In un recente articolo scaturito dalla lettura di due progetti realizzati con 7 fotografie ho parlato di fotografia di paesaggio e di “genius loci” può sembrare una mia fissazione parlarne, può sembrare un intellettualismo che poco ha a che vedere con la pratica della fotografia di paesaggio e del raccontare visivamente un territorio.

Allora adotto un termine più semplice: cos’è “identitario” in un paesaggio immerso nella Natura o urbano? Leggo spesso, per fare un esempio, come titolo di una fotografia “Marino” e vedo un vicolo qualsiasi, cosa mi porta a credere che sia una foto scattata effettivamente a Marino? Fosse stata la fontana dei Mori incatenati (un monumento del 1632 che commemora la vittoria di Marcantonio II Colonna nella Battaglia di Lepanto) sarebbe stato incontrovertibilmente Marino, perché la vasca e i mori, incatenati ad una colonna di marmo bianco furono realizzati in peperino.

 

Marino. Fontana dei Mori

 

Si tratta di una pietra naturale di origine vulcanica che si estrae solamente in alcune zone dell’Italia centrale che nei millenni furono caratterizzate dalla presenza di vulcani ormai spenti, come il Monte Cimino in provincia di Viterbo e del “Super Vulcano Laziale”.Quest’ultimo si estendeva per un diametro di circa 60 km, da Marino fino a Genzano di Roma, di cui rimane oggi il Lago di Albano.

È una pietra lavica che proviene dalla cave del luogo, quindi è fortemente identitaria. Però una foto della fontana dei mori incatenati sarebbe stata didascalica, basta cercare con Google e di fotografie di quella fontana se ne trovano centinaia. Si potrebbe anche fare una foto identitaria di un vicolo di Marino, includendo nell’inquadratura dei particolari in peperino, come possono essere i portali ad arco di molti botteghe antiche, o com’è la scalinata e la facciata di palazzo Colonna.

 

Palazzo Colonna a Marino

 

Era in peperino il portale del grande architetto barocco Girolamo Rainaldi, che dalla strada che conduce a Marino dava accesso al Barco, tenuta di caccia secoli addietro dei Colonna. È crollato anni or sono per incuria! Era sottoposto a vincolo dal 1935!!! Per dire che qualcosina della storia e delle tipicità locali bisogna studiarla e conoscerla per identificare fotograficamente il genius loci. In situazioni urbane e tutto sommato abbastanza semplice trovare l’identità di un luogo, in paesaggi immersi nel territorio dipende, esistono paesaggi fortemente identitari, altri lo sono meno.

Molti anni or sono ho percorso più in lungo che in largo la Puglia. Dal Gargano al tavoliere, alla terra di Bari, al Salento, per poi risalire lungo l’arco Tarantino arrivando in Basilicata. Il mio lavoro era fotografare camping/villaggi turistici per dépliant che dovevano venire portati nelle fiere del turismo ad Essen, a Monaco o altrove. Il mio compito era di conferire ad ogni campeggio/villaggio turistico la sua precisa identità. A volte era abbastanza facile, altre meno. Nel Gargano, vicino a Vieste, il “Punta Lunga” si affacciava su una piccola baia, lo “Spiaggia Lunga”, come da nome, su una spiaggia sconfinata. Così in Salento, il “Cala dei Ginepri” e il “Riva di Ugento” si affacciano su spiagge, sul mare, contornati dalla Natura che rende entrambi paesaggi identitari, ma diversi tra loro.

 

Muretti a secco e ulivi in Salento

 

In questo peregrinare per lavoro mi ricavavo quando potevo un piccolo spazio/ tempo per vagabondare senza meta precisa. Era impossibile non fermarmi percorrendo a volte stradine che non sapevo dove portassero e parcheggiare, scendere dall’auto e scattare qualche diapositiva tutta per me.

Già, fotografavo solo a diapositive, solo formato 120, avevo un frigo termico pieno di pellicole! Nessuna pellicola in B/N. Così ora, nel ricordo, il Salento non posso fare a meno di rivederlo a colori. Mi sono chinato per terra, me lo ricordo bene, a toccare, a giocare con le dita dentro quella terra rossa, a causa dell’alta concentrazione di ossidi di ferro e alluminio, che rende il terreno fertile e drenante. Non esiste dalle mie parti.

