Sono sempre molto curioso della fotografia degli altri, di quella fotografia che non farei mai per una mia indole, che poi nello scorrere degli anni è diventata scelta precisa. Per lo più escludo ogni presenta umana dalle mie fotografie. Non mi interessano le singole persone, mi distraggono, sono episodi, incidenti. Cerco invece le tracce di dei loro passaggi, i segni che permangono della azione dell’uomo. Nei paesaggi, nelle architetture, in piccole opere d’arte inconsapevoli immerse nel fluire di vite distratte, nel respiro degli oggetti che tocchiamo e usiamo ogni giorno,utili al nostro banale quotidiano.
No, non è che io sia un misantropo, non è che non me ne freghi nulla di quelli che incrocio per strada. Anzi osservo molto, ogni persona che passa. Solo che non fotografo, mi sembrerebbe di invadere spazi/vita altrui, a meno che per una qualche ragione io sia coinvolto, la mia vita destinata ad intrecciarsi con quella di altri. Mi è capitato, certo, di coinvolgermi ma è destabilizzante, mette in crisi le mia poche certezze. Eh sì perché per accettare un’altra persona, per abbracciare i suoi credo devo sospendere ogni giudizio, cancellare ogni mio pregiudizio. Le volte che mi è successo ne sono uscito un poco malconcio ma anche arricchito. Coinvolgersi o no, this is the question? Alla fin fine potrebbe essere banalmente un problema di timidezza.
Spesso noi fotografi siamo timidi, dobbiamo cercare di vincere la nostra timidezza? Dipende dalle nostre vere aspirazioni.
Una delle fotografie degli altri che mi incuriosiscono è la street, un “genere” difficile da precisare. Tuttavia per nostre necessita anche pseudoscientifiche, per cercare di com-prendere, unificare le diversità, abbiamo bisogno di classificare, incasellare, distinguere in specie e sottospeci. Cosa è street, cosa no? Come si fa a mettere paletti precisi per delimitarne il territorio di un agire fotografico? Alla fin fine quello che fa la differenza è l’approccio personale del fotografo, se è veramente personale non è mai del tutto omologabile, resta border line. Si può insegnare a fare street photograpy? Però per me il quesito vale per tutti i “generi”, si riassume in un “è possibile insegnare a vedere fotograficamente?”
Sicuramente non si può insegnare a vedere ad un cieco (di ciechi che di divertono a fotografie ce ne sono molti) però magari si può consigliare un paio di occhiali più opportuni a chi già ci vede benino. Indubbiamente le fotografie di Martin Parr sono particolari, suggeriscono qualcosa al di là di quello che la foto mostra, non sono solo barzellette ben raccontate. Molta fotografia di street mi annoia dopo un poco, forse per una certa timidezza di molti streetpher, derivata credo in parte dalle leggi sulla privacy. Persone non indeficabili, riprese di spalle o lontane, immerse nel loro banale quotidiano, ombre, tagli di luce, poco più.
Si dice che in un’unica foto debba esserci un racconto ma per lo più mi sembra che molte singole foto non raccontino nulla. Può essere molto diverso quando, come in questo progetto, ci si mette in gioco, si affronta un racconto in “Sette fotografie per un Progetto”.

La Fotografia siamo Noi è il titolo del progetto di Pietro Santi.
Questo è il testo che lo accompagna: Le mie foto riprendono l’attività di un performer artistico di strada che si è inventato il mestiere di “Navigatore” urbano. Creando la “Società Navigazione Pozzanghere (SNP)”, attiva dopo una giornata di pioggia, intrattiene gli abitanti e i turisti del quartiere Brera con la sua flotta di barchette di carta.
E’ un imprenditore serio, attento alla comunicazione marketing e alla sua evoluzione tecnologica: si fa sempre fotografare (se fai un’offerta… è ancora più disponibile), ma ti chiede di postare le foto sul suo account di Instagram!
Ne scorro le foto, ritorno al testo introduttivo, al titolo del progetto: La Fotografia siamo Noi… Indubbiamente vero, ma anche un poco solipsitico. Cos’è il “solipsismo”? Mi risponde prontamente e sinteticamente la AI:
“è una dottrina filosofica che sostiene che l’unica cosa di cui si può essere certi è la propria esistenza e coscienza; tutto il resto (il mondo esterno, le altre menti) potrebbe essere solo una rappresentazione del proprio pensiero, riducendo la realtà all’io, o in senso più ampio, descrive un atteggiamento di estremo soggettivismo, individualismo e egocentrismo, dove si considera solo il proprio mondo interiore e i propri interessi”.
