L’UNESCO ha riconosciuto la Cucina Italiana Patrimonio dell’Umanità. Siamo i primi al mondo ad ottenere questo riconoscimento, onora quello che siamo, onora la nostra identità! Ah finalmente italians very first in qualcosa!
Recentemente per qualche mese abbiamo avuto ospite da noi Emily, ragazza di Taiwan, invitata da mio figlio Diego per fare esercizio di cinese mandarino e perché conoscendosi in chat si erano trovati bene a parlare insieme.
Lei, avida di cultura e vita italiana, lo ha portato a visitare la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, immagazzinando sul cellulare opere d’arte che l’avevano colpita, trai le quali un Mondrian. Diego l’ha portata a passeggiare nei giardini condominiali in Garbatella. Si sono camminati insieme nel centro storico, evitando i buttadentro dei ristoranti in Trastevere o al ghetto, hanno preferito spilluzzicare qua e là passeggiando sino all’estrema periferia alla ricerca di una buona pizza bianca e altro in cerca di romanità edibile ed economicamente per loro abbordabile.
Hanno rischiato una carbonara in locale che avrebbe dovuto essere all’altezza e non lo è stato, secondo Diego, anche se Emily ha gradito. La sera dopo, a casa nostra, si è esibita in beef noodles, niente male! Siamo un popolo molto accogliente noi romani.

Diego le ha insegnato i rudimenti del linguaggio gestuale italiano e romanesco. L’esatta posizione della mano per il gesto a “pigna”, o a “cuoppo”come lo fanno a Napoli, i possibili significati del quale spaziano da un morbido “ma de che?” a un più definitivo “azzo dici o azzo vuoi?” Sino ad arrivare alla posizione delle mani, una a taglio e una piatta sopra, necessarie per esprimere gestualmente il concetto “smamma!” (vattene per gli illetterati) che in altre situazioni vuol dire “telamo” (= andiamo via di qui in modo rapido, per evitare una situazione pericolosa, sgradita o noiosa”). L’ha resa edotta dell’indispensabile “nun c’è trippa pe’i gatti!” roteando in aria indice e pollice tesi, del “me ne frega assai” con la mano che si allontana brusca da sotto il mento, del “me cojoni” con le labbra a culo di gallina e la testa leggermente reclinata indietro. Le ha anche spiegato il significato del gesto “hai paura?” o “che paura!” espresso dalle dita che, tese, si stringono e si allargano tra loro.
Ahimè anche questo linguaggio gestuale originariamente molto identitario, si va sempre più contaminando, riflettiamoci osservando questo simpatico video. Quanti dei gesti spiegati nel video sono veramente italiani? Anche in questo caso dovrebbe intervenire l’UNESCO! Figuriamoci quanto sono contaminati e eseguiti come si dovrebbe i “piatti tipici della cucina italiana”. Come deve essere preparata la carbonara? Le tagliatelle sono veramente italiane o copiate dai “Bandnudeln” (Nudel a striscia) tedeschi? E questi non è che derivino dai noodles che si mangiano in Cina da 4000 anni? La cucina italiana in definitiva esiste? Cos’è?… Esistono gli italiani

