ho trovato mi ha aiutato a comprendere meglio il progetto. Quanti particolari ci sfuggono in una fotografia se non conosciamo almeno un poco la storia delle persone e dell’ambiente che vediamo rappresentato!

Fotografia numero 1:
È uno scatto interessante, ottimo come apertura, collegabile concettualmente alla foto n.7. La composizione generale dell’inquadratura è buona ogni spazio è ben riempito. La ciclista perfetta. Però… a destra del cartellone da affissioni si intravvede sullo sfondo una ampia porta in legno. È il portale di accesso alla Parrocchia di San Liberale Una splendida chiesa progettata da importanti architetti: Mario Ridolfi, Angelo Tramontini e Marco Romano. Ovviamente è estremamente identitaria del luogo, il “villaggio coordinato” progettato dagli stessi architetti, è l’anima sociale e spirituale del luogo. Sarebbe stato sufficiente spostare di poco l’inquadratura a sinistra per rendere la chiesa più identificabile.

Fotografia numero 2:
Procedendo la lettura da sinistra a destra sullo sfondo la facciata laterale di una delle palazzine realizzate dagli stessi architetti di cui sopra. Si vede poco, c’è una targa in marmo che commemora l’inaugurazione del villaggio. I lavori iniziarono nel 1958. Nel 1967 il “villaggio coordinato” diventa abitato e operativo a tutti gli effetti. A destra si vedono alcune delle palazzine costruite, lo stile è molto evidentemente di quegli anni. Sono a 3 piani, molto gradevoli ben lontane da certe cose realizzate da palazzinari, gli intenti erano buoni e vennero rispettati. davanti a queste palazzine c’è una costruzione bassa, è il “bar rock” (ora a gestione cinese, fu per decenni punto di ritrovo per gli anziani della zona). Gli infissi in alluminio anodizzato dorato sono il volto di un epoca. Nella palazzina alcuni inquilini hanno “sverandato” cioè chiuso lo spazio balcone, sempre con quegli infissi in anodizzato. Forse avrei preferito una inquadratura verticale, leggermente più stretta che schiacciasse lievemente i piani prospettici, cmq è una buona foto, adattissima a descrivere il villaggio, un ottimo proseguire nel racconto.

Fotografia numero 3:
Due signore presumo in un bar, molto viva come immagine, un poco stretta l’inquadratura, poco descritto l’ambiente. Una delle due signore, la più anziana potrebbe essere una delle prime abitanti del Villaggio.

Fotografia numero 4:
Una giovane coppia di immigrati residenti davanti all’entrata del loro Minimarket, sorridono venendo fotografati. Il loro negozio effettua Money Transfer, vuol dire che ci sono non pochi residenti extracomunitari che hanno bisogno di tale servizio. San Liberale è diventato parzialmente un quartiere dormitorio purtroppo. Molto divertente il piccolo avviso attaccato con lo scotch sullo stipite destro dell’ingresso al negozio… “TORNO SUBITO”.

Fotografia numero 5:
Il mercato si svolge a Piazza Unità d’Italia se nulla è cambiato di giovedì. Bancherelle di frutta e verdure, come questa in primo piano, a prezzi assolutamente convenienti anche considerano la popolazione residente ormai abbondantemente multietnica. Vi sono i classici furgoni di salumi e formaggi, come quello a sinistra. dietro il banco frutta e verdure, presumo anche i banchi abbigliamento gestiti da cinesi, sono ovunque. Sullo sfondo a destra altre palazzine del villaggio, progettate dagli architetti menzionati identificano il luogo. Bene.

Fotografia numero 6:
Una simpatica sorridente signora con figlioletta, forse si chiede come mai viene fotografata ma pare non aver nulla in contrario. A sx su un muro di fondo scritte nere sovrapposte una all’altra, in quel continuo incomprensibile divenire tipico delle azioni di writers, ovunque e di più in quartieri marginali. Va detto che la zona non è molto ben vista dai residenti della Treviso bene, come ho letto da più parti.

Fotografia numero 7:
Come detto si ricollega alla prima foto. Testimonia difficoltà, probabilmente scarsa cura da parte dell’Amministrazione locale. Però speranza, “cela faremo”… e in quel plurale c’è gran sentimento identitario e di accoglienza. Del resto c’è “il Teatro delle Voci”, ci sono associazioni di volontariato e circoli ricreativi come “NOI San Liberale” (stupendo quel NOI!) che organizza eventi locali in collaborazione con la parrocchia e supporta iniziative legate all’infanzia e alla comunità.
Questo è quanto, un progetto interessante, sebbene troppo condizionato dall’essere costretto in 7 foto. Qualche inquadratura poteva essere migliore, qualche dida sarebbe stata necessaria. Come detto mi ha incuriosito e spinto a cercare di saperne di più, ho trovato link utilissimi per approfondire.
La storia del Villaggio coordinato: un racconto realizzato da Anita Konadu, Francesco Niero, Ismail Behlafi, Lin Nuoxin, Samson Jackson, Classe 5^ Scuola Primaria Collodi – I.C.5 “Coletti” Treviso.
Un coinvolgente documentario di 41 minuti assolutamente de vedere!!! Introdotto da Giancarlo Rado, fotografo professionista, spiega il suo venire a vivere e il suo lavoro a San Liberale. Il film è stato realizzato da un gruppo di Studenti degli Istituti Mazzotti, Palladio, Alberini e Da Vinci nell’ambito del progetto FINESTRE SUL MONDO. Laboratorio Cinema, Territorio.
Non vorrei aver fatto la faticaccia, comunque piacevole, di ricercare e mettere link inutilmente, auspico vengano visitati! Il progetto di Marcello Marotto e i link possono essere un efficace spunto per partire alla ricerca del luogo dove abitate, ovunque esso sia.

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