Ho saggiato con le dita le asperità, gli interstizi di terriccio, delle pietre dei muretti a secco, in calcare bianco con sfumature gialle della pietra leccese, o in tufo giallo e rosso. L’UNESCO nel 2018 ha iscritto “L’Arte dei muretti a secco” nella lista degli elementi immateriali dichiarati Patrimonio dell’umanità, tanto rappresentano “una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura”.

Ho usato il filtro polarizzatore per evidenziare la profondità del blu di quel cielo verso cui tendevano i rami di olivi contorti, millenari. Ahimè è un ricordo idilliaco di qualcosa che in parte non è più.

 

muretti a secco e ulivi, prima della Xylella

 

Eppure da queste considerazioni nasce un dilemma interpretativo a proposito della fotografia di paesaggio. Bisogna guardarlo con l’occhio del residente, che ne ha cultura e conoscenza, pietra per pietra? Bisogna invece guardarlo con l’occhio dello straniero? Propendo per la seconda che ho detto.

Ovviamente però non con l’occhio del “turista per caso”, frettoloso, più con l’occhio del bimbo curioso, che qualcosa intuisce e percepisce, ed è pronto a stupirsi, vuole saperne di più e indaga. Può capitare che il residente sia talmente abituato a vedere quello che vede da non riuscire più a coglierne l’unicità e la meraviglia. Però non è che da residente si conosca veramente tutto, ci sono sempre ampi margini di realtà da scoprire e interpretare giorno per giorno. Anche perché la realtà che ci circonda è sempre più ampia e più difficile da interpretare. È in continua evoluzione, spesso diverge dalle nostre tradizioni storiche e culturali, a tal punto che cose che un tempo venivano considerate normali ora sono reato.

Queste considerazioni mi sono sorte spontanee a proposito di un progetto inviatomi da Giovanni Draisci: Eutanasia dell’ulivo.

 

 

“Siamo nel Salento, storicamente quando un ulivo moriva o il proprietario decideva di sbarazzarsene la tecnica in uso era quella di incendiare l’interno del tronco lasciando che bruciasse lentamente anche per due tre giorni. Solo cosi si aveva la certezza della morte della pianta.”

Leggo la breve descrizione testuale, scorro le foto, sento che qualcosa mi sfugge, non so spiegarmi esattamente cosa, è una sensazione, desidero saperne di più, anche perché sono sempre stato affascinato dalle tradizioni contadine, indago. Mi risponde prontamente la AI (perché diffidarne, può essere utile):

Sì, storicamente nel Salento, quando un ulivo non più produttivo veniva considerato irrecuperabile, era pratica comune incendiare l’interno del tronco. Questa tecnica, chiamata “incendio del tronco”, serviva a eliminare il legno malato. E, talvolta, a produrre un ceppo più resistente al tempo e alle intemperie.

Trovo anche altro: Il fenomeno degli ulivi secchi e morti in Salento che vengono bruciati senza essere tagliati è una realtà allarmante, spesso legata alla gestione dei terreni abbandonati e all’aumento degli incendi dolosi e colposi. Questi incendi, che non sono legali, causano un grave problema ambientale, aggravato dalla siccità e dalla presenza di sterpaglie.

Ci sono notevoli differenze tra queste letture on-line e una lettura nel reale, seduti ai due lati opposti di un tavolo sul quale sono allineate le stampe fotografiche. Naturalmente nel reale alcuni dubbi del lettore possono essere immediatamente chiariti dal fotografo, basta domandare. Però c’è anche il rischio di fermarsi a una lettura superficiale, incentrata più sull’estetica che sui contenuti. C’è il rischio di divagare e poi rendersi conto che il tempo a disposizione sta scadendo. In ogni caso l’autore nel corso di una lettura in occasione di un evento fotografico si gioca un lavoro, magari di mesi, in una mezz’ora.

Nel virtuale ho potuto fare sedimentare i miei pensieri e le mie sensazioni, sono potuto tornare a rivedere le foto dopo qualche giorno, le ho ingrandite a schermo per cercare di capire meglio alcuni particolari.