Non sono domande da niente, si sono interrogati a proposito di questi argomenti Guido Mori e Luca Cesari. Alla fin fine non è che questo riconoscimento UNESCO c’è stato dato come contentino per farci vivere per un momento felici ed orgogliosi, dimenticando la tristissima situazione attuale e i soldi che dovremo spendere per il riarmo quando avremmo bisogno di tutt’altro? Forse sono moderatamente complottista.
Fotografia e turismo, tra Venezia e Roma, però anche lì come altrove. Questo è il tema centrale svolto fotograficamente in due progetti rispettivamente da Pierangelo Brunelli e Bruno Panieri in risposta alla call “Sette Fotografie per un Progetto”.
Li ho accomunati in un unico articolo dato che i due autori affrontano il tema da punti di vista diametralmente opposti ma complementari. Brunelli da fotografo turista cerca altri turisti ma cerca anche qualche veneziano a Venezia. Panieri, da romano, osserva al ristorante il rapporto tra Roma e turisti.
Al di là delle foto e dei progetti contingenti, quanto segue dovrebbe servire a farci qualche domanda sui nostri perché e come fotografici. Il che può accadere quando andiamo in giro come turisti a fotografare, curiosi di un altrove, o quando andiamo a zonzo per la nostra città, avidi immortalarne la vita pulsante in qualche scatto umanista o street.
Lo scopo di questa serie di articoli non è solo quello di cercare di capire se i progetti presentati siano ben realizzati o meno, è anche il cercare spunti di riflessione che portino a migliorare la nostra fotografia. Volutamente infioretto questi articoli con considerazioni “a latere”, per cercare di allargare il discorso e indurre a ulteriori riflessioni. Ahimè sono convinto che siano scopi largamente utopistici dato che per lo più siamo fotografi fortemente autocentrici.
Detta in soldoni: di fotografi e fotografie scattate da altri ci importa mediamente una beata (espressione dialettale che nulla ha a che vedere con la religione). Salvo restando che i Maestri della fotografia li veneriamo. Premesso e non concesso tutto ciò, Tacabanda andiamo a cominciar, vi sforno, caldi caldi come buoni biscottini, due progetti in sette foto e i mie commenti.
Presenze umane a Venezia, di Pierangelo Brunelli.
Il “progetto” intrapreso e svolto nel corso di una giornata ha cercato di cogliere e isolare la presenza umana in una Venezia che quotidianamente trabocca di turisti. Il tutto con la volontà di riproporlo in bianco e nero (senza alcuna pietà per i grigi…).
Letta la sintetica descrizione del progetto ne scorro le foto, l’intento è evidente a partire dalla prima immagine. Pierangelo ama la street, quella dura e pura con un B/N dai forti contrasti. Come molti di noi è già stato altre volte a Venezia e ci torna. Scatta sicuramente molte foto, le seleziona.
Lo scopo fotografico non è quello di chi visita per la prima volta la Serenissima e resta incantato dalla sinuosità delle gondole, dall’immensa piazza sbrilluccicante degli ori di San Marco, dal ponte dei sospiri sospeso in un canale stretto.
Nulla di tutto ciò nelle sue foto. È possibile fare scatti anche solo moderatamente street tra canali percorsi da vaporetti e gondole,tra sottoporteghi e ponti intasati da turisti? Brunelli ci ha provato.

Foto 1. Una ripresa colta al volo, con riflesso istintivo rapidissimo, quasi nadirale.
Dall’alto come fosse da un drone, inquadra una lancia che passa veloce facendo spumeggiare l’acqua, un poco di vignettatura scura, penso realizzata in post-produzione, per circoscrivere l’attenzione dell’osservatore sulla scena, ci sta.
Sulla lancia un manipolo di turisti felici che riprendono il canal grande col lo smartphone e si immortalano col selfie stick. Ottimo inizio.

Foto 2. Una turista inquadra con uno smartphone un lampione, illuminato da un taglio di luce. Pierangelo coglie al volo il famoso “attimo fuggente”, buoni contrappunti di luce si intersecano geometricamente.
Linee chiare, decise, tra il corrimano di marmo del ponte, gli spigoli dei gradini, i calzoni bianchi della turista sino ad arrivare agli edifici lontani sullo sfondo. Molto bene, perfetta.

Foto 3. Direi uno scatto da appostamento, la scena è buona, ben illuminata, tocca aspettare un attimo che passi qualcuno. Fortunatamente arrivano due turisti, zainetto in spalle, sfiancati dal caldo, siamo quasi a metà maggio, così dicono i dati exif. Ho già visto varie fotografie scattate in sottoporteghi simili a Venezia. Però in questa tutto si gioca tra ombre troppo scure e linee chiare, l’eliminazione dei grigi toglie molto, tutto diventa grafica.
Vista così sarei quasi propenso di scartarla, mi dice poco… però l’importo in Gimp per indagarla, ci smanetto un poco su, ovviamente lavorando su un file piccolo viene orrenda, me ne scuso con l’autore.