Indubbiamente è vero, molti di noi fotografi siamo immersi nel nostro solipsismo. Mi includo nella categoria. Del resto è anche normale, ognuno al momento dello scatto è solo con la sua fotografia. Successivamente, se mostriamo le nostre fotografie, entrano in ballo altre polarità importanti, si stabilisce una comunicazione, un ponte collega il fotografo all’osservatore. Su questo ponte possono scorrere suggestioni, affinità elettive che legano l’autore al fruitore. Tuttavia al momento dello scatto, se un qualche soggetto è senziente è di solito consapevole di venire ritratto. Si crea una polarità fotografo/soggetto biunivoca, l’uno da una parte, l’altro dall’altra dell’obiettivo. Si attraggono come due poli opposti di una calamita, nello stesso tempo l’obiettivo costituisce una sorta di filtro, una distanza invalicabile.
Per lo più, se in soggetto ritratto è umanoide, è consapevole di venire immortalato, quindi si mette in posa per offrire una rappresentazione di se stesso, per come desidera essere conosciuto, forse ricordato. Non regala se stesso, non svela il suo intimo essere, tende a nascondere le sue fragilità. Magari sorride pur non avendone consapevole intenzione. È un atteggiamento per lo più inconsapevole quello che viene messo in atto in una frazione di secondo, non accade sempre però accade spesso. Può anche accadere ed accade spesso attualmente, che il soggetto assuma l’espressione “ma che cavolo vuoi da me?” Siamo una umanità sempre più incattivita. Per lo più il fotografo, che è per natura cattivissimo, cerca di fregare il soggetto, di coglierlo al volo quando non si accorge di venire fotografato, allora è spontaneo, non erige la barriera della rappresentazione del “sé”.
Detto ciò inizio ad analizzare la serie di scatti che compongono il progetto.
Il n. 01 è senz’altro un scatto adatto come apertura. Preannuncia qualcosa restando nel vago, c’è la pozzanghera con una persona riflessa. Però mi punge vaghezza di andare a controllare i dati exif, dato che nei file ci sono. Ed allora mi accorgo di qualcosa di interessante. C’è un editing curatissimo nel mettere in sequenza le foto. I dati exif mi raccontano il giorno e l’ora esatta dello scatto, sempre che l’orologio interno della fotocamera sia regolato opportunamente.
Mi accorgo che l’esatta sequenza diacronica di scatto è questa:
- A (06) 11/05/2024 h 18:18:17
- B (02) 11/05/2024 h 18:19:00
- C (05) 11/05/2024 h 18:19:15
- D (07) 11/05/2024 h 18:19:34
- E (01) 09/09/2024 h 17:34:56
- F (04) 13/01/2025 h 15:25,39
- G (03) 13/01/2025 h 15:26:28
L’ordine sequenziale degli scatti è espresso il lettere (A, B, C etc), quello della serie definitiva in numeri (01, 02, 03 etc etc). Ha un senso stravolgere la sequenza temporale degli scatti? Attenzione, come vedremo alla fine dell’articolo, la sequenza degli scatti non è questione di lana caprina!
In un servizio matrimoniale alterare la sequenza degli scatti potrebbe essere assurdo. Non si può mettere l’entrata in chiesa della sposa, sottobraccio a suo papà, dopo lo scambio degli anelli! Ovviamente in questa serie, dovendo realizzare il progetto Pietro Santi ha disposto le fotografie in una sequenza funzionale al suo racconto.
In sintesi ci sono tre sessioni di riprese. Le foto A, B, C, D, sono state realizzate in rapida sequenza l’11/05/2024, tra le ore 18:18:17 e le ore 18:19:34. La E è stata realizzata il 09/09/ 20024. La F e la G il 13/01/2025 anche queste in rapida successione. Piero Santi è tornato più volte sul luogo del “delitto”, nel frattempo il pensiero di come dare un senso ai suoi scatti gli girava, forse come un tarlo, nella mente.
Osservando le foto A e B si nota che dai primi scatti eseguiti Santi aveva già preso un certa confidenza col performer artistico, il navigatore urbano, e con la sua opera (foto C).
Forse avevano parlato anche di quella bottiglia in plastica PET (foto D.) con la scritta “ASPIRAZIONI REPRESSE”.
Poi per mesi più nulla, o meglio solo una pozzanghera con riflessa una persona, niente di direttamente ricollegabile all’artista o alla sua opera.
Arrivano infine, due mesi dopo altre due foto. In una (foto F.) c’è una coppia di passanti, parlano tra loro senza badare minimamente alle barchette che sono in una pozzanghera vicinissima.
L’ultima (foto G.) è un altro particolare della flotta nella pozzanghera, un completamento necessario, c’erano poche foto della flotta e della scritta completa.