“There’s more to the picture than meets the eye” cantava Neil Young nel 1985 al Live at Farm Aid. Lo so benissimo la canzone è dedicata ad altro però mi torna sempre alla mente a proposito della fotografia. C’è molto di più in una fotografia di quello che l’occhio può cogliere. Come posso fare ad arrivarci, o quantomeno ad avvicinarmici senza cadere in illazioni personali? Quello che cerco di fare è entrare negli occhi, nella mente, del fotografo, in questo caso Giovanni Draisci, che mi ha proposto le sue foto. Cercarne le vere motivazioni al di là di quello che dice, al di là di quello che immediatamente vedo.

Ho una idea mentale, a colori del Salento, della sua terra, dei suoi ulivi, derivata da mie esperienze pregresse, lontane nel tempo. Lo vedo a colori. Draisci mi propone la sua visione in B/N del tutto diversa, derivata da sue esperienze attuali. Posso capirla, posso accettarla? E dall’altro lato penso ad un ipotetico osservatore, io sono in mezzo sono una sorta di tramite. Posso provare a dare all’osservatore delle chiavi di lettura? E, all’inverso, posso fare arrivare a Giovanni quello che potrebbe pensarne un osservatore? Ci provo.

Dunque, prima cosa, le foto del progetto non sono evidentemente il reportage di quello che ha visto accadere. La pratica tradizionale raccontata dall’autore è attualmente proibita. Abbattere un ulivo magari centenario, pur se morto, non è così facile, bisogna chiedere l’autorizzazione, quindi si ricorre a metodi tradizionali, pur se vietati, ma non lo si fa davanti a testimoni. La Xylella è stata identificata per la prima volta in Salento nel 2013, i primi sintomi del disseccamento degli ulivi erano stati osservati già nel 2008. L’epidemia si è poi diffusa rapidamente nella regione, causando danni ingenti agli uliveti, la situazione è in fieri.

Sono le sue sensazioni quelle che l’autore ha cercato di comunicare nelle fotografie di questo progetto. Mi sarei aspettato come fotografia di apertura un’immagine nella quale si cogliesse un muro a secco con le sue pietre, l’avvicinamento al campo, mi sarei aspettato una sorta di racconto, invece non è così. Questa serie di immagini potrebbe essere definita “A Xylella fastidiosa alternated landscape”, parafrasando Stephen Shore.

 

© Giovanni Draisci: Eutanasia dell’ulivo. 1

 

La prima foto del progetto rivela una atmosfera drammatica, un B/N grigio senza alcuna speranza, siamo subito dentro alla scena, nel campo. La luce è diffusa. Sembra un campo semi abbandonato, quantomeno poco curato, sterpaglie ovunque intorno agli olivi. Poco oltre gli ulivi in primo piano la situazione sembra migliore, è un piccolo appezzamento, dietro ci sono pini marittimi, ed infine si intravede l’abitato. L’Inquadratura è un poco caotica a sinistra, avrei preferito lo scheletro dell’ulivo più isolato visivamente.

 

© Giovanni Draisci: Eutanasia dell’ulivo. 1 (riquadrata)

 

Ho provato a rifilarla un poco, giusto per fare capire cosa intendo anche se non bisognerebbe farlo, perché è una sorta di alterazione della prospettiva, l’inquadratura deve essere precisa al momento dello scatto. Ho provato anche a drammatizzarne i toni. Me ne scuso con l’autore, l’ho farro per intenderci, per dare sia a lui che all’osservatore l’idea di come basti pochissimo per fare di una foto un’altra foto, percettivamente assai diversa.

Nella seconda foto del progetto, si vedono le pietre che mi aspettavo, forse facevano parte di un muro a secco. Il punto di vista dell’inquadratura è un poco in basso, come se il terreno di coltura fosse su un terrapieno, cosa frequente in Salento. L’inquadratura è buona, ben equilibrata in tutto, il soggetto principale è centrato, il campo ben curato. La situazione meteo è migliore, posso immaginare il colore del cielo salentino tradotto in B/N. Le ombre sono più nette, rendono la corteccia dell’albero più materica, l’ulivo è stato potato drasticamente nella speranza di salvarlo, cosa difficile.