Ecco ora a sinistra emergono scritte tracciate da writers armati di bomboletta, vernice nera. FREE PALESTINE in maiuscolo, e qualcos’altro di indecifrabile. Identifica il periodo storico che stiamo vivendo, viene recepito ovunque, Venezia non fa eccezione, eh sì ci sono giovani, presumibilmente locali a Venezia, non solo turisti.
A caratteri cubitali, schiarendo la foto, in alto a destra compare un sintetico “PIZZA”, il cartello, appeso di sbieco, serve a condurre l’occhio verso l’anonimo bugigattolo, ora visibile, dove viene prodotta. Sia quel che sia, sarà sicuramente considerata ottima, anche se a caro prezzo, da turisti affamati. È reclamizzata anche sul bordo estremo dell’inquadratura, a destra, da un cartello che s’intravvede, scritto nell’idioma della Terra d’Albione. Tutto ciò, se cala nel buio non può essere visto, per me ha importanza, è contenuto. Omologazione culturale, del resto nei ristorantini vendono “spaghetti bolognese”.
Venezia che muore, Venezia appoggiata sul mare.
La dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi Venezia la vende ai turisti,
che cercano in mezzo alla gente l’Europa o l’oriente […]
Venezia è un albergo, San Marco senz’altro anche il nome di una pizzeria.
La gondola costa, la gondola è solo un bel giro di giostra […]
Venezia è un imbroglio che riempie la testa soltanto di fatalità,
del resto del mondo non sai più una sega, Venezia è la gente che se ne frega.
Cantava molti anni or sono Guccini. Non è che sia migliorata ma l’amiamo lo stesso.

Foto 4. Un ragazzo, presumibilmente un locale “maranza” termine tornato di moda, passeggia il suo cane molossoide tenendolo al guinzaglio… ok il guinzaglio non si vede, schiarendo in post-produzione appare. È importante quel guinzaglio? Non lo so, forse sì forse no.
Scritte caotiche di writers sui muri, “make your own luck” sulla maglietta, tutto in sintonia. Buona luce, piacevole.

Foto 5. Insomma, mi dice poco, Vado a scartabellare sul FB di Pierangelo, commetto un furto, ne trovo una simile, stesso luogo, mi piace di più.

L’inquadratura ora comprende le scalette in fondo, ha più profondità. Quella coppia di anziani, bastone lei bastone lui, mi piace.
La post-produzione originale è virata verso il blu, con una stranezza un poco troppo scura tra le gambe della signora, credo un errore di post-produzione, potrei convertirla in B/N, la lascio così. Scegliere le proprie foto è sempre difficile.

Foto 6. Un anziano seduto, di fronte a lui come un film lo spettacolo di Venezia. Si potrebbe facilmente intitolarla banalmente “L’attesa”, eppure non è banale, la composizione è buona, ottimi gli elementi verticali vicini, prima del canale e dello spettacolo di sfondo.

