Ragazzi, che obiettivo compero?

È uno dei tormentoni ricorrenti in molti social incentrati sulla fotografia, o meglio su attrezzatura prodotta per scattare fotografie. Specie in estate quando si è in procinto di andare in vacanza e sembra che senza un nuovo obiettivo non si possa partire. Da qui partono innumerevoli risposte.

C’è chi sentenzia tout court “se non ce l’hai, compera un 8mm”, c’è chi si limita a consigliare un versatile zoom 18-135mm, c’è chi saggiamente chiede: “cosa ti piace fotografare?” e riceve in normale risposta : “di tutto, vorrei essere equipaggiato per ogni evenienza!” Chi lo sa, magari in social improntati su altre tematiche c’è chi prima di andare in pizzeria chiede consigli al gruppo sulla pizza da ordinare. Forse si tratta di insicurezza personale, di una sorta di disorientamento che è ovunque.

C’è bisogno di sentirsi gruppo al costo di aderire al terrapiattismo dato che quanto è stato conquistato da centinaia o migliaia di anni di progresso scientifico non ci è più di conforto e le scie chimiche ci fanno paura. Di chi fidarsi? Nel mondo virtuale è possibile affermare tutto e anche l’esatto contrario. È solo calandosi nel reale che ognuno può trovare la sua verità, poiché , specie nel mondo della fotografia una realtà assoluta non esiste ed è giusto che sia così, la fotografia e tutto meno che una scienza esatta. Se lo fosse probabilmente sarebbe una noiosa e incessante ripetizione di procedimenti che funzionano. Forse un poco di colpa l’ha il fatto che siamo immersi in un hic et nunc, l’iter con il quale si è arrivati all’oggi è smarrito a volte si cerca di ricuperarlo tentando di ripercorrere lo stesso cammino a ritroso.

Forse tornando alle radici si può comprendere l’evoluzione, abbiamo bisogno di sedimentare, digerire cambiamenti troppo rapidi per poterci abituare e procedere serenamente. Per esempio quali sono le origini della diatriba “meglio gli zoom o le ottiche fisse?”

Tale diatriba ha avuto parzialmente senso per l’esigenza di sfruttare al massimo la superficie sensibile, in formati di ripresa ridotti, come il formato 135mm, oggi considerato full-frame, come se non ne esistessero altri. In formati maggiori come il 6×6 gli zoom sono rarissimi si fermano a un 2x.

Su formato 4×5’ o superiori sono inesistenti. I primi zoom erano assai costosi, la loro resa insoddisfacente. Quindi, a quei tempi, meglio i fissi.

Oggi uno zoom standard 18-55mm, un 3x, ha una resa strepitosa. Apertura massima da 2,8 a 4f, a 35mm ( equivalenti a un 50mm) è f. 3,6. La potenza di calcolo multiplo dei computer permette di realizzare obiettivi a lenti flottanti in tempi assai brevi… l’Elmarit usato da HCB era un 3,5f. Un 35mm attuale ha apertura massima da 1,4 a 2f. e una resa ancora migliore, ma è davvero indispensabile? Probabilmente sì, a saperla sfruttare senza degradarla in post-produzione.

Uno dei punti a favore dei fissi sarebbe il fatto che ti obbligano a muoverti, a cercare l’inquadratura spostandoti invece di cercarla zoomando. Ma questo punto ipoteticamente a favore deriva dal fatto che spesso, sbagliando, si pensa che basti zoomare per trovare l’inquadratura. La prospettiva, zoom o meno, deriva esclusivamente dal punto di ripresa, quindi cambia solo spostando il punto di ripresa. Insomma se si usa uno zoom in modo sbagliato, non per “rifinire” una inquadratura, ma per cercarla no vuol dire che un obiettivo fisso sia preferibile. Oltre a ciò c’è il fatto che attualmente si possono ottenere ottimi risultati anche a 1600Iso… 5 stop in più rispetto le pellicole standard dei tempi mitici della fotografia non sono cosa da poco.

Quindi un’apertura massima inferiore non pregiudica il fatto che si possa scattare in qualsiasi situazione di luce.

