Eccomi all’ultima lettura scaturita dall’invito, ai lettori di Sensei, al mettersi in gioco con “Sette Fotografie per un progetto”. Con Giordano Suaria abbiamo deciso di radunare i 15 progetti fin’ora arrivati, anche perché ci sono delle mie considerazioni a latere, scritte come introduzione ai progetti che ho esaminato, potrebbero tornare utili per altri progetti. Nelle intenzioni dovrebbero suggerire pensieri più ampi rispetto al tema affrontato dal singolo fotografo.
Ho cercato di evitare che la “lettura” di ogni progetto fosse solo una sorta di rapporto duale tra me e l’autore, di scarso interesse per altri. Nell’era social che stiamo vivendo, tutto scorre rapidevolissimevolmente, raramente ci si interessa di quello che fanno altri. Inoltre nei social 1=1, il parere di un esperto vale quello dell’analfabeta funzionale. Però tutto ciò che scorre in un social appartiene al mondo virtuale. Una esposizione di fotografie, un progetto realizzato e stampato, possono essere fatti concreti, tangibili, possono appartenere al mondo reale.
Recentemente a commento di un post ho letto: “Oggi (anche, forse soprattutto, nella vecchia guardia) c’è sempre qualcuno che si arroga il diritto di insegnarti (anche se non richiesto) qualcosa”. Reputando di fare in qualche modo parte della “vecchia guardia” questa affermazione mi ha smosso vari pensieri. La “vecchia guardia” ha vissuto gran parte della propria vita, lavorativa ed esperienziale, in era pre-social, quando l’attuale “nuova guardia” frequentava le elementari. Arrogarsi il diritto di insegnare, a qualcuno, qualcosa?
Non mi arrogo il diritto di insegnare, perché mai dovrei farlo? Non sono un esperto, ho avuto esperienze. Se dico che il fuoco scotta è perché ne ho avuta esperienza diretta, mi sono scottato. È assai diverso affermare che il fuoco scotta perché lo si è letto in un libro. Ovviamente sia l’esperienza diretta che la conoscenza acquisita studiando sono importanti, non è che una valga più dell’altra. Tanto in ogni caso l’esperienza degli altri non vale, altrimenti la storia ci insegnerebbe qualcosa. (Anche se non richiesto?)
Nel mondo social chiunque può esprimere liberamente una sua opinione o un pensiero. Quelli della “vecchia guardia” dovrebbero attendere una convocazione scritta per potersi pronunciare?
Danilo Fabbroni fa parte indubbiamente della vecchia guardia. Inaspettatamente si è messo in gioco, mi ha presentato il suo Progetto in 7 Fotografie. Lo ha fatto, non tanto per mettersi in gioco alla pari con tutti gli altri, più per dire la sua, fotograficamente parlando e non. Lo fa con accorato ma consapevole disinganno.
Spesso dialoghiamo tra noi su WhatsApp, confrontandoci su varie tematiche inerenti la fotografia, Danilo non frequenta molto il mondo social. Di conseguenza la lettura del suo progetto è atipica rispetto alle altre, non è una vera lettura è più un riportare varie riflessioni che ci siamo scambiati.
Titolo del progetto e descrizione: Con l’Umbra e non con il Sole
“Prosegue per altre vie la ricerca tematica sui Ritratti Urbani meno sfolgorante, ma più “carne ed ossa” e cioè quella del coté Industriale e questa volta si impernia sue due tòpoi particolari: il primo è quello della predilezione per atmosfere che sanno più di Ruhr germanica piuttosto che scintillanti panorami mediterranei. Ciò si accosta colla seconda peculiarità che consiste nella scelta di siti caratterizzati da un’architettura paesaggistica urbana banale, scontata, architettura quasi “casuale”: parcheggi; svincoli; stazioni di pompieri; consorzi agrari e via di seguito. Ma anche qui si gioca la Felicità o l’Infelicità umana.”
Mi capitò molti anni or sono di visitare nella Ruhr una fabbrica di camper e caravan, ci andai col caporedattore e il direttore di una rivista di settore. La Ruhr è una regione storica tedesca nella Renania Settentrionale-Vestfalia che prende nome dall’omonimo fiume Ruhr che la attraversa. Dal 19° sec. In poi ha conosciuto un formidabile sviluppo grazie alle risorse minerarie e alle industrie. Non so se abbia attinenza, “Ruhe” è una parola tedesca che significa calma, quiete, silenzio. Può essere che il nome della regione derivi semplicemente dal fiume Ruhr che, attraversandola, scorre placido per circa 219 km. Calma operosa può rendere l’idea?

La Ruhe è un luogo grigio grigio dall’autunno sino, immagino, alla primavera, noi ci andammo per qualche giorno in autunno. La notte inizia dopo le 18:00 e dura fino alle 6 del mattino, nelle giornate più corte autunnali, il buio arriva già intorno alle 17:30. Gli abitanti locali lavorano, lavorano, lavorano, quindi nei giorni feriali intorno alla 19, massimo 20 la vita finisce, per le strade non gira più un’anima. Da buoni italiani ci sentivamo soffocare, quindi di sera fuggivamo a Strasburgo per trovare un poco di vita e un calice di Stella Artois.
Credo che questi miei ricordi possano tornare utili per calarsi emotivamente nelle foto del progetto di Danilo. Le sue fotografie sono “Ritratti Urbani”, nulla o poco a che vedere con i “non luoghi”
AI: I “non luoghi” sono spazi anonimi di transito e consumo, definiti dall’antropologo Marc Augé, privi di identità storica e sociale, dove gli individui passano senza stabilire relazioni significative, come aeroporti, autostrade, supermercati e centri commerciali, in contrasto con i luoghi antropologici che sono ricchi di storia e identità.