Foto 7. Mi piace molto, le ombre cinesi delle persone sedute e lo sfondo, tutto proiettato su uno schermo come un film. Ottima conclusione della serie, anche buona capacità di osservazione e reazione. Le fotografie sono lì basta coglierle, ma spesso passano inosservate. Direi un progetto con qualche alto e basso, qualche errore “concettuale”, ma anche punte di eccellenza. Difficile fare molto di più in una sola giornata.
TrastEat, di Bruno Panieri.
il testo introduttivo: “Trastevere si sveglia tardi. O forse non dorme mai. L’alba è già piena di bicchieri vuoti, tovaglioli stropicciati, lingue straniere che rotolano per strada come lattine vuote. Odore di fritto e gelsomino e ogni via diventa un menù: pasta fatta in casa, carbonara originale, cocktail experience. Un tempo Roma finiva qui, oltre il fiume, tra case screpolate e voci che sapevano di vino e dialetto. Ora è un villaggio globale travestito da quartiere antico.
Le insegne rimbalzano sui sampietrini, le risate si mescolano ai clacson, e i tavoli si allungano come radici affamate, fino a occupare ogni respiro. I turisti camminano incerti: guardare o fotografare, mangiare o postare. I camerieri trasportano i tavoli, come giocolieri stanchi, tra piatti di amatriciana e codici QR. Poi arriva un’ora che non ha nome. Il sugo si fa ricordo, le voci si spengono. Tastevere si specchia in un tombino lucido e sussurra: Ero Trastevere. Ora sono TrastEat. M’hanno magnata tutta sti zozzi infami.”
È una introduzione un poco lunga rispetto alle specifiche che avevo dettato, però molto bella, cruda e desolata nel descrivere, quasi fossero righe tratte da “I Sotterranei di Trastevere”, romanzo di Kerouac, scoperto di recente e sinora inedito.
Le inquadrature delle foto sono come il testo, c’è del testo nelle inquadrature. “Se c’è sta corda te devi da ferma’“ recita una scritta a indicare un limite invalicabile.
Una estrema piccola concessione alla propria identità di romani de Roma, che i turisti non capiranno. Anche se fosse, nun gliene po’ frega’ de meno.

Direi che le foto, una dopo l’altra, sono un “caos” ordinato. Descrivono un disordine apparente, reale, concreto, tangibile, che nasconde una struttura nascosta. Un’organizzazione perfetta, evidentemente ci vuole il caos perché tutto funzioni come un’orologino e i turisti sian soddisfatti felici di venire spremuti come limoni.
C’è molto di più di quello che appare immediatamente all’occhio in questa serie, ogni inquadratura va osservata, con calma, indagata.

Così la seconda foto, a sinistra una coppia seduta al tavolo, mezza dentro lei, mezzo dentro lui, ma che importa? Sul tavolo fighetto, pieghevole, due spritz, una boccettina di una qualche salsa di soia tappo giallo, due scodellone rosse, coperte da un piatto sono evidentemente per il ramen. No, niente carbonara, ramen e spritz un classico della cucina di Trastevere! In una scatolaccia in cartone ci sono le posate, fornite forse sterilizzate, comunque sigillate, da una qualche ditta specializzata.
Il menù, è testuale e fotografico, bilingue, inglese e giapponese. Parla chiaro, copre buona parte dell’inquadratura. Street food: Classic ramen, Gyoza, Bao! Fortuna che un qualcosa degli ingredienti è tradotto in italiano, ci dobbiamo adeguare e ci adeguiamo, al povero Trilussa je sarebbe verrebbe ‘no sturbo. Viene anche a me. Le ragazze sulla destra dell’inquadratura Boh? Non si capisce se attendano che si alzi qualcuno da un tavolo o meditino di andare altrove… ma altrove dove?

Straripante di piani immagini la terza foto. Il cameriere con due vassoi viene quasi in bocca al fotografo. Dietro di lui un altro cameriere va nella direzione opposta.
Il ragazzo fighetto seduto sfoglia il menù, dalla spalla gli pende la tracolla di una Canon presumibilmente analogica. Ha letto in una guida turistica di non lasciare fotocamere incustodite, nemmeno per un attimo, non sia mai passasse qualcuno in motorino! Aho è “Taverna 51”, raccomandata da trippadvisor, vino birra, forno a legna, cucina romana. Che già a leggere il nome Taverna, come Hosteria con l’ H mi vengono i brividi, ma così è, ormai da anni. Però forse non è male, come del resto il ristorante della foto successiva, la 4.

Il menu parla parzialmente romano con i tonnarelli nelle quattro classiche varianti, però sono poliglotti, fanno anche i gnocchi alla bolognese, oppure gorgonzola, radicchio e noci, oppure cozze e pecorino.
Tavoli ricavati da finte botti, si sta seduti in bilico su trespoli, ottimo stratagemma per dissuadere i turisti dallo stazionare oltre lo stretto necessario.