Eppure non sono pochi quelli che sentono il bisogno di avere tutti gli zoom e tutti gli obiettivi fissi disponibili per le loro fotocamere. Ovvio che ognuno i suoi soldi li spende come meglio crede, che le ditte produttrici devono pur vendere. Però quando vedo che sui mercatini c’è gente che dopo una cinquantina di scatti effettivi vende tutto il corredo per passare a un qualcosa di “superiore”, non posso fare a meno di pensare che c’è qualcosa che non va.

Se poi quel qualcuno si mette a sparare a zero su un brand solo perché ha cambiato sistema, trovando in fotocamere e obiettivi difetti il più delle volte inesistenti, ciò può riflettersi negativamente per il brand in oggetto. Per conoscere veramente un obiettivo ci vuole non poco, averne troppi porta a non saperne usare bene nessuno.

Può bastare un solo obiettivo? Oh yes, ce lo dimostrano moltissimi famosi fotografi. Se l’uso di un 35mm o equivalente come unica ottica è tutto sommato diffuso, ci sono autori che hanno basato tutta la loro attività professionale su obiettivi più “estremi”. Jeanloup Sieff scelse di fare tutto con una Leica a telemetro e un 21 Superangulon!

 

©Jeanloup Sieff. Twiggy in the ferns, 1964

 

Giornalismo, fotoreportage, nudi, moda, ritratti paesaggi, veramente tutto! Con l’approssimativo mirino supplementare, non in reflex, eppure riempimento dei piani e eventuali “distorsioni” in ripresa sono sempre totalmente tenuti sotto totale controllo. Apre una finestra enorme sul mondo, le sue immagini respirano e ci conducono in un giardino di delizie dove tutto è possibile.

 

© Jeanloup Sieff. Anna Carin Bjorck, 1962

 

Osservando le fotografie di Sieff ci facciamo prendere per mano e condurre, senza nemmeno accorgerci di eventuali esagerazioni prospettiche. Ecco proviamo a guardarle in modo diverso queste fotografie, proviamo a calarci nei suoi occhi quando faceva click, proviamo a pensare a come tenesse la fotocamera inquadrando, a come abbia sapientemente riempito ogni piano dell’immagine per permettere all’inquadratura di raccontare moltissimo.

 

© Jeanloup Sieff. Alfred Hitchcock and Ina, Hollywood, Harper’s Bazaar. 1962

 

Confrontiamole con le moltissime fotografie fortemente grandangolari che vediamo di solito, con quelle che spesso realizziamo, con primi piani vuoti come lande desolate, piani lontani che diventano talmente lontani da diventare puntolini insignificanti che non raccontano più nulla. Fotografare, lo sanno anche i sassi, vuol dire scrivere con la luce. La superficie del sensore o di una pellicola è il foglio bianco sul quale in un attimo si scrive o si disegna, poco importa la dimensione di questo foglio, con un grandangolo possiamo metterci dentro un sacco di cose. La differenza tra una fotografia riuscita bene e una orrenda dipende esclusivamente da come organizziamo i contenuti dello scatto.

 

© Jeanloup Sieff. Le tapis volant, Normandie, 1988

 

Più si va verso il grandangolo più è difficile riempire in modo adeguato, con contenuti, la superficie che si ha a disposizione. Sieff riusciva a riempire in modo davvero eccelso i circa 91° di angolo di campo inquadrati dal suo 21mm Superangulon… siamo certi di saper riempire bene gli oltre 112° di ripresa del nostro 10mmsu APS-C?

 

© Jeanloup Sieff. Coat and hat Lanvin; coat and hat Cardin; coat and fur Cardin; coat with belt and black hat, on stairs, Carven. Paris, Jardin des Modes, 1961

 

Credo che per imparare a fotografare bene, o quanto meno in modo decente sia necessario, più WS o letture appropriate, nutrire bene i propri occhi, osservare con attenzione le immagini che vi scorrono intorno, imparare a guardarle con un certo distacco critico, per farvene poi conquistare.

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

One Comment

  1. Andrea barbieri Reply

    Grazie, bellissime le foto di Sief che non conoscevo. “Le sue immagini ci conducono in un giardino di delizie dove tutto è possibile” è un pensiero azzeccato, effettivamente il suo è un realismo magico molto elegante.

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