 

© Giovanni Draisci: Eutanasia dell’ulivo. 2

 

La potatura è utile in un contesto di gestione del batterio, ma deve far parte di un piano che include il monitoraggio, l’uso di innesti su varietà resistenti, e il rispetto dei protocolli che prevedono la potatura biennale e la disinfezione degli attrezzi. Qualche nuovo butto pare lo abbia fatto ma non sembra essere sopravvissuto. Mostra la cavità che viene utilizzata per bruciarlo dall’interno. Avrei preferito fosse questa la foto di apertura del progetto.

 

© Giovanni Draisci: Eutanasia dell’ulivo. 3

 

Nella terza foto il cielo è di nuovo un poco nuvoloso, le ombre di nuovo poco nette, al centro un ulivo è caduto, bruciato dall’interno, attorno dietro altri ulivi sono stati abbattuti. Tutto sommato una inquadratura buona, ma resa caotica da una luce piatta che non permette il risalto degli elementi nella scena. Forse chinandosi per la ripresa il soggetto principale avrebbe stagliato contro il cielo.

 

 

La quarta foto rivela tutta la drammaticità della situazione. Peccato anche questa volta luce piatta, l’esposizione è corretta ma manca il contrasto che può essere determinato solo da una buona luce solare. Avrei tagliato fuori dall’inquadratura tutta la zona retrostante contro il cielo, ho provato a farlo in post-produzione, anche questa volta per rendere l’idea, ma non è esattamente la stessa cosa.

 

© Giovanni Draisci: Eutanasia dell’ulivo. 5

 

La quinta inquadratura è buona, da una sensazione di profondità prospettica, rivela sullo sfondo i confini della proprietà, a sinistra edifici, a destra pali della luce. Al centro, più avanti, un altro olivo distrutto. Buono il primissimo piano. Peccato anche qui luce piatta.

Nella sesta inquadratura avrei preferito sacrificare un poco il primo piano riprendendo più cielo e sopratutto non spezzando quel ramo che quasi al centro sale, s’interrompe e poi riprende orientato verso il basso. Ho provato a rifilarla, non migliora di molto, quel ramo andava compreso tutto nell’inquadratura. Anche perché così si elimina totalmente il cielo che offre una luce leggermente meno diffusa della foto precedente, ombre lievemente più nette, rilievo un poco migliore nei particolari.

 

 

Si arriva così all’ultima foto del progetto. Inquadratura non male ma per esempio sarebbe bastato un spostarsi un poco per fare cadere il “nero” dei poveri resti di un ulivo esattamente al centro di quello spazio chiaro tra i due olivi sullo sfondo.

 

© Giovanni Draisci: Eutanasia dell’ulivo. 7

 

Nel complesso l’idea è interessante, la realizzazione è purtroppo spesso penalizzata dalla luce. Ci sarebbe voluto un “concetto” più preciso in partenza per realizzare, scatto dopo scatto, una alternanza “filmica” netta tra particolari in primissimi e primi piani e riprese a campo largo. È quello che ho cercato di fare rifilando le foto per movimentare il progetto. Un pizzico di precisione in più nelle inquadrature sarebbe stato necessario, sempre tenendo presente quel “There’s more to the picture than meets the eye”. È importante guidare l’occhio dell’osservatore, cercando in ripresa di evitare sia il superfluo che il ridondante.

Come detto si può fare bene solo in ripresa, anche se il risultato può essere meno empatico, o suggerire meno possibilità interpretative all’osservatore. Tuttavia è l’autore il burattinaio che regge i fili da dietro le quinte. Ogni scelta deve essere fatta con assoluta precisione di intenti al momento dello scatto, quello che successivamente è possibile fare in post-produzione è solo “belletto”. Può avere dei pro ma anche dei fortissimi contro.

Nelle fotografie di paesaggio è così, a volte basta meno di un metro indietro o di lato per avere una inquadratura migliore, che comunichi con pi precisione gli intenti. Forse è una mia fisima, vedo le architetture arboree come edifici naturali, da inquadrare con la stessa precisione con la quale si inquadra una facciata, comprendo che a esserci è diverso, si è coinvolti emotivamente e risulta nelle inquadrature.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 


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