Nella foto 5 (guardate la base del tavolo) ci deve essere da una qualche parte un ristorante, però a pensarci potrebbe essere un “su strada” di Art and Wear, il confine tra i commerci pare labile.
La foto 6 è pura poesia. Un pavimento che sembra gridare “ufficio d’iggiene te prego, viemme a contolla’!” sedie spaiate come i bicchieri, su tavoli ricuperati chissà dove, rigorosamente uno diverso dall’altro, è trendy. Il tutto illuminato da fili di luci stile sagra paesana le cui prese sono rigorosamente a norma ENPI (Ente Nazionale Probabili Incendi). Il “basta che se magna” lo hanno imparato anche i cinesi.

Si arriva alla foto 7 e siamo da Sabatini storico ristorante come conferma lo stemma nobiliare fuori dall’ingresso.
Qui la classe non è acqua. Sulle sedie moderne ci sono infiocchettati cuscini rossi, come la tovaglia coperta da una sovra-tovaglia candida. Piantine qua e là che se a un cliente non piacciono le sposta su un altro tavolo. Un cameriere con la lingua tra le labbra si guarda intorno perplesso, mentre se ne esce con un tavolo dalle gambe malconce. Sembra pensare: “mo sto cavolo de tavolo dove lo metto?”.
Se ci fossero ancora Garinei e Giovannini scriverebbero una nuova commedia musicale: “Aggiungi un tavolo in strada”.

Bruno Panieri così conclude la presentazione: “Ero Trastevere. Ora sono TrastEat. M’hanno magnata tutta sti zozzi infami.” Però c’è da chiedersi se gli zozzi infami che si son mangiati Trastevere siano i turisti o avidissimi ristoratori che si son venduti l’anima di Roma pur di imbarcare avventori.
No nun e’ niente e’ ‘mpo’ de carcinaccio
aspettate me tiro ‘mpo’ piu’ n’qua’
me metto bono bono che ve faccio?
sfasciate puro che io ve sto a guarda’
e sotto quer piccone traditore
come quer muro me se sfascia er core.
Celebre canzone di Alvaro Amici. Potrebbe essere un ulteriore commento, non lontano dai pensieri di Bruno, mentre fotografava.
Così va il mondo, ovunque e specialmente in alcune splendide città. Chi c’è cresciuto dentro ha rimpianti, il tempo non è per nulla galantuomo, chi non ha mai vissuto quello che è stato non può lontanamente immaginare come sia stato.
Tarantella, facendoci i conti,
non serve più a niente
pensare al passato […]
Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto
Chi ha dato, ha dato, ha dato
Scurdàmmoce ‘o ppassato
Così recitava il testo di una celebre canzone di Nicola Valente e Peppino Fiorelli.ì Napoli,1944.. Ovviamente non solo a Napoli.
Tutto ciò è in queste foto, da guardare con calma e attenzione ai particolari, se sfuggono alla vista si perde il significato del progetto.
Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questo sito web può essere riprodotta, memorizzata o trasmessa in alcuna forma e con alcun mezzo, elettronico, meccanico o in fotocopia, in disco o in altro modo, compresi cinema, radio, televisione, senza autorizzazione scritta dell’Editore. Le riproduzioni per finalità di carattere professionale, economico o commerciale o comunque per uso diverso da quello personale possono essere effettuate a seguito di specifica autorizzazione rilasciata da New Old Camera srl, viale San Michele del Carso 4, 20144 Milano. info@newoldcamera.it
All rights are reserved. No part of this web site may be reproduced, stored or transmitted in any form or by any means, electronic, mechanical or photocopy on disk or in any other way, including cinema, radio, television, without the written permission of the publisher. The reproductions for purposes of a professional or commercial use or for any use other than personal use can be made as a result of specific authorization issued by the New Old Camera srl, viale San Michele del Carso 4, 20144 Milan, Italy. info@newoldcamera.it
©2025 NOC Sensei – New Old Camera Srl