Però la serie in questo ordine avrebbe avuto poco senso, non sarebbe stata una storia. Quindi l’autore ha preso le carte e le ha mescolate, per creare una sorta di favola urbana. La sua storia, quella che voleva narrare. Le favole hanno sempre un senso, una sorta di morale, o quanto meno delle considerazioni mentali subliminali, una sorta di giudizio su quello che accade. Il che può, nel caso in oggetto, anche avere poco a che vedere con la realtà dei fatti.
Un articolo su “La Repubblica” ci racconta la vita dell’artista, evidentemente abbastanza conosciuto: “Carmelo La Gaipa vive in Lombardia da tanti anni ma è originario di Porto Empedocle. La sua arte fa felici tantissimi turisti”. Però questo banale quotidiano pare non interessare più di tanto Piero Santi. Carmelo potrebbe anche essere un’artista famosissimo, ma il fotografo vede in lui quella solitudine che spesso è compagna dell’artista, diciamo non solo dell’artista ma di quelle persone sensibili che incontrano raramente persone altrettanto sensibili nella loro vita.

“Le barchette di carta combattono l’indifferenza, la malattia del secolo, costringono a guardare oltre, a tornare umani. La gente si ferma a parlare – dice Carmelo nell’intervista – e anche questo è un grande risultato, mi gratifica come artista e come uomo soprattutto. Ben venga certo guadagnare qualcosa, ma a me importa soprattutto dare emozioni”.
Ed è forse allora che Santi prova una affinità, una sorta di empatia che nasce dal non troppo detto ma dal percepito, col capitano della SNP, la “Società Navigazione Pozzanghere. Di certo c’è l’ultima foto della serie definitiva, quella bottiglia in PET schiacciata da “aspirazioni represse”. Il capitano la porge al fotografo come a invitarlo ad aprirla.
Sono andato a navigare nel profilo Facebook di Pietro Santi, fotografie interessanti però ho percepito poca comunicazione se non con un ristretto gruppo di persone. È difficile trovare la chiave giusta per comunicare, ed è questo che fa la differenza. Un autore deve riuscire a comunicare, a creare suggestioni ed empatia nel fruitore, senza per questo svilirsi o perdere sé stesso. L’equilibrio tra il sé e gli altri non si può cercare più di tanto, deve venire spontaneo, altrimenti sarebbe forzato, non più naturale. Forse ci si arriva per trials and errors.
In questo i feedback, sì anche il pollicione del “mi piace”, possono esser utili se non ci si fa prendere dall’ansia da pollicione. Nel profilo Facebook di Santi ho trovato altri scatti di questo progetto, in pratica sono gli stessi scatti ma a colori, non elaborati in B/N.
Da un lato rispecchiano meglio la bellezza della flottiglia colorata, la luce calda del tramonto, dall’altro se tutta la serie fosse stata a colori avrebbe perso il significato che l’autore voleva dare al progetto. Avrebbe potuto benissimo essere un altra storia, più “solare”.

Provate ad immaginare un rapporto di interesse non di indifferenza dei passanti vedendo la piccola flotta navigare nella pozzanghera. Provate ad immaginare una ragazzina che si china e gioca con le barchette. Riguardando con attenzione il progetto sento che è un poco forzato, costruito a tavolino con le foto che l’autore ha a disposizione. Non pensato prima di realizzare gli scatti. C’è qualcosa che non torna.
Nella foto 2 il capitano ha la maglietta a maniche corte, è normale dato che lo scatto è stato realizzato l’11/5/ 2024. Però nella foto 4 i passanti indifferenti sono intabarrati in cappotto, piumone, cappelli di lana, è stata realizzata il 13/01/2025 h. 15: 25,39 faceva freddino. Dal punto di vista del racconto tutto torna, la foto doveva esprimere freddezza, indifferenza. Tuttavia nella foto 6 il capitano è di nuovo in maglietta a maniche corte, vestito esattamente com’era vestito nella foto 2! Licenza poetica?
Se il fotografo e il capitano avessero collaborato tra loro, pensando insieme alla realizzazione, della sequenza ne sarebbe uscito probabilmente tutt’altro racconto.
Così è la favola del fotografo, non necessariamente quella del capitano, è anche giusto così, non voglio affermare che sia sbagliato, però qualcosa stride. È una questione d’approccio, di metodologia, di rapporto tra fotografo e soggetto rappresentato.

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Questo articolo con l’analisi del progetto di Santi l’ho trovato molto utile e interessante. A me piace molto la street photography, da prima che la battezzassero così, la fotografia umanistica, per intenderci, ma anch’io amo documentare gli spazi dove dell’uomo se ne intuisce solo la presenza.
Grazie!
Lucia