Le fotografie di Danilo non si avvicinano più di tanto al modo di vedere e documentare dei “New Topographics”. Stephen Shore in “Uncommon Places” cercava una sorta di bellezza, tipicamente americana, una bellezza diversa o una diversa bellezza. Luigi Ghirri fu ispirato dalle fotografie di S.Shore, insieme a William Eggleston e Robert Frank, esplorarono temi simili. Rivoluzionarono la fotografia con un’attenzione al quotidiano e alla periferia, usando il colore come linguaggio fondamentale per rompere con la tradizione pittorica centrale. Ghirri applicò quell’approccio al paesaggio italiano, al suo paesaggio “interiore”.
Danilo con i suoi ritratti urbani non cerca la bellezza di Shore, non cerca nemmeno paesaggi “interiori” cari a Ghirri. I suoi “ritratti urbani” sono una critica svelata in malinconica osservazione. Riflessioni personali che emergono dall’Umbra, non con il Sole. Torneranno nell’ombra. Partendo da quanto scritto nel testo di introduzione al progetto, per non lanciarmi in interpretazioni potenzialmente aberranti, ho chiesto a Danilo Fabbroni di spiegarmi più approfonditamente il suo operato fotografico.

“Nei tempi del Dominio Incontrollato dei “wow”, dei sempiterni “like”, delle 5 stelle di tripAdvisor, dei giubilî stile TikTok o uno si allinea a questa parafilia estetica oppure si ritrae intimorito, impaurito, ricacciato a forza nella sua modesta figurazione iconografica, totalmente controcorrente, da outsider insomma
L’orizzonte è impestato dalle patinate immagini instagrammate, da fotografie d’architettura così perfettine che vengono scambiate per rendering per quanto paiono false, da immagini di plastica, di PVC, partorite da infanti golosi che, come novelli Peter Pan nell’Isola che non c’è, “elaborano” spettrografie con l’intelligenza artificiale, come fossero tanti Pinocchi nel Giardino dei Balocchi.

Cosa rimane in mano a chi rifugge come la peste tutte queste fantasmagorie se non rintanarsi nel buio, nella penombra, nello “scuro” ritraendo luoghi banalissimi (anonimamente firmati da geometri di terz’ordine, altro che archi-star architetti!), per lo più brutti, dozzinali? Così abbiamo fatto e faremo a dispetto di Critici-critici, di Prefattori blasonati son-tutto-io (ma in realtà in cerca della marchetta), di Curatrici che cinguettano “oh, cara, davanti a questa stampa è come se mi immergessi dentro”; di Galleristi che ti dicono di sbieco “ma Lei non è Uno Quotato!” e poi espongono la propria nipote uscita fresca fresca dall’IIF. Ci perdonerete mai? Chiediamo venia e scompariamo nell’Ombra”.

È un’invettiva, molto vicina a quella di F. Guccini nella canzone “L’avvelenata”. È doveroso raccontare brevemente gli antefatti.
Danilo iniziò a lavorare da fotografo professionista spronato dalla mitica direttrice Dorothea Balluff, per anni direttrice della rivista “Interni”. Collaborò successivamente con La Mia Casa, Casa Vogue, Bell’Italia ed altre. Tutto ciò durò circa 20 anni, sino a quando un incidente di percorso con la casa editrice Condé Nast lo fece desistere da una passione iniziata quando aveva i calzoncini corti. Un incidente di percorso… lo posso capire, a me successe qualcosa di simile. Mi scuso per questa divagazione nei miei ricordi personali, servono a spiegare quello che avvenne.
Erano iniziati gli anni della grande crisi editoriale, all’interno delle redazioni di quelle riviste top avvennero rapidi cambiamenti. Gli editori cercavano lettori sicuri, nel farlo abbandonarono spesso la ricerca di contenuti culturalmente innovativi e di nicchia, a partire dai servizi pubblicati. In quegli anni lavoravo molto per “VilleGiardini”, avevo contatti con Garden Center, vivai importanti, landscape artists, architetti paesaggisti. Attingevo a queste conoscenze per proporre contenuti. Così nel 2004 me ne partii per Calabria e Sicilia, realizzai 5 servizi che avevo proposto e concordato mesi prima cl direttore di testata, per lo più su realizzazioni paesaggistiche di Pietro Porcinai, forse il massimo architetto paesaggista italiano. Al mio ritorno il direttore di “VilleGiardini, Nani Prina, eccellente architetto, fotografo, visionario, era stato sostituito.

Dei 5 servizi me ne pubblicarono 2, la tendenza impressa dal nuovo direttore non collimava più con le mie ricerche. Il nuovo progetto editoriale non era più diretto a professionisti del settore ma a un pubblico più vasto di fruitori della casa nel verde. Fu dedicata maggiore attenzione allo stile di vita e al piacere di abitare la campagna.
Danilo Fabbroni dirottò successivamente per il Mondo professionistico della Vela d’alto Mare. Mi sento vicino a Danilo, siamo entrambi della “vecchia guardia” siamo stati incapaci di adattarci a cambiamenti che hanno molto svilito la cultura, per nostra scelta, per non volere essere complici. Siamo degli outsider sfigati? Vai a sapere, siamo stati fortunati ad aver partecipato ad anni splendidi, irripetibili. Tuttavia continuiamo ad occuparci di fotografia, in altro modo, non potremmo farne a meno.
Danilo continua a fotografare per passione personale, spaziando dalla fotografia analogica su banco ottico a riprese in foro stenopeico, negativo diretto, al digitale, secondo quello che gli suggerisce il soggetto che desidera riprendere.
Parafrasando Guccini “Per chi vuole osservare e a culo tutto il resto